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	<title>Bottega di lettura 2.0</title>
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		<title>Carlo Gravino: “Il dio imperfetto”, Palomar, 2010</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 05:27:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Narrativa italiana]]></category>

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		<description><![CDATA[Nelle scarne note di copertina si apprende che l’autore, classe 1958, haal suo attivo un romanzo scritto nel 2003: “Le Storie e gli Eventi”. Vive a San Marco in Lamis, in provincia di Foggia, un paese che conosco grazie alle opere di un amico che vive a Lucca e che nacque proprio lì tanti anni [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=bottegadilettura.wordpress.com&amp;blog=10046247&amp;post=486&amp;subd=bottegadilettura&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2011/12/gravino_carlo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5425" src="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2011/12/gravino_carlo-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" /></a>Nelle scarne note di copertina si apprende che l’autore, classe 1958, haal suo attivo un romanzo scritto nel 2003: “<em>Le Storie e gli Eventi</em>”.<br />
Vive a San Marco in Lamis, in provincia di Foggia, un paese che conosco grazie alle opere di un amico che vive a Lucca e che nacque proprio lì tanti anni fa, Dino La Selva, ora medico in pensione, figlio di Giovanni, che fu prefetto anche di Lucca, letterato pure lui (tradusse “<em>I fiori del male</em>” di Baudelaire). Chi sa se Gravino, molto più giovane, non lo abbia conosciuto in occasione dei suoi ritorni al paese, di cui ha molto narrato (“<em>Fiabe di Capitanata</em>” e “<em>Racconti minimi di San Marco in Lamis e dintorni</em>”, ad esempio).<br />
Anche nel romanzo di Gravino si narra del ritorno al paese natale del protagonista Marco in occasione della morte della nonna aterna. È inverno, fa freddo, cade la neve: “<em>Il vento faceva vibrare i vetri degli alti balconi e vi attaccava sopra schegge di nevischio.</em>” Niente di più naturale abbandonarsi ai ricordi, srotolare la memoria. È ciò che accade a Marco, un uomo di successo che però ora è turbato dai rimorsi di non aver curato come doveva l’affetto che la nonna nutriva per lui.</p>
<p>L’autore racconta con una scrittura quieta, rotonda e mai superflua: “<em>La notte incuteva timore alla nonna; lei apparteneva a un tempo nel quale l’oscurità era popolata di presenze misteriose, che calavano nella valle dai più nascosti dirupi delle montagne per vagare tra le stradine del paese e mischiarsi alle mille ombre dipinte dal chiarore della luna.</em>”<br />
La memoria può colmare la solitudine, ma nello stesso tempo, allorché appare, registra una ferita, una sconfitta, una resa. Ancor più se essa ci afferra nel momento in cui il confronto della nostra vita è con la morte. Essa misura il nostro coraggio o la nostra vigliaccheria. Ci mette a nudo.<span id="more-486"></span></p>
<p>Le immagini del passato, pur suggestionando la mente, nel fare il bilancio della nostra esistenza ci invitano a saldare il conto, ad interrogarci e a scoprirci. Nel confronto con la morte non può esistere l’ipocrisia: “<em>Ero partito lasciando troppe storie senza un epilogo, ed era inevitabile che esse mi avessero atteso pazientemente per tutti quegli anni, tenute vitali come da uno spirito di vendetta, come se fossero sopravvissute solo per saldare il conto.</em>”</p>
<p>Attraverso la morte della nonna, il protagonista imprime ai suoi ricordi la malinconia di una incompiutezza che ne restituisce fragilità ed evanescenza. Solo la nonna raggiunge la solidità di una compiutezza che si porta fin dentro la propria morte: “<em>Uscii con lo strano pensiero di invidiare un po’ la nonna: ora mi sembrava chiaro il significato della morte, era realmente il passaggio in una dimensione che le consentiva di ritornare al proprio tempo reale, agli affetti e alla gente che avevano popolato i suoi anni.</em>”</p>
<p>Non riesce a sapere nulla del suo amico di infanzia, Stefano, che si è appartato dal mondo.<br />
È pensando anche a lui che comincia la resa dei conti. Il ritorno al paese è il ritorno al principio del cammino. Il vecchio prete con il quale aveva discusso tante volte da ragazzo, è di nuovo il suo interlocutore spietato. Marco è un uomo importante, un intellettuale e un politico stimato. Che cosa ha fatto per gli altri? Ha perso la sua rettitudine? La nonna lo trovava cambiato.<br />
Fare i conti con se stesso è farli anche con Dio, affrontare il suo mistero. Dio è sempre dentro le azioni degli uomini.<br />
Gli dice il prete: “<em>Non metterti contro quello che sei, stai soffrendo inutilmente.</em>”</p>
<p>Sono le contraddizioni insite in ogni uomo a generare la sofferenza. Dio non ci ha creati per farci godere la felicità senza il sacrificio. Solo dentro la morte è possibile prenderne possesso, come ne ha preso possesso la nonna.<em></em></p>
<p>Ma non solo: il ricordo della sofferenza del padre, morto di un male, la sua consapevolezza di andare incontro alla morte, la serenità con cui l’accoglie, rievocano la dolcezza di un transito che rasserena e ci conduce nel mistero di Dio, un Dio imperfetto (che ha “<em>un bastone troppo corto, se finiva sempre per colpire solo chi gli era vicino.</em>”), che ci ha lasciati soli, ma che sa accoglierci e donarsi a noi. Il paesaggio innevato che ricorre spesso nel romanzo ha una qualche colleganza con la metamorfosi che attraverso la morte ci consegna alla purezza dell’Aldilà.</p>
<p>L’amico Stefano trae la sua sofferenza dalle delusioni della vita. Marco riesce a trovarlo e si confidano. Aveva tanti ideali da realizzare, da giovane era un leader dal grande futuro, immerso fino al collo nelle ambizioni del ‘68; voleva contribuire a migliorare il mondo. Ora lo fugge. Si sente sconfitto: “<em>Sai, sto solo pagando le conseguenze di scelte sbagliate.</em>” Passa le sue giornate chiuso in casa, davanti al televisore. La moglie lo compatisce: “<em>Stefano era rimasto prigioniero del suo passato, di quando tutti gli riconoscevamo il diritto di farsi strada più di ognuno di noi.</em>” È la figura più tragica del romanzo. E dimostra quanto gli ideali possano influenzare nel bene e nel male la vita dell’uomo: “<em>Gli uomini, quando non riescono a recitare il ruolo per il quale credono di essere destinati, possono solamente limitarsi a impazzire.</em>” Stefano sta correndo pure lui, forse inconsapevolmente, incontro al solo appuntamento che non tradisce, quello con la morte rigeneratrice: “<em>Sapessi quante volte me la sono presa con Dio per avermi dato queste qualità.</em>”<br />
Marco si sente un po’ anche Stefano. Avverte di avergli rubato un destino che avrebbe dovuto appartenere più all’amico che a lui stesso.</p>
<p>Il ritorno al paese è un continuo rimescolio della coscienza, una scoperta continua di sé. I tanti ricordi, le tante immagini del passato, sono altrettanti tasselli di un mosaico che non avrà mai fine, da consegnare alla morte, dentro la quale tutto si rasserena e si compone. Per sempre: “<em>Nei lunghissimi tramonti dell’estate, si facevano i crocchi davanti alle case per raccontare dei fatti antichi e pettegolare sulle vicende del paese.</em><br />
<em>Le madri cullavano i bambini spingendo indietro le sedie per poi lasciarle ricadere pesantemente. In quel movimento, sembravano batacchi di campane senza suono.</em>”</p>
<p>Una discesa interiore, un percorso che si immerge nell’anima: “<em>Un silenzio rotto ogni giorno, quando all’imbrunire si accendevano i lampioni nelle strade e tutti i bambini accompagnavamo l’evento con prolungate urla di gioia, quasi il sollievo per la sconfitta dell’inconscia paura del buio.</em>”<br />
Il passato riaffiora come cerniera verso la conoscenza di sé.</p>
<p>Il romanzo ha un crescendo nella parte finale dedicata alle rievocazioni che restituiscono i colori e i sapori di un’epoca che pare collocata da qualche parte, invisibile, pronta a rimarginare ferite e a recuperare la nostra integrità nel mondo. Vorremmo perfino scacciarlo il passato; nel momento in cui ritorna, anziché accoglierlo, vorremmo liberarcene per sempre: “<em>Temevo però che il passato non si fosse ancora arreso e riuscisse a trovare un pretesto per costringermi a rinviare ancora una volta il viaggio.</em>”</p>
<p>Appare sotto forma di ombre, che non sono più tali, anche se non ce ne accorgiamo: “<em>Stavo incredibilmente cercando il mio passato e mi sentii ridicolo nel rendermi conto di invocare un esercito di ombre dentro scenari che esistevano ormai solo nella memoria.</em>” Quelle ombre sono diventate noi stessi, il nostro presente e il nostro futuro.</p>
<p>Guai a credere che possiamo collocarle fuori di noi. Marco ci prova, si convince di avercela fatta: confida che la memoria resterà rinchiusa nei luoghi del suo passato, “<em>intrappolata nella valle e che solo in quelle ore mi era stato consentito di riprenderla.</em>”; “<em>La nonna diceva che le storie non stanno nella mente degli uomini, ma nei luoghi, e io uscivo dalle storie.</em>”</p>
<p>Ma non si esce dalle storie, non si esce dalla memoria. Il romanzo, ottimamente condotto, tenta di farlo con un’operazione forte e coraggiosa, ma il suo autore sa bene che, proprio con lo scriverlo, vi lega il protagonista per sempre.</p>
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		<title>Un e-book pieno di calci, di Mauro Pianesi</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jan 2012 08:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>bottegadilettura</dc:creator>
				<category><![CDATA[ebook italiani]]></category>
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		<category><![CDATA[La Prima antologia del calcio astrale]]></category>

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		<description><![CDATA[                        Non mi sarebbe poi così facile definire i modi e i tempi in cui “l’astralità” del calcio si manifesta su questa Terra. Un contributo fondamentale (e molto empirico) in questa materia, però, potrà darlo agli interessati la lettura di “La prima antologia del [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=bottegadilettura.wordpress.com&amp;blog=10046247&amp;post=498&amp;subd=bottegadilettura&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><a href="http://bottegadilettura.files.wordpress.com/2012/01/copertina-ebook.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-508" title="copertina ebook" src="http://bottegadilettura.files.wordpress.com/2012/01/copertina-ebook.jpg?w=212&#038;h=300" alt="la copertina dell'ebook" width="212" height="300" /></a> </p>
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<p align="justify"><span style="font-family:Verdana, sans-serif;"><span style="font-size:small;">Non mi sarebbe </span></span><span style="font-family:Verdana, sans-serif;"><span style="font-size:small;">poi così facile definire i modi e i tempi in cui “l’astralità” del calcio si manifesta su questa Terra. Un contributo fondamentale (e molto empirico) in questa materia, però, potrà darlo agli interessati la lettura di “La prima antologia del Calcio Astrale”, l’e-book recentemente autoprodotto da Alfonsetti &amp; Associati. </span></span></p>
<p align="justify"><span id="more-498"></span>“<span style="font-family:Verdana, sans-serif;"><span style="font-size:small;">Cletus” Alfonsetti, oltre che di Frank Zappa (come suggerisce lo pseudonimo, ispirato a un titolo del musicista U.S.A.), è cultore di racconti, genere letterario abbastanza disgraziato nel panorama editoriale italiano, dove sembra trovare pochi lettori e ancor meno editori. Colpa, forse, anche della tempesta di sempre nuovi racconti o pretesi tali, che si riversano quotidianamente sul web, originati dalla falsa convinzione che, data la sua brevità, il genere meglio si confaccia alle ancor limitate capacità degli autori dei best-seller di domani e di dopodomani. Eppure – l’ha ripetuto recentemente Giovanni Pacchiano – la forma breve del racconto, oggi, sembra contenere una verità superiore rispetto al romanzo, più inquinato da ragioni commerciali.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family:Verdana, sans-serif;"><span style="font-size:small;">Questa antologia raduna un bel drappello di autori, tutti concentrati su quel per niente oscuro oggetto del desiderio la cui rotondità, nonostante tutto, continua a mantener fuori dalla grazia del Signore qualche buon milione di italiani. Alcuni esordienti, alcuni già noti a chi bazzica il web degli scriventi, altri con una carriera letteraria avviata (Marco Candida) o ben consolidata alle spalle (Giuseppe Manfridi e, </span></span><span style="font-family:Verdana, sans-serif;"><span style="font-size:small;"><em>in primis</em></span></span><span style="font-family:Verdana, sans-serif;"><span style="font-size:small;">, Enrico Vaime che firma la prefazione). C’è qualche refuso, un po’ di impaginazione da rivedere, ma l’e-book è per definizione </span></span><span style="font-family:Verdana, sans-serif;"><span style="font-size:small;"><em>in fieri</em></span></span><span style="font-family:Verdana, sans-serif;"><span style="font-size:small;"> e, parola di Cletus, migliorabile in tempo reale anche </span></span><span style="font-family:Verdana, sans-serif;"><span style="font-size:small;"><em>on demand</em></span></span><span style="font-family:Verdana, sans-serif;"><span style="font-size:small;">. Fra i tanti, segnalo ancora il divertimento simil-kafkiano di Stefano Amato, al cui protagonista, una mattina, succede di risvegliarsi trasformato in attaccante di un calciobalilla. </span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family:Verdana, sans-serif;"><span style="font-size:small;">Insomma, “La prima antologia del Calcio Astrale” è una specie di terapia di gruppo sulle sofferenze che il pallone procura al cuore di tanti, un divertito mantra propiziatorio affinché le pene calcistiche degli autori possano non finire mai, all’insegna del motto che suggella, lapidario, la raccolta: </span></span><span style="font-family:Verdana, sans-serif;"><span style="font-size:small;"><em>“In football we trust”</em></span></span><span style="font-family:Verdana, sans-serif;"><span style="font-size:small;">.</span></span></p>
<p align="justify">“<span style="font-family:Verdana, sans-serif;"><span style="font-size:x-small;">La prima antologia del Calcio Astrale” di Cletus Alfonsetti &amp; Associati (che sono: Stefano Amato, Martino Baldi, Paolo Cacciolati, Marco Candida, Marco Crestani, Samuele Galassi, Héctor Genta, Franz Krauspenhaar, Antonio La Malfa, Giuseppe Manfridi, Mauro Mirci, Gianni Montieri, Mario Pischedda, Paola Ragnoli, Ezio Tarantino, Rocco Traisci. </span></span><span style="color:#222222;"><span style="font-family:Verdana, sans-serif;"><span style="font-size:x-small;">ISBN 978-88-906667-1-1 € 5,99 – Acquistabile su </span></span></span><span style="color:#0000ff;"><span style="text-decoration:underline;"><a href="http://www.cletusproduction.it/"><span style="font-family:Verdana, sans-serif;"><span style="font-size:x-small;">www.cletusproduction.it</span></span></a></span></span></p>
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<p align="justify"><span style="font-family:Verdana, sans-serif;">Mauro Pianesi</span></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/bottegadilettura.wordpress.com/498/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/bottegadilettura.wordpress.com/498/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/bottegadilettura.wordpress.com/498/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/bottegadilettura.wordpress.com/498/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/bottegadilettura.wordpress.com/498/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/bottegadilettura.wordpress.com/498/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/bottegadilettura.wordpress.com/498/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/bottegadilettura.wordpress.com/498/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/bottegadilettura.wordpress.com/498/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/bottegadilettura.wordpress.com/498/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/bottegadilettura.wordpress.com/498/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/bottegadilettura.wordpress.com/498/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/bottegadilettura.wordpress.com/498/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/bottegadilettura.wordpress.com/498/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=bottegadilettura.wordpress.com&amp;blog=10046247&amp;post=498&amp;subd=bottegadilettura&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;onore dei Kéita, di Moussa Konaté: un afro noir</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Dec 2011 12:10:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ramona</dc:creator>
				<category><![CDATA[narrativa africana]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Cospe]]></category>
		<category><![CDATA[del vecchio editore]]></category>
		<category><![CDATA[Konaté]]></category>

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		<description><![CDATA[Mi è stato chiesto di leggere un libro e io l&#8217;ho letto, incuriosita perchè mi è stato presentato come un noir africano. Un afro-noir, per dire; insomma, un nero che più nero non si può. Imperdibile. Ho cominciato ad amare l&#8217;Africa, letterariamente parlando, quand&#8217;ero più giovane, grazie a Wilbur Smith e ai suoi incredibili romanzi, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=bottegadilettura.wordpress.com&amp;blog=10046247&amp;post=492&amp;subd=bottegadilettura&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://bottegadilettura.files.wordpress.com/2011/12/l_onore_dei_k__i_4e9bd62cd5c4f.png"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-493" title="L_onore_dei_K__i_4e9bd62cd5c4f" src="http://bottegadilettura.files.wordpress.com/2011/12/l_onore_dei_k__i_4e9bd62cd5c4f.png?w=130&#038;h=150" alt="" width="130" height="150" /></a>Mi è stato chiesto di leggere un libro e io l&#8217;ho letto, incuriosita perchè mi è stato presentato come un noir africano. Un afro-noir, per dire; insomma, un nero che più nero non si può. Imperdibile.</p>
<p>Ho cominciato ad amare l&#8217;Africa, letterariamente parlando, quand&#8217;ero più giovane, grazie a Wilbur Smith e ai suoi incredibili romanzi, ma al di fuori di Smith non avevo avuto modo di leggere altro. Questa è stata l&#8217;occasione.<span id="more-492"></span><br />
Il libro che mi hanno suggerito si intitola L&#8217;onore dei Kéita, di Moussa Konaté, pubblicato da <a href="http://www.delvecchioeditore.it/">Del Vecchio</a>. Il nome dell&#8217;autore, il titolo e perfino la copertina parlano subito di Africa, perciò mi sono sentita molto bendisposta. Del resto ho una predilezione, una delle tante, per la letteratura straniera, quando per straniero s&#8217;intende qualcosa di molto lontano e diverso. Cinese, giapponese, finlandese, russa, israeliana&#8230; tanto per capirci.<br />
Questo però è un libro che non ha niente a che vedere con il prolisso Smith. E per capirlo ho dovuto rileggerlo due volte, approfittando di un periodo di forzato riposo. Con la prima lettura ero andata troppo di corsa, dovevo rivedere alcune cose.<br />
Nei romanzi di Smith avevo incontrato un&#8217;Africa avventurosa, talvolta magica, a volte antica.<br />
Konaté invece qui parla dell&#8217;Africa di oggi e dei suoi contrasti, tra modernità e ritualità primitive, usando un linguaggio molto diverso.</p>
<p>La storia, come dicevo, è un noir: c&#8217;è subito un morto ammazzato e orrendamente mutilato nella vasca di un cantiere, ed è da qui che partono le indagini.<br />
I protagonisti che devono venire a capo del mistero sono il commissario Habib e l&#8217;ispettore Sosso. Commissario e ispettore sono due qualifiche che nel mio immaginario hanno sempre richiamato alla mente i detective di telefilm seriali, tipo quelli americani, ma anche, che so, l&#8217;ispettore Derrick di germanica memoria con il suo aiutante&#8230; Non mi aspettavo di incontrarli anche nell&#8217;Africa nera. E sì che a rigor di logica anche nel Mali, lo stato africano in cui è ambientata questa vicenda, deve per forza esistere un corpo di polizia con i relativi gradi, come in qualsiasi Paese.<br />
Io mi aspettavo, grazie alla mia fantasia romantica, il mistero e la magia, e invece subito mi ritrovo due figure poliziesche prosaiche, simili a quelle di tutti i telefilm del genere che si vedono in TV. Nel corso del racconto poi si capisce che il commissario è a capo dell&#8217;Anticrimine, è più anziano e riflessivo, quello cioè con maggiore esperienza; l&#8217;altro è molto più giovane e impulsivo, il discepolo che sta imparando il mestiere, sul quale riversare speranze e aspettative e del quale il commissario non sempre approva i metodi: troppo moderni, sostiene.</p>
<p>Ma che non ci troviamo a Londra o a Berlino lo si capisce presto, quando ci si sofferma sulle descrizioni del mondo in cui vivono e lavorano i due protagonisti. Sono quelle le vere arti magiche che ti aprono alla comprensione di un mondo che non conosci, ma che ti sembra familiare. Bamako, la capitale in cui è ambientata la storia, è descritta già nelle prime pagine: distesa sul Niger, soffocata dalle nebbie (in Africa? Chi lo avrebbe mai immaginato!) e dal traffico, caotico quanto quello di una nostra metropoli. E da lontano, ma fin troppo presente, una massa di diseredati, mendicanti, lebbrosi, che chiedono l&#8217;elemosina come in tutte le città del mondo, ma che visti qui evidenziano l&#8217;immane povertà che affligge il nero continente. Lo stesso commissario definisce questa miseria il male della società.<br />
Ecco, quello che cercavo: descrizioni di ambienti e personaggi mi rapiscono, mi fanno volare e calare in quel mondo lontano come se fossi presente.</p>
<p>La storia prosegue, ci si ritrova in un villaggio a stretto contatto con la civiltà moderna, ma che tuttavia prende le distanze da essa. Riti e superstizioni, il nucleo tribale del clan, il capo e lo stregone, lo storpio con il sogno dell&#8217;America. Ecco l&#8217;Africa primitiva, quella vera, quella che affascina. Ecco il respiro della grande Africa, ecco dove mi ci ritrovo, finalmente a contatto con le sue foreste.</p>
<p>Eppure sono costretta ad ammettere che è Africa vera anche l&#8217;altra, quella del commissario e del suo aiutante, della grande città con le sue miserie e i suoi colori, con i coccodrilli che terrorizzano il giovane ispettore ma non il ragazzino che traghetta la gente con la piroga, a malapena vestito, si fa per dire, con il solo perizoma.</p>
<p>Devo dire che all&#8217;inizio non trovavo l&#8217;Africa nei dialoghi investigativi dei poliziotti, simili a quelli di tutti i poliziotti. Molto riflessivi, quasi come il continuo confronto di Sherlock Holmes con il buon Watson.<br />
Ma quando poi ho fatto quella rilettura più attenta ho scoperto che non era vero, mi sbagliavo. I toni tranquilli, senza urgenza, senza cattiveria, la facilità al sorriso o alla risata, i tempi che non mettono angoscia ma che pure rispecchiano un&#8217;indagine condotta ineccepibilmente e risolta in pochissimi giorni, non sono proprio quelli che riecheggiano nei commissariati che conosciamo. C&#8217;è la filosofia di vita africana in questa calma apparente, quella che mi aveva colpito in un vecchio documentario in cui si raccontava della gente dei villaggi che si recava vicino a una ferrovia per prendere il treno e con pazienza aspettava: non sapeva quando il treno sarebbe passato, ma prima o poi di certo sarebbe passato. Bastava aspettare.<br />
Non è il caso dei due tutori dell&#8217;ordine del romanzo che anzi, come ripeto, svolgono l&#8217;indagine in tempi brevi e risolvono il caso con una velocità che fa un baffo ai nostri delitti irrisolti da anni. Qui tutto è sbrigato in un momento, giusto per la durata del racconto, di poco superiore alle 100 pagine: la lettura di un pomeriggio, in fondo. Ma non c&#8217;è la nevrosi, il timore della stampa contro, il clamore dei media, le accuse dei superiori o l&#8217;ansia di protagonismo dei super avvocati. C&#8217;è un&#8217;indagine relativa a un omicidio, ci sono i dubbi e i misteri, perfino altri morti ma, non so come dire, l&#8217;atmosfera è percettibilmente diversa. È l&#8217;atmosfera che tanto ci piace ritrovare quando parliamo di Africa.<br />
Quella stessa che, probabilmente, induce a una certa malinconia l&#8217;anziano commissario quando risolve il caso e ne comprende le motivazioni. Più che un&#8217;atmosfera, una certezza: per quanto moderna possa apparire in alcuni aspetti, l&#8217;anima vera dell&#8217;Africa è destinata a restare un&#8217;anima nera e profonda, magica e terribile.</p>
<p>Se un appunto devo fare a questo libro è una certa trascuratezza nella revisione finale. Ci sono forse piccole imprecisioni nella traduzione, alcuni segni di dialogo mancanti o messi male, e altri lievi errori di stampa che creano un po&#8217; di inciampo nella lettura. Sembra un po&#8217; mandato in stampa in tutta fretta, ecco, ma tutto sommato lo si può perdonare.</p>
<p>Pare che Konaté sia uno scrittore molto apprezzato all&#8217;estero, e che di avventure del commissario Habib ce ne siano diverse, anzi, questa per la precisione è la seconda. Del Vecchio le sta pubblicando in Italia e a me sembra una bella iniziativa. Che si associa, peraltro, ad un&#8217;altra iniziativa lodevole da parte dell&#8217;editore. Come si legge sul<a href="http://www.delvecchioeditore.it/index.php?page=shop.product_details&amp;flypage=flypage.tpl&amp;product_id=35&amp;category_id=3&amp;option=com_virtuemart&amp;Itemid=14&amp;vmcchk=1&amp;Itemid=14"> sito </a>c&#8217;è una collaborazione con il <a href="www.cospe.org"><strong>COSPE</strong></a> (<em>Cooperazione per lo Sviluppo dei Paesi Emergenti</em>), a cui andrà un euro per ogni copia dei libri di Konaté venduta, per finanziare progetti di sviluppo in Africa. Mi pare bello: una volta tanto non ci si limita a guardare ai propri profitti, ma li si condivide con chi ha bisogno. Mi sento dunque di appoggiare questa iniziativa, in fondo la lettura di un afro-noir è assai piacevole, mica sono soldi buttati. E se anche non dovesse piacere, in qualche modo ci può consolare sapere che un nostro piccolo euro, in questi tempi di crisi, può avere fatto del bene. Non ci costa molto, no?<br />
Sarà per questo che ho acquistato altri libri che trattano di Africa, sotto molti aspetti, da un giovane africano nero come la notte, dal sorriso pieno di ottimismo e fiducia nel prossimo?</p>
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		<title>Gianna Manzini: “La sparviera&#8221; (1956)</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Dec 2011 05:26:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Narrativa italiana]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2011/11/Gianna_Manzini.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5294" src="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2011/11/Gianna_Manzini.jpg" alt="" width="220" height="232" /></a>Toscana (di Pistoia, dove nacque il 24 marzo 1896; morì a Roma il 31 agosto 1974), Gianna Manzini, lasciato il marito, si trasferisce a Roma, divenendo la compagna di Enrico Falqui, critico letterario tra i più noti in quegli anni. Il suo primo romanzo, “<em>Tempo innamorato”</em> è del 1928 e suscita subito l’attenzione della critica; viene recensito da Emilio Cecchi e perfino André Gide si interessa di lei. Diventa collaboratrice di “<em>Solaria”</em>. Fa anche la giornalista, soprattutto interessandosi di moda, e scrive su “<em>Oggi”</em>. Con gli pseudonimi di Pamela e Vanessa tiene una rubrica fissa su “<em>La Fiera</em><em> Letteraria</em><em>”</em>. Sarà però l’incontro con il giovane Pasolini a dare una svolta alla sua carriera letteraria, facendola uscire da un certo provincialismo che aveva contraddistinto i suoi primi lavori. Nel 1956 esce “<em>La Sparviera</em><em>”</em>, che si aggiudica il Premio Viareggio insieme con “<em>Le parole sono pietre”</em> di Carlo Levi. Del 1971 è l’altro suo importante romanzo, “<em>Ritratto in piedi”</em>, che vincerà il Premio Campiello. I due romanzi, così distanti cronologicamente, sono assai legati tra loro, riscontrando ne “<em>La Sparviera</em><em>”</em>, soprattutto nell’ultima parte, le premesse per il romanzo dedicato al padre.</p>
<p>La Sparvieraè il nome che Giovanni Sermonti, il protagonista, sin da bambino dà ai suoi attacchi di tosse: “<em>ti picchia e nessuno può aiutarti, né la mamma, né la maestra, né l’amico coraggioso più grande di te; nessuno può nemmeno punire chi ti offende e ti pesta, perché per rimpiattarsi, non gli son bastati i tuoi vestiti; t’è entrato sotto la pelle, sotto le costole.”;</em> “<em>Che nessuno gli ricordi la tosse. Lui la chiama ‘la Sparviera.’” </em>Apparentemente guarito, dopo un anno di cure, tornato a casa ha perduto gli amici; e i suoi genitori (Giuliana e Domenico), la madre specialmente (“<em>la vacca”),</em> fanno di tutto per riconquistarglieli. Sul romanzo, va notato, pesa l’esperienza negativa dei genitori dell’autrice, che si separarono, lei ancora bambina, scegliendo strade ideologiche diverse. Gianna avrà sempre caro il ricordo del padre Giuseppe, che sarà il protagonista del romanzo del 1971, “<em>Ritratto in piedi”</em>.<span id="more-480"></span></p>
<p>La scrittura cerca di riempire una solitudine. Attraverso l’uso delle frasi tra parentesi, che racchiudono voci e pensieri di altri, Giovanni non si allontana mai dalla vita. Sono i fragili contrafforti di una resistenza disperata: “<em>L’umiliazione è solitudine; è pianto senza luce”</em>; “<em>nessuno, nemmeno la sua mamma, lo sapeva aiutare.”</em></p>
<p>Eppure la vita della sua mamma è da lui, bambino ancora, analizzata puntigliosamente, tra amore ed odio, compassione e disprezzo, come se dal riuscire a decifrare l’esistenza di lei dipendesse una specie di conquista e di libertà per se stesso. Magari il miracolo della sua guarigione, la vittoria sulla Sparviera, la riappropriazione di un rapporto vivo con gli altri. Lo strumento di un tale tentativo è anche la piccola Stella Celenza, morbosamente curiosa, respinta ed accolta, in un intreccio di sentimenti contrastanti che sono rappresentativi di un percorso difficile della sua crescita e della sua formazione, “<em>sì che si sentiva respinto nel tempo in cui fra sé e gli altri rimaneva un desolato tentativo di farsi intendere.”</em> Pure la governante Ester, la “<em>sua tata”</em>, con quella mania affettiva verso il ragazzo, si raffigura come un’interprete del disagio familiare in cui Giovanni si trova costretto. Il padre Domenico si è liberato della invadenza della moglie uccidendosi; Giuliana, nonostante ciò, continua a desiderare di essere corteggiata, si sente piena di vita allorché qualcuno la osservi con una certa cupidigia. Un ammiratore le dice: “<em>Ognuno ha la sua aureola. Lei la porta all’altezza dei fianchi.” </em>Ester vede, sa, e anche Giovanni capisce che per lui questa è una iniziazione.</p>
<p>La compagnia di Stella, la sua curiosità di vedere risvegliata nel coetaneo la terribile Sparviera (<em>“Ti faceva male, vero?”</em>), rendono il romanzo assai vibratile nella commistione di introspezioni diverse che, pur appartenendo distintamente a ciascuno degli adulti e a ciascuno dei ragazzi, finiscono per unirsi in uno scintillio di nervature che percorrono, in una sorprendente e rara unità, tutti i personaggi. È la dote più preziosa che ci porta in dono la scrittura di questa autrice: l’abile tessitura, ossia, di una personale esperienza dolorosa che riesce a trasformarsi in una universale coralità di sentimenti.</p>
<p>La tosse convulsiva acquista sempre di più il significato di una metafora della lotta per la vita: di un’inquietudine che, come una nera caligine nascosta in tutti gli esseri umani, ogni tanto affiora a rendere cupa e contrastata l’esistenza.</p>
<p>C’è un momento in cui, guarito e cresciuto, il brutto anatroccolo diventa cigno: “<em>il ragazzo dovunque più ricercato e più festeggiato.”</em> Va a scuola di recitazione ed è uno dei più bravi. L’accompagna Marisa, a cui è sentimentalmente legato. Ma a sorpresa un giorno vi incontra Stella, attrice anche lei, brava, alta e bella.</p>
<p>La Manzinisi dilunga sulle prove di teatro che i tre svolgono, e quel palcoscenico diventa il prolungamento della vita, o meglio il tentativo di capire e di appropriarsi della vita. Le parole recitate assumono un significato esaltato ed onirico, in cui vengono trasferiti i dubbi e le insicurezze, le volubilità dei sentimenti e la paura di essi, i cui enigmi, prima nascosti ed opprimenti dentro di noi, danno l’illusione di schiudere nuove frontiere sconosciute. Tutto affiora in superficie, come uno srotolarsi confuso ed irruento, che, nel mentre spaventa, suscita la passione e l’ardire di una scoperta nuova. La Sparvieraè anche tutto questo e non appartiene, a questo punto, soltanto a Giovanni, ma, uscita da lui, si è rivelata, e si è dilatata negli altri. Non appare azzardato collegare queste scene dell’infanzia alla presenza, in casa di Giovanni, adulto e sposato, di “<em>una vetrina che proteggeva un teatrino con burattini d’ogni specie e paese”</em>, come se venissero da lì, da quel futuro sconosciuto e imbalsamato per sempre, i movimenti e le voci della fanciullezza.</p>
<p>È il momento in cui la scrittura si abbandona all’esaltazione e al sogno (“<em>riusciva ad attraversare mare e monti, ammucchiando il tempo in grandi falò.”)</em>, e Giovanni trasfigura persone e cose, con una trafittura che fa di Stella e di Marisa, le donne intorno alle quali volteggiano le sue fantasie amorose (vivrà con Marisa un matrimonio infelice, sempre posseduto dalle immagini di Stella), le proiezioni della propria malattia: “<em>Io sono aspettato. In mille modi sono aspettato.”</em></p>
<p>Il presente si è trasformato in ricordo, al punto che il futuro sembra in qualche modo annientato da un movimento che lo invade e non gli permette altro che tornare sempre all’inizio, a quei giorni in cui Stella lo interrogava e voleva sapere tutto della Sparviera: “<em>certe sue innamoranti maniere, certa festevolezza, certo gioco, il suo gran gusto di vivere, dipendevano da un continuo riferirsi a lei, forse da un continuo vederla davanti a sé.”</em></p>
<p>Oltre che la storia di un’invadente malattia (la stessa dell’autrice), corporale e spirituale a un tempo, il romanzo è anche la storia di un grande amore e di una disperata solitudine, e ciò proprio nel momento in cui Stella e la Sparviera(“<em>A Stella sì che sarebbe stato possibile”)</em> si congiungono e si uniscono a Giovanni nel “<em>cerchio d’un’accoglienza senza ritorno.”</em></p>
<p>Anche la moglie Marisa, così rassegnata e triste, così messa in ombra dalla bellezza di Stella, finirà per essere assorbita nello stesso grande amore: “<em>Io ho scelto te.”</em>, le dirà. E ancora: “<em>Le carezze più gravi e più profonde le conosce soltanto la moglie che ha perdonato.”</em></p>
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		<title>Domenico Giuliotti: “Raccontini rossi e neri&#8221; (1937)</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 05:10:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Narrativa italiana]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2011/10/domenico_giuliotti.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5119" src="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2011/10/domenico_giuliotti.jpg" alt="" width="150" height="321" /></a>Definito da Giuseppe Prezzolini “<em>cattolico belva”</em> per il suo cattolicesimo mistico e intransigente, polemista appassionato e irruento, amico di Giovanni Papini (insieme al quale scrisse “<em>Dizionario dell’omo salvatico”</em> – nel senso di “uomo che si salva” -, 1923) e di Federico Tozzi (si parla di una influenza reciproca), Giuliotti fu un protagonista della letteratura del primo Novecento. Alcune sue opere: “<em>L’ora di Barabba”</em>, del 1920, che resta forse il libro più celebre; “<em>Tizzi e fiamme”</em>, del 1925; “<em>Polvere dell’esilio”</em>, del 1929; “<em>San Francesco”</em>, del 1932; “<em>Il ponte sul mondo”</em>, del 1932; “<em>Le due luci: santità e poesia”</em>, del 1933; “<em>Il merlo sulla forca: Francesco Villon”</em>, del 1934; “<em>Pensieri di un malpensante”</em>, del 1936; “<em>Jacopone da Todi”</em>, del 1939; “<em>Penne, pennelli, scalpelli”</em>, del 1942. Fu anche poeta.</p>
<p>“<em>Raccontini rossi e neri”</em> è del 1937.</p>
<p>I racconti, dalla scrittura ancora piacente, leggera e limpida, mostrano un Giuliotti un po’ diverso, lontano dalle sue furie di vigoroso polemista; desideroso, al contrario, di una apertura alla vaghezza e al sogno, anche se, come avverte lo stesso autore nella premessa, coltivati sul filo dell’abisso.</p>
<p>Ambientati talvolta in un’epoca lontana, eroica e leggendaria, essi ci lasciano intuire una vocazione intima, cullata forse da sempre e resa finalmente nell’età adulta (era nato a Luciana, nei presso di Terrazzano, nel 1877; morì a Greve in Chianti nel 1956), quando la forte esperienza della vita lo conduce ad una aspirazione meno compromessa e più fantasiosa.</p>
<p>Fatti che appartengono al mito &#8211; simili ai tanti ereditati dalla classicità &#8211; e al mondo della favola, sono narrati con la chiave di chi si proponga di aprirci le porte di una verità nascosta dalla polvere invadente dell’apparenza. Alessandro il Grande, Pipino il Breve (del quale scrive &#8211; è anche un esempio del suo stile brillante -: “<em>Quand’ebbe vent’anni diventò re e prese moglie. Gli appiccicarono un graticcio che non gli faceva figlioli. E a lui, per l’appunto, come re, i figlioli gli ci volevano.”</em>, e in riferimento al cui matrimonio si narra della sventurata Berta, figura che assomiglia un po’ a Biancaneve e un po’ a Cenerentola), il rapimento di Calliroe per sacrificarla a Bacco, e così via, sono più che l’espressione di una storia; sono il sogno che si dibatte per liberarsi delle ombre e prendere il volo sopra la stessa vita.<span id="more-457"></span></p>
<p>È la differenza che si dispiega tra questi racconti e il mito classico paganeggiante; tra questi racconti e le fiabe nonché le novelle che abbiamo imparato a conoscere, nelle quali la sapienza popolare si limita a riprodurre il mondo della fantasia assumendolo in un’altra dimensione, e mai come aspirazione che invochi da noi lo sguardo, complesso e rivelatore, verso il cielo.</p>
<p>Il racconto del pirata Annibale Foravento, che non riesce a farsi assolvere dai suoi peccati da nessun confessore, tanto sono terribili, è un esempio: “<em>Ci si pente d’essere stati birbanti, si vuol ritornare all’ovile, si sa che il Signore compatisce e perdona, e poi si trovano certi ministri di Dio che nel posto del cuore ci hanno un sasso.”</em></p>
<p>Anche Orosio, da ricco diventato povero, cade nelle grinfie del diavolo tentatore a cui cede la sua ombra, riuscendo solo all’ultimo a redimersi.</p>
<p>Giuliotti, da cattolico radicale, disegna in taluni suoi personaggi i peggiori lutti e le più abiette perversioni dell’anima, per poi lasciarla assolvere, anche se non sempre (come avviene al re Leonbruno protagonista del racconto “<em>La camicia della felicità”</em>),  dalla redenzione.<em></em></p>
<p>La sua scrittura rimane così gradevole e lieve che non eccede mai nella pedanteria e nel moralismo ad ogni costo, lasciandosi perfino apprezzare per le sue composte fantasie: “<em>E ora state a sentire il fatto d’un Califfo che successe in quella medesima città nell’anno Domini 1225.”</em> La città è Bagdad che “<em>aveva, se le storie non son favole, più di due milioni di abitanti”</em>, dove un Califfo pretende che i centomila cristiani che la abitano dimostrino, pena la morte, la verità delle parole del Vangelo, secondo le quali un piccolo granello di fede può smuovere una montagna<em>.</em> Sarà un ciabattino di nome Voka, “<em>il più povero, il più umile, il più disprezzato degli uomini.”</em> che, tra le tante preghiere, conosceva solo l’Ave Maria, a toglierli dall’impiccio. Giuliotti non si sottrae a qualche arditezza stilistica: “<em>questa ragazzina era tanto bella, che bella come lei non ce n’era un’altra chi l’avesse cercata in tutto il mondo”</em>. Si tratta della figlia del re Melanione e della regina Telesfòra, personaggi che appartengono al racconto “<em>L’oca filomèla”.</em></p>
<p>Un’atmosfera orientaleggiante, da “<em>Le mille e una notte”</em>, o da sinistro Rinascimento (si veda lo studio dell’astrologo in “<em>Crepi l’astrologo”)</em>, pervade molti racconti, che sono tributari tutti, comunque, di una tradizione favolistica tanto antica quanto diffusa nel mondo, così che le suggestioni che trasferiscono su di noi, striate di sentimenti e coloriture diverse, rendono ampio ed universale quel senso di redenzione e di scioglimento nella fede che li ispira. Dice un povero mendicante ad una giovane fornaia che ha paura di fargli la carità per non incorrere nel taglio delle mani ingiunto dal cattivo re Alì: “<em>Sorella, più su del Re c’è Dio, non aver paura.”</em></p>
<p>Una particolare attenzione viene posta dall’autore ai nomi dei suoi personaggi, tutti in grado di dare il sapore di antico e anche di qualcosa che si trovi collocato altrove, in un altro tempo e in un altro spazio: Orosio, Perenta, Campriano, Lucippo (questi ultimi tre, protagonisti di un esilarante racconto, “<em>Il merlo e gli allocchi”, </em>in cui la figura dell’astuto Campriano può stare alla pari di un Ligurio del Machiavelli, o di un Volpone di Ben Jonson, i primi che vengono in mente), Meo e Mea, Crisalide, Pelòpida l’astrologo, Iduina, Teofilo e Polissena (del racconto “<em>La pianta di ginepro”, </em>che tratta boccaccescamente della fedeltà scostante della donna).</p>
<p>Non mancano parole e espressioni del popolino, che ravvivano la scrittura di una fiamma scoppiettante: <em>“ebbi dicatti”, “a saccaceci”, “arrenava le posate”, “se lo pigliava addio pinco”, “farne paniccia”, “capì la ragia”, “quando potevan buscare un seccarello era bazza”, “tirar l’aiòlo”, “scodettava come una cutrettola”, “fare un taccio”, “credette d’averla morta”, </em>“<em>ronchiò”, “filiggine”, “abbacare”, “sdarsi”, “citta”, “miscela”, “pulime”, “tarpano”, “gazzilloro”, “doccio”, “difraschìo”, “zughi”, “strolago” “cicollottola”, “formicola”, “scafarda”, “rusignoli”, “qualcosellina”, “mangani”, “biccicucca”, “granfie”.</em></p>
<p>La storia di Guerrino che nel suo viaggio affronta giganti e mostri, la quale ha anch’essa le sue radici molto lontano, è proprio dalla briosità della scrittura, dalla sua limpidezza e fiorentinità che mantiene ancora oggi tutto il suo incanto e la sua bellezza. Nella favola delle due mosche incontentabili, la mosca femmina, nel frattempo trasformata dall’uccellino azzurro in leonessa (è ancora una volta – una caratteristica delle favole &#8211; il genere femminile a mostrarsi ambizioso oltre ogni misura: “<em>Ciò che donna vuole Dio lo vuole”</em>), non esita a chiedergli nuovamente un favore, anche per il marito: “<em>C’è venuto a noia d’esser leoni: si vorrebbe diventare omini; cioè io donna e lui omo. Si pole?”</em>. Come non ricordare che l’uccellino azzurro è l’uccellino de “<em>Il giardino della felicità”</em> (“<em>The blue bird”)</em>, un film delizioso di George Cukor, del 1976, interpretato da Elisabeth Taylor, la mamma di Mytyl e Tytyl, i bambini creati nel 1908 dalla fantasia di Maurice Maeterlinck?</p>
<p>Un altro esempio della cura con cui ci offre la sua fiorentinità: “<em>Già, se la fosse stata innamorata davvero, lui un sarebbe andato a farsi strolagare e via discorrendo.”</em></p>
<p>Giuliotti è un raccontatore ammirevole per il piacere, il gusto e il divertimento che sa trasmettere. Al drago, contro cui combatte Guerrino, è rimasta solo la testa, essendo state recise con la spada tutte le altre parti: “<em>e quando infine a quella bestiaccia  non rimase che la sola testa con le fauci spalancate e la lingua fuori, Guerrino gli chiappò la lingua e, postogli un piede sul capo, con uno strattone glie la svelse come chi sbarba una rapa.”</em></p>
<p>Anche personaggi della storia come Santa Caterina da Siena e il feroce capitano di ventura Giovanni Aguto (l’inglese Giovanni Hawkwood), oppure Dionigi, il tiranno di Siracusa, vengono assunti dal favoleggiatore a protagonisti di leggende. Questi passaggi da una ambientazione all’altra, da un’epoca ad un’altra, da un tema ad un altro tema (si entra perfino nel mondo degli animali e degli insetti come in Esopo e inLa Fontaine), dànno modo di fare una ulteriore annotazione, ossia che il Giuliotti sa plasmare la sua scrittura alle novità narrative che affronta, così che la raccolta riesce a trasmetterci molte variegate suggestioni, risultando avvincente e portentosa.</p>
<p>A proposito della condanna che Dionigi, tiranno di Siracusa, decreta a carico di Filossène, colpevole di non aver apprezzato i suoi versi, gli amici che vanno da lui ad implorarne la grazia, così concludono, dopo aver tessuto le lodi di Filossène: “<em>Sarebbe dunque un peccato che lo faceste amputare anche solo della testa.”</em></p>
<p>Il libro (il cui valore, in vero, è tutto concentrato nella prima parte) ne ha, a seguire, altre due, una delle quali, molto breve, intitolata “<em>Intermezzo sentimentale”,</em> è dedicata alla memoria. Vi troviamo la descrizione, attraverso appunto il ricordo, di un tram chiamato “<em>Mangiacarbone”</em> che faceva servizio nella città di Firenze “<em>sotto il placido regno di Umberto I”,</em> sostituito dall’autobus.  La seconda parte, “<em>Mostra del Santaio”,</em> è agiografica e legata strutturalmente alla prima, di cui può considerarsi un’appendice. Conserva la stessa freschezza e lo stesso timbro affabulatorio, infatti (si vedano, come esempi, l’incipit di “<em>Leggenda di San Venceslao</em>” e quello di “<em>Uno strano martire”</em>). Vi si narra di episodi che hanno riguardato la vita di alcuni santi: San Martino, San Cristoforo, San Venceslao, Sant’Antonio da Padova ed altri &#8211; tra cui uno pressoché sconosciuto ed invece assai eroico e originale, San Foca, vissuto nel IV secolo &#8211; che la tradizione religiosa ha tramandato per secoli e che oggi appaiono dimenticati. A Sant’Alessio dedica una composizione in versi e a Sant’Antonio da Padova un misto di prosa e di versi.</p>
<p>Al riguardo dei santi, un’opera più ampia verrà scritta nel 1958 da Piero Bargellini, con il titolo “<em>Santi del giorno”</em>, in cui, in modo più riassuntivo, e con qualche variante (non vi appare, nell’edizione Vallecchi del 1977, ad esempio, San Pacomio, ex soldato divenuto monaco, vissuto in Egitto nel IV secolo, e Santa Pelagia, del V secolo, donna bellissima, secondo la narrazione, non sempre accolta, di San Giovanni Crisostomo) ritroveremo alcuni degli episodi riportati da Giuliotti.</p>
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		<title>Bottega rewind: Sono l&#8221;ultimo a scendere, di Giulio Mozzi</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Nov 2011 01:15:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antoniolamalfa</dc:creator>
				<category><![CDATA[bottega-rewind]]></category>
		<category><![CDATA[Narrativa italiana]]></category>

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		<description><![CDATA[di Antonio La Malfa Anch&#8217;io, come Ramona nel post precedente, ripropongo la mia lettura del libro di Giulio Mozzi uscito prepotentemente alla ribalta in questi giorni. Complimenti a Giulio. Voglio pensare alla vita come ad un&#8217;avventura unica ed irripetibile, per questo preziosa. La mia vita consiste, al momento, in un viaggio durato quarantotto anni, e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=bottegadilettura.wordpress.com&amp;blog=10046247&amp;post=468&amp;subd=bottegadilettura&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://bottegadilettura.files.wordpress.com/2011/11/bottega-rewind111.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-470" title="bottega-rewind11" src="http://bottegadilettura.files.wordpress.com/2011/11/bottega-rewind111.jpg?w=300&#038;h=102" alt="" width="300" height="102" /></a> <a href="http://viaggioinbici.blogspot.com/">di Antonio La Malfa</a><br />
<a href="http://bottegadilettura.files.wordpress.com/2011/11/biliardino20giu-to.jpg"><img class="size-medium wp-image-471 alignleft" title="Giulio Mozzi che pensa alla pubblicazione di &quot;Sono l'ultimo a scendere&quot;" src="http://bottegadilettura.files.wordpress.com/2011/11/biliardino20giu-to.jpg?w=300&#038;h=199" alt="Giulio Mozzi che pensa alla pubblicazione di &quot;Sono l'ultimo a scendere&quot;" width="300" height="199" /></a></p>
<p><em>Anch&#8217;io, come <a href="http://bottegadilettura.wordpress.com/2011/10/30/bottega-rewind-sono-lultimo-a-scendere-e-altre-storie-credibili-di-giulio-mozzi/">Ramona nel post precedente</a>, ripropongo la mia lettura del libro di Giulio Mozzi <a href="http://vibrisse.wordpress.com/2011/10/30/comunicato-stampa-n-2064-del-29-10-2011/">uscito prepotentemente alla ribalta in questi giorni</a>.</em><br />
<em> Complimenti a Giulio.</em></p>
<p>Voglio pensare alla vita come ad un&#8217;avventura unica ed irripetibile, per questo preziosa.<br />
La mia vita consiste, al momento, in un viaggio durato quarantotto anni, e spero di viaggiare ancora per qualche decennio. Ho l&#8217;impressione &#8211; perdonatemi se parlo di impressioni non sufficientemente suffragate da fatti, chiamate pure questa recensione col suo vero nome: una chiacchiera da bar &#8211; di vivere in un&#8217;era in cui le cose cambiano rapidamente, e cerco, qui e adesso, di vivere al meglio tali cambiamenti, senza demonizzarli; non voglio pensare a questi cambiamenti come un processo perverso di perdita &#8220;di valori&#8221; &#8211; yawn! -, di ideali, di relazioni, no.</p>
<p>Anche nella ma vita privata in questi ultimi otto anni ho vissuto e sto vivendo molti cambiamenti sostanziali senza precedenti rispetto ai miei precedenti periodi della vita, senza libretti di istruzioni che mi suggeriscano come io debba comportarmi. Vorrei riuscire a guardare alcuni di questi cambiamenti con uno sguardo stupito(a certain grain of stupidity, per dirla alla Flannery O&#8217; Connor) e coglierli come delle opportunità invece di stracciarmi le vesti.<br />
Anche il mio modo di leggere &#8211; e questo non è un aspetto secondario della mia vita &#8211; è cambiato.<br />
L&#8217;avvento dei blog, dei diari personali nel web è stato determinante per questo cambiamento verificatosi, per quanto mi riguarda, dal 2003 a questa parte. Per cinque giorni alla settimana lavoro nove-dieci ore al giorno, e dunque il mio tempo a disposizione per leggere è un tempo limitato, un tempo spesso rubato ad ore di sonno.<span id="more-468"></span><br />
Dicevo, dunque, che il mio modo di leggere è cambiato: ho diminuito il tempo per leggere libri(faccio comunque salti mortali per continuare a leggerli) e ho creato un tempo nuovo per frequentare il mondo del web. In genere &#8220;sfoglio&#8221; quotidianamente le pagine on-line di due quotidiani, partecipo attivamente ad una mailing list che si occupa di racconti e poesie, e leggo, &#8211; a volte commento &#8211; alcuni blog.<br />
Nel mio viaggio personale, dai cinque ai quarantuno anni ho sempre letto nella stessa modalità: libriccini, fumetti, giornali, libri che divoravo nel mio tempo libero. Da sette anni a questa parte la mia lettura cartacea viene vissuta in coabitazione con la rete. E proprio questo libro è un felice esempio di un&#8217;avventura vissuta a metà tra la rete e la carta. Il libro è inedito, ma senza che Giulio mi avesse inviato le bozze, conosco tutti i racconti del libro(c&#8217;è solo qualche piccola differenza, un editing molto conservativo e qualche titolo variato), perfino le considerazioni finali che Giulio aveva pubblicato on-line alcuni giorni prima che uscisse il libro. E&#8217; per me un&#8217;esperienza senza precedenti. Scrivere questo commento è un aspetto piacevole di questa esperienza. E leggere il libro è stato come ricordare questi anni: ogni pagina è un periodo per me diverso, una data diversa, un segnalibro della mia esistenza. Alcune volte, insieme con <a href="http://cletus19.blogspot.com/">Cletus</a>, ci siamo divertiti a prolungare i post di Giulio, immaginandoci finali grotteschi, paradossali, forse di dubbia riuscita, ma che importa? Per noi è stato un gran divertimento.<br />
La scrittura di Giulio è per me attraente, nel senso più antico del termine, come una calamita che attira a sé i metalli circostanti. Mi ha attratto nel 2003 e ne sono rimasto piacevolmente invischiato, me ne guardo bene dal liberarmene, così come il metallo non cerca di cambiare la sua natura.<br />
Fine della premessa.<br />
Ora mi addentro nel libro e vorrei, in modo pedante come potrebbe fare lo stesso Giulio, partire da un&#8217;incongruenza &#8211; per il mio modo di vedere &#8211; che ho riscontrato nel racconto: &#8220;Ehi, quel giovane!&#8221; a pagina 98.<br />
Si narra: &#8220;&#8230;mi avvio verso la barriera. &#8220;Ehi, fermo là!&#8221; grida l&#8217;edicolante. Lo sento, ma non mi fermo: perché penso non sia per me. &#8220;Ehi, tu, con lo zaino!&#8221;grida l&#8217;edicolante. Mi strattona. Mi fermo. Mi volto. Lo guardo&#8230;&#8221;Non ho preso niente&#8221; ripeto. L&#8217;edicolante sparisce, passa per dietro, esce dall&#8217;edicola. Mi fronteggia.&#8221;<br />
Ora, io credo che non sia possibile che l&#8217;edicolante possa strattonare Giulio e poco dopo uscire dall&#8217;edicola, tenendo anche conto del fatto che Giulio si è anche un poco allontanato dall&#8217;edicola stessa; dunque, per strattonarlo, l&#8217;edicolante deve essere già fuori dell&#8217;edicola. Fine della pedanteria. Questa pedanteria è anche un auspicio: la prima edizione terminerà in fretta, e vorrei vedere nella seconda come sono andate effettivamente le cose&#8230;<br />
Segnalo i racconti per me più significativi.<br />
A pagina 101, &#8220;Incontro&#8221;, si narra della perdita di identità, nel senso che per tre volte nel giro di pochi anni, Giulio ha subìto tre furti con relativa perdita della carta di identità. Dopo un serrato ed esilarante botta e risposta tra due poliziotti e Giulio, uno dei due agenti conclude: &#8221; Giuse&#8217;, andiamo. Che questo qui è filosofo.&#8221;<br />
Si continua a parlare di identità nel racconto &#8220;Da firmare&#8221; a pag.107, nel quale il postino vuole far firmare a tutti i costi a Giulio il rifiuto o l&#8217;accettazione di un plico indirizzato a &#8220;Giulio Miozzo&#8221;. La tesi di Giulio/signor Veneranda, in poche parole, è la seguente: &#8220;non essendo io il destinatario del plico, non posso né rifiutarlo né accettarlo; insomma, non posso apporre la firma nel quaderno del postino, solo Giulio Miozzo potrebbe farlo.&#8221; Non fa una piega.<br />
A pagina 118, &#8220;Telefono, vita&#8221; ci offre la prospettiva di una telefonista di un call-center che mette Mozzi in un vicolo cieco, di fronte ad una domanda a cui Giulio non può rispondere. Giulio vorrebbe tornare indietro, ma questo non è possibile, come a volte anche nella vita &#8211; e non solo in un questionario &#8211; avviene. Il finale spiazza e rovescia la logica comune.<br />
A pagina 132(&#8220;Una felicità terrena&#8221;) e a pagina 138(&#8220;Saluto&#8221;) il tono cambia drammaticamente. Da lieve ed esilarante, si passa ad un registro grave come quello che si apre quando si parla di una persona cara che è morta. Si legge a pagina 134: &#8220;Niente alle spalle, è tutto presente, presente, presente. L&#8217;impossibilità di soffermarsi, come sembra desiderare il narratore, sulla persona scomparsa, ci sono i mille impegni affastellati della giornata che chiamano. E a pag.140: &#8220;Anche dell&#8217;ammazzarsi, avevamo parlato. Ne avevamo parlato per quasi un mese, incontrandoci o telefonandoci tutti i giorni: per ore e ore.&#8221; Il diario quotidiano fatto di storie credibili improvvisamente ci mostra un narratore ossessionato dall&#8217;idea della morte, dall&#8217;umore ondivago, fatto di luci o ombre. Chiaroscuri, direi, disegnati con matita morbida su carta ruvida.<br />
&#8220;Corridoio&#8221; a pag.140 ci insegna come non farsi riconoscere dai sensori utilizzati per accendere la luce nei corridoi e nei bagni. Pian piano viene fuori un manuale di sopravvivenza metropolitana del terzo millennio.<br />
A pagina 149(&#8220;6.43&#8243;) si ribadisce il problema dell&#8217;identità, un po&#8217; pirandelliano: scopriamo che in Italia ci sono 42 dottor Mozzi e tanti altri Mozzi che non sono dottori. La voce telefonica femminile è interessata ad un Mozzi specifico, e a nessun altro, per ovvie questioni sentimentali.<br />
A pagina 158(&#8220;Duro&#8221;) si parla di adulterio, visto però con uno sguardo particolarmente originale.<br />
&#8220;Precisamente&#8221;, a pagina 184, ci mostra un Mozzi addormentato che deve vedersela a singolar tenzone con un controllore altissimo; un controllore altissimo che, ahilui, decide di manomettere un oggetto di proprietà di Giulio con il nobile intento di non svegliarlo. Lui non sa che il signor Veneranda si risveglia senza alcun preavviso.<br />
A pagina 195(&#8220;Solo voi&#8221;) c&#8217;è il mio racconto preferito. Non vi anticipo niente, voglio solo aggiungere che mi piacerebbe idealmente inserire, nelle battute finali del racconto, una colonna sonora cantata da coro gospel in chiesa battista(come Jack &#8211; John Belushi &#8211; in una memorabile scena del film The Blues Brothers).<br />
In &#8220;Dichiarazione d&#8217;errore&#8221;(pag.205) si apprende, dal ministero dei Beni Culturali, che &#8220;le macchine non possono emettere dichiarazioni, e pertanto non è possibile emettere dichiarazioni a nome di una macchina&#8221;. Una specie di comma 22, il tormentone di &#8220;Sturmtruppen&#8221; dell&#8217;indimenticato fumettista Bonvi.<br />
A pagina 216(&#8220;Futures&#8221;) un signore magro allestisce una breve lezione di economia applicata, concludendo: &#8220;Vede? Siamo nel tempo della New Economy, eppure siamo tutti tarati sull&#8217;Old&#8221;.<br />
Per &#8220;Brào&#8221;(pag.217) copioincollo il commento buonista che scrissi al tempo in cui questo racconto apparve sul sito:</p>
<p><em>&#8220;Non so se sia vero o no. Ipotesi 1: è vero. Beh, mi ha smosso qualcosa dentro(politically correct per dire commosso); nel mondo non sono tutti stronzi, gli africani sono più consapevoli dei loro diritti. Cose, del resto, cui credo indipendentemente dal fatto che questo post sia vero.</em><br />
<em> Ipotesi 2: non è vero. Mi fa piacere che Giulio si inventi delle storie con esiti improbabili, ma &#8211; a mio avviso &#8211; auspicabili. In effetti, se è l&#8217;immigrato a dire: &#8220;Guarda che chiamo la polizia&#8221;, qualcosa è cambiato. E&#8217; questa la cosa che mi ha fatto impressione. Posted by: Toni at 17.01.06 11:57</em><br />
<em>  Per Toni: 1. Posted by: giuliomozzi at 17.01.06 12:26&#8243;</em><br />
A pagina 242(&#8220;Solsorio&#8221;) un mostro intergalattico si avvicina a Giulio, e dopo avergli chiesto un&#8217;informazione, si lancia in una perla di saggezza relativa al fatto, per certi versi paradossale, che il carnevale è un&#8217;esperienza che va vissuta molto seriamente.<br />
In &#8220;Bigliettazione&#8221;(pag.247) ci si imbatte in un controllore brizzolato che potrebbe non far pagare a Giulio un supplemento di biglietto &#8211; inscenando un atto di disobbedienza civile &#8211; solo nel caso che Giulio appartenga ad una particolare categoria di persone: proletario, immigrato sans papier, africana incinta, omosessuale, transessuale. Niente da fare: l&#8217;eterosessuale borghese non operato europeo Giulio Mozzi è costretto a pagare il supplemento.<br />
Credo che l&#8217;operazione fatta da Giulio sia questa: aver innestato su parte della sua vita quotidiana sapienti dosi di surreale, di paradossi, di equivoci portati alle estreme conseguenze, conditi di logica ferrea e arte retorica. La ricetta di questo libro potrebbe assomigliare a qualcosa del genere, ma solo giuliomozzi, il suo narratore nascosto, è in grado di ottenere dei risultati così ragguardevoli.</p>
<p><a href="http://viaggioinbici.blogspot.com/">Antonio  La Malfa</a></p>
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			<media:title type="html">Giulio Mozzi che pensa alla pubblicazione di &#34;Sono l&#039;ultimo a scendere&#34;</media:title>
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		<title>Bottega rewind: Sono l&#8217;ultimo a scendere (e altre storie credibili), di Giulio Mozzi</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Oct 2011 17:32:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ramona</dc:creator>
				<category><![CDATA[bottega-rewind]]></category>
		<category><![CDATA[Narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Mozzi]]></category>
		<category><![CDATA[Premio letterario “Leonilde e Arnaldo Settembrini – Mestre]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono felice di apprendere che il 29 ottobre 2011 questo libro, edito da Mondadori nel 2009, ha vinto il Premio letterario “Leonilde e Arnaldo Settembrini – Mestre”, giunto alla sua 49.ma edizione. Avevo a suo tempo letto il libro e ne avevo parlato nel mio vecchio blog, ma questo è stato cancellato dal gestore senza [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=bottegadilettura.wordpress.com&amp;blog=10046247&amp;post=464&amp;subd=bottegadilettura&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Sono felice di apprendere che il 29 ottobre 2011 questo libro, edito da Mondadori nel 2009, ha vinto il Premio letterario <strong>“Leonilde e Arnaldo Settembrini – Mestre”</strong>, giunto alla sua 49.ma edizione. Avevo a suo tempo letto il libro e ne avevo parlato nel mio vecchio blog, ma questo è stato cancellato dal gestore senza un bah, perdendo di fatto tutto quanto vi era contenuto. In questa occasione voglio riproporre la mia lettura, con i miei complimenti all&#8217;autore.</em></p>
<p><a href="http://bottegadilettura.files.wordpress.com/2011/10/sono_ultimo_scendere1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-466" title="sono_ultimo_scendere" src="http://bottegadilettura.files.wordpress.com/2011/10/sono_ultimo_scendere1.jpg?w=450" alt=""   /></a>Non mi sarei mai persa questo libro, che già dal titolo sento così vicino a me. Anche io, infatti, sono sempre l’ultima a scendere. Non tanto nella pratica: nei miei viaggi in treno infatti sono la prima ad appressarsi alla porta, sia nel salire che nello scendere; questioni ormai note di lentezza da bradipi e di imbranataggine nel trasportare il bagaglio, di solito sproporzionato, mi suggeriscono di prendermi per tempo, onde evitare di essere linciata dalla folla viaggiante.</p>
<p>Piuttosto sono sempre l’ultima a capire come stanno le cose, l’ultima a entrare nella realtà, persa in un mondo contemplativo e fantasioso: l’ultima in tutto, quella che cade sempre dalle nuvole.<span id="more-464"></span></p>
<p>E dunque, un titolo intrigante come quello del recentissimo libro di Giulio Mozzi, non avrebbe mai potuto non invogliarmi, anche se il senso, in questo caso, vuole essere un altro.</p>
<p>O no?</p>
<p>Comunque non basta certo un titolo a conquistare un lettore. E non basta, spesso, neppure l’amicizia con l’autore.</p>
<p>Un libro deve saper colpire e affondare, nel bene e nel male. Nel senso che deve saper lasciare un segno, una risata, una riflessione, un dolore, in chi lo legge. E finora mai un testo di Mozzi è passato sotto ai miei occhi senza lasciare un solco.</p>
<p>Io questo libro lo leggevo da prima che nascesse.</p>
<p>Lo leggevo sotto forma del diario pubblico, cioè online, di giuliomozzi (come lui ama firmarsi). Lo leggevo tutti i giorni, da quando ne ero venuta a conoscenza.</p>
<p>E in effetti <em>Sono l’ultimo a scendere (e altre storie credibili)</em> non è che un estratto di quel diario in rete, un tentativo di ricavarne il meglio di. Ma è così difficile fare una cernita di anni di aneddoti, personaggi, gag e quant’altro, che secondo me si può parlare proprio solo di tentativo. Moltissima altra vita è rimasta nelle pagine virtuali di quel diario pubblico, e come si può dire che non avesse meritato anch’essa di finire in carta?</p>
<p>Per tornare al diario.</p>
<p>Un diario dovrebbe aiutarti a capire di più la persona che lo scrive. Io lo leggevo per capire meglio la personalità di uno scrittore, conosciuto per caso, che stava diventando un amico. Così come ho letto in seguito molti dei suoi racconti. Ma mentre i racconti, che pure contengono una notevole traccia dell’anima di chi li ha scritti, hanno una struttura narrativa spesso lunga e complessa, che portano all’introspezione, alla riflessione, al riconoscimento di sentimenti a volte dolorosi per entrambi, per chi scrive e per chi legge, il diario pubblico aveva, ha, una forma completamente diversa.</p>
<p>Vi sono descritti, con amabile umorismo, fatti di ordinaria e oggettiva quotidianità, che nulla hanno di ordinario né di oggettivo.</p>
<p>C’è la vita ordinaria e straordinaria di uno scrittore che per vivere fa il consulente editoriale per una casa editrice e partecipa a innumerevoli convegni e corsi in giro per l’Italia, spostandosi solo con treni e pullman. Questo mestiere bello e difficile lo porta a contatto con una umanità quanto mai variopinta e assurda, che ha talmente tanto dell’impossibile, che ti viene da pensare che non può che essere inventata.</p>
<p>E può darsi che lo sia, inventata, almeno in parte, come spiega lo stesso autore nella post-fazione. Tuttavia c’è anche del vero, sostiene Mozzi, così inframmezzato alla finzione che non si riesce a distinguere le due cose.</p>
<p>Io so che è davvero così.</p>
<p>Di viaggi in treno sono maestra anch’io, sono per così dire nata su un treno, essendo figlia di un capotreno. E da quando ho cominciato a spostarmi da sola, da quando ho cominciato ad osservare la gente e a considerarla fonte inestinguibile di materia prima per una narrazione (e da ben prima di entrare inpuntadipiedi nel mondo letterario), so perfettamente che certe cose succedono realmente, o possono accadere, e certi personaggi esistono sul serio, o possono esistere. Li puoi incontrare da un momento all’altro, o forse li hai già incontrati in uno qualunque dei tuoi viaggi. Basta solo saperli guardare con occhi diversi, meno prosaici, liberare la fantasia e colorare con pastelli personali ciò che accade, le facce che incroci.</p>
<p>E loro vivono.</p>
<p>Chi è che non ha mai avuto a che fare, com’è raccontato ironicamente nel libro, con ragazzi poco educati che sbraitano parolacce al telefonino rendendo tutti partecipi dei fatti loro? Chi non ha mai incontrato un controllare pignolo, o uno chiacchierone, o uno equivoco, o uno nervoso? E qualcuno ha mai visto una persona alimentata tramite PEG (sondino in pancia) durante un viaggio in treno? No?</p>
<p>Strano.</p>
<p>E due poliziotti di nome Giusè e Tonino, un po’ severi un po’ comprensivi che a forza d’incontrarti e chiederti i documenti finiscono per confidarti i loro umanissimi problemi?</p>
<p>Nessuno li ha mai incontrati?</p>
<p>Eppure esistono.</p>
<p>D’altro canto chi non ha mai incontrato un compagno di viaggio come il Giulio Mozzi protagonista del diario (alter ego irresistibile di quello vero), così amorfo, quasi in preda ad uno stupor psichiatrico, che interpellato risponde a una domanda con altre domande, polemico tranquillo senza neppure volerlo essere, e che perfino nella gentilezza risulta talmente scostante da far innervosire il proprio interlocutore?</p>
<p>Vabbè, forse, e per fortuna, non ce ne sono poi tanti, di personaggi come questo Giulio… ma io non escluderei d’incontrarne, prima o poi.</p>
<p>Questo fantomatico Giulio incontra di tutto anche nei momenti più banali e più quotidiani. Alla fermata dell’autobus, ai tavolini di un bar, mentre si reca ad un appuntamento. Uomini e donne normali, ma che talvolta, per caratteristiche proprie o delle circostanze, si fa fatica a definire tali. E comunque sempre indimenticabili.</p>
<p>Come indimenticabili, surreali, sono le telefonate che il povero Giulio riceve, e che spesso somigliano così tanto a quelle che tutti riceviamo dai call center. Solo che in queste telefonate, già assurde di per sé, il ricevente Giulio innesta un dialogo spiazzante che mette in difficoltà l’operatore o l’operatrice. Quello che tutti vorremmo essere in grado di fare, una volta o l’altra, sperando di liberarci dalle tanto importune chiamate.</p>
<p>Dialoghi surreali, incontri assurdi, circostanze banali ma anomale. Invenzione o realtà, ti ritrovi immerso fino al collo, ci sei dentro senza scampo. Perché sono perfettamente credibili anche nella loro incredibilità.</p>
<p>Io almeno, quando le leggevo in rete, ci credevo quasi sempre. Immaginavo cioè che da un fatto reale la fantasia dello scrittore sapesse ricavarne un aneddoto gustoso, divertente, raccontato ad arte in modo ambiguo.</p>
<p>Eppure ci sono cose che neppure oggi credo siano inventate, ma penso che facciano parte del Mozzi uomo più di quanto lui stesso voglia far capire. Sono alcune riflessioni che sanno troppo di verità, perché riguardano la sua vita privata: gli amici persi, morti per malattia o suicidio; la tristezza del troppo frequente risveglio in fredde camere d’albergo, tanto perfette da non poterne più; quel senso di vuoto che un creativo avverte più di chiunque altro negli inevitabili momenti di impasse, quando mancano “cose” che riempiano la vita per farti sentire felice.</p>
<p>Questo e molto di più era presente anche nel diario pubblico che lo scrittore metteva a disposizione dei suoi lettori. Io sono felicissima di averlo ritrovato, almeno in parte, sotto forma di libro.</p>
<p>Non è che un libro, certo.</p>
<p>Un libro di piccole grandi storie, credibili o meno, per divertirsi o riflettere.</p>
<p>Per imparare a scendere per ultimi, per guardarsi meglio attorno, e magari guardare il nostro vicino, quello con cui dividiamo un pezzo di vita, un pezzo di viaggio, con gli occhi che in fondo abbiamo tutti: quelli della fantasia.</p>
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		<title>Alfredo Bianchi: &#8220;Il paesetto&#8221;, 2010</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Oct 2011 05:50:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Narrativa italiana]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo romanzo esce postumo (nato a Camaiore il 16 aprile 1922, l’autore è morto a Lucca il 23 novembre 2009), a cura dell’Associazione culturale “Cesare Viviani”, che già promosse il suo primo libro, “Il fiore rosso”, ambientato in una Versilia comunista e anarchica ai tempi del fascismo. Bianchi, che fu anche pittore, oltre che direttore [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=bottegadilettura.wordpress.com&amp;blog=10046247&amp;post=442&amp;subd=bottegadilettura&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2011/09/bianchi.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4979" title="bianchi" src="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2011/09/bianchi.jpg" alt="" width="167" height="200" /></a><br />
Questo romanzo esce postumo (nato a Camaiore il 16 aprile 1922, l’autore è morto a Lucca il 23 novembre 2009), a cura dell’Associazione culturale “Cesare Viviani”, che già promosse il suo primo libro, “<em>Il fiore rosso</em>”, ambientato in una Versilia comunista e anarchica ai tempi del fascismo.</p>
<p>Bianchi, che fu anche pittore, oltre che direttore didattico, si ricollega per temperamento e scrittura agli autori di quella terra, Pea, Viani, Tobino, Micheli, Giannini, ad esempio, poco inclini ad un sentimentalismo sterile e piagnone, fine a se stesso (“<em>La narrativa, come la poesia, deve commuovere.</em>”, scrive  Bianchi, ed è altra cosa), e invece piuttosto ruvidi e arcigni. Una scrittura bella, perché mai levigata: una scrittura sorgiva.</p>
<p>Tale è anche quella di Alfredo Bianchi. Dopo “<em>Il fiore rosso</em>”, a confermarlo è questo nuovo romanzo, “<em>Il Paesetto</em>”, diviso in quattro parti, ciascuna identificata con il nome di una stagione. Si comincia con l’inverno e chi narra è un bambino, Andrea, nel quale l’autore si è rappresentato.<span id="more-442"></span></p>
<p>Il Paesetto era chiamato un sobborgo della città di Viareggio, che non esiste più: “<em>poche case, molte vigne, la ferrovia ed un bambino biondo, dagli occhi azzurri che spesso guardava il cielo sopra la fascia scura della pineta e pensava che oltre ci fosse il confine del mondo.</em>” È l’incipit, l’inizio dell’avventura, il principio dello stupore di un ragazzino che scopre il mondo attraverso l’anima.</p>
<p>Virginia e Amìde, madre e figlia, sono i primi personaggi a mostrare la bizzaria di una terra ribelle e anarchica. Chiedono la carità, e Amìde trascorre le sue giornate a scrivere lettere al re e al principino. Raccontano del loro casato, gli Zanotti, un tempo ricco e rispettato ed ora ridotto in miseria. Sono andati a vivere nella casa di Andrea, che le ha sotto gli occhi tutti i giorni. Amìde somiglia un po’ a taluni personaggi tobiniani, un po’ lunatici e strampalati, con una luce di follia nello sguardo.</p>
<p>O alle onde del mare, che “<em>impennacchiate sembravano i cavallini della giostra.”</em>)</p>
<p>È la Viareggio di prima dell’ultima guerra. Ogni tanto dalla ferrovia transitava il treno reale e molti accorrevano al suo passaggio, ammirando anche le uniformi dei soldati schierati sull’attenti, ad ossequiare il passaggio del re e della regina: “<em>I ragazzi fecero appena in tempo a vedere sparire come un lampo il corto treno reale. I soldati erano ancora immobili, sul presentat-arm.</em>”</p>
<p>Sono ritratti di vita e di personaggi che hanno caratterizzato una civiltà contadina fatta di poche e semplici cose. Ci si divertiva con l’aquilone, ci si muoveva a piedi o al massimo con la bicicletta, ci si divertiva con poco, in mezzo alla strada. D’inverno, le volte che nevicava, Andrea usciva con il fratellino Marchino e con l’Amìde, che sembrava la più lieta di quell’evento, e si mettevano a fabbricare il pupazzo di neve. Diceva l’Amìde: “<em>Ci sono le fate! Guarda le perle sui paletti e i maghi avvinghiati alle viti… Guarda, un guerriero con la lancia e, più in là, un frate che prega… E guarda… Guarda il Santo Padre che benedice… Oh, là c’è la Fatina dai Capelli Turchini…</em>”; “<em>L’Amìde gli aveva raccontato che, sui pini più alti, nidificavano gli Angeli Custodi. A sera scendevano e andavano a sedersi vicino ai letti dei bimbi ma nel folto giocavano anche i folletti lanciandosi grosse pigne argentate.</em>”<em> </em></p>
<p>C’è tutto il sapore di una fantasia  che la modernità ha fatto scomparire. Non solo, c’è anche l’intimità che la natura sapeva risvegliare nell’uomo: “<em>Sua madre lo aiutò a spogliarsi, gli fece fare il segno della croce.</em>”</p>
<p>Sono gli anni in cui si afferma il fascismo. Gli uomini in camicia nera girano per la città “<em>con il fucile sulla spalla ed il pugnale alla cintura.</em>” Da poco è stato firmato il Concordato e la Chiesa ha definito Mussolini “<em>l’Uomo della Provvidenza</em>”. Andrea chiede al padre, Giovanni, se anche lui è fascista. Il padre risponde deciso: “<em>No</em>”.</p>
<p>La raccolta degli aghi di pino, che servivano per il fuoco (“<em>il soffice volo degli aghi di pino che l’Amìde chiamava ‘la neve rossa’”</em>), la pesca delle arselle, sono quadri di una vita intensamente vissuta e amata: “<em>Cinse una grossa cintura di canapa e l’attaccò al sostegno verticale: il trespolo era pronto. Andando a ritroso, il babbo prese ad arare il mare. Non c’erano onde e l’acqua era verde con piccoli occhi di luce che accecavano. Alcuni gabbiani volavano bassi, l’aria aveva un odore dolce, il babbo era allegro, non aveva più freddo.</em>” La cottura del pane nel forno: “<em>accendeva il forno con una bella fiammata di pinugliori sui quali gettava fascine di tralci e qualche pezzo di legno di pino. Il forno sembrava l’inferno, le fiamme roteavano sulla volta concava come se avessero voluto scappare, muggivano e avvampavano il volto.</em>”</p>
<p>Il lettore si sarà fatta a questo punto un’idea della sobria scrittura dell’autore; una scrittura controllata che non offre al sentimento se non ciò che è strettamente necessario. E tuttavia quanto risulta da una tale sapiente sorveglianza assume un fascino destinato a durare.</p>
<p>Chi è abituato agli strumenti moderni, forse non sa neppure che cosa fosse il grammofono. La musica doveva essere suonata da una puntina che girava sul disco di vinile. Si consumava presto e i suoni che ne uscivano non erano di buona qualità, disturbati dal fruscio del contatto: “<em>Le punte erano acuminate come chiodi e venivano strette sulla testa del braccio del grammofono. Il disco girava ma, ogni tanto, se mancava la carica, mandava lamenti impossibili.</em>”</p>
<p>Brani che, attraverso i racconti del padre, rievocano la prima guerra mondiale e le trincee del Carso, rivestono di pathos una storia lontana che oggi le nuove generazioni apprendono freddamente dai libri di storia. I vari episodi raccontati fanno tornare alla mente tanti film dedicati a quel periodo, ed in particolare “<em>Uomini contro</em>” del 1970, di Francesco Rosi, tratto dal romanzo di Emilio Lussu, “<em>Un anno sull’Altipiano</em>”: “<em>Non ci posso pensare: gente che stava accanto a te, la vedi rovinare per terra come un sacco, alcuni gridano – Mamma! – Ma tu non vedi, salti i morti, cerchi di farti piccolo come un insetto, curvo, vicino a terra.</em>”; “<em>Tutto a un tratto, si sente un brontolio come un tuono lontano o il rumore di un carro che corre sulla terra smossa… e allora, d’istinto, tutti giù, faccia a terra e mani sulla testa. Ci parve, per un attimo, di vedere qualcosa che somigliava ad un coperchio di pentola roteare sopra le nostre teste. Il postino no, non aveva fatto in tempo a buttarsi giù. La testa volò via come un cocomero marcio e lui rimase in piedi per un attimo, così, senza testa, la grossa borsa a tracolla…</em>”</p>
<p>Sono pagine vivide, di un realismo reso con mano felicissima.</p>
<p>Come quella descritta da Tobino, anche questa di Bianchi è una Viareggio che non c’è più. Resta qualche usanza, ma praticata da pochi e quasi in sordina, come la pesca, a tarda sera, delle cèe, ossia delle anguille appena nate. Qualche volta è capitato anche a me di vedere, lungo il molo, con accanto le piccole lanterne a fare un po’ di luce, i pescatori seduti su di una seggiolina o direttamente sul margine del canale Burlamacca. Uno spettacolo di luci suggestivo. E tanto silenzio.</p>
<p>L’uso frequente di parole dialettali, come sovente accade agli scrittori versiliesi, insaporisce la scrittura.</p>
<p>Vicino al Paesetto c’era il campo di aviazione. Ancora oggi quel luogo ha mantenuto il toponimo. Vi atterravano piccoli aerei, e quando ciò accadeva la gente si riversava “<em>verso il campo di aviazione attraverso i viottoli che si incuneavano tra le siepi ed i fossati</em>” e riempiva il prato. L’aeroplano “<em>pareva una farfalla a riposo.</em>”</p>
<p>Siamo giunti all’estate. L’inverno è trascorso portando la neve e il carnevale, la primavera la pesca delle arselle e delle cèe, ora tocca al mare e al sole divenire protagonisti di questa avventura che vede il ragazzo Andrea scoprire il mondo: “<em>Il sole ride a crepapelle e il mare gli fa il verso</em>”.</p>
<p>Nel Paesetto le strade sono ancora sterrate e l’arsura porta polvere. Quando corrono, la sollevano, soprattutto quando gareggiano con i carretti, costruiti con assi di legno e con piccole ruote fatte di cuscinetti, manovrate da funi. Spesso scoppiavano liti e si tornava a casa sanguinanti.</p>
<p>È la stagione dei bagni, i villeggianti vengono da fuori, specialmente da Firenze. Si fanno nuove conoscenze e nuove amicizie.</p>
<p>Andrea conosce Giuliana, una coetanea, orfana del babbo. Da lei riceve il primo bacio.</p>
<p>Quando il padre organizza coi compagni di lavoro una gita sul monte Matanna, porta anche Andrea. Conosco il Matanna, che così splendidamente è descritto dall’autore: “<em>un gigante senza vita, immenso, lucido e acuminato come la punta di una lancia, roseo di sole, rosso di oscurità misteriose, bianco di rocce fredde come quelle della luna.</em>” Nelle chiacchiere che si fanno lungo l’ascesa, il ragazzo sente per la prima volta parlare della ingiustizia sociale. Una scoperta.</p>
<p>Non dimenticherà più quella montagna. Anche stando sulla riva del mare si volterà sempre a guardare le Apuane, e la riconoscerà.</p>
<p>Come non si dimenticherà del modo che avevano gli uomini di irrigare i campi: “<em>In quel punto la ferrovia di Lucca fiancheggiava i canali e c’erano molte ruote di mulino che servivano ad annaffiare i campi. A giornate gli uomini stavano sulle ruote, un piede più alto, uno più basso e si muovevano a ritmo cantando stornelli o berciando tra loro per darsi il tempo, facevano girare le ruote che riversavano acqua nei canali aperti nei campi. Le piante sollevavano la testa come cristiani, respiravano, nella grande afa, gli uomini delle zappe che aprivano i canali, accaldati, con le camicie fuori dai calzoni rimboccati fino ai ginocchi, spesso bestemmiavano urlando ai compagni delle ruote.</em>”</p>
<p>Un capitolo dedicato all’Angelo Custode ci incuriosisce circa il rapporto dell’autore con la religione, o meglio con Dio. Nei due romanzi che ho finora letto, compreso questo, non c’è molto spazio per Dio. Bianchi è attratto dalla vita reale, soprattutto da quella della povera gente, sempre in lotta con il destino. Bianchi è affascinato da questo mondo. Vi ha fatto parte, lo ama, ne conosce la sofferenza e anche il vigore, che non è mai prono alla rassegnazione. Raramente cerca il conforto in Dio. In questo capitolo, Andrea, nel ricordare l’Amìde, morta tragicamente, una notte sogna l’Angelo Custode e ci parla. Chiede perché non abbia protetto la vita della donna. Il colloquio che si svolge è di una dolcezza malinconica: “<em>Io le volevo bene e ora sono triste.</em>” L’Angelo lo conforta e gli parla di Dio. Gli fa capire che tutto ciò che si svolge sotto i nostri occhi è voluto da Dio, anche se la sua volontà a noi mortali sembra incomprensibile. Dio sa sempre perché certe cose accadono.</p>
<p>È un Bianchi che gli tiene testa (“<em>A me pare che ci sia anche chi è sempre felice e chi mai!</em>”), pronto tuttavia a cedere e a riconoscere la funzione di Dio.</p>
<p>Il padre di Andrea, falegname, è incaricato di alcuni lavori di restauro alla villa di Chiatri, un paesino sopra il Monte di Quiesa, a Lucca, appartenuta a Giacomo Puccini, e abbandonata subito dopo la sua morte. Era in uno stato pietoso.</p>
<p>Andrea vi entra incuriosito, ma anche impaurito dal buio delle stanze e dall’isolamento in cui si trovava, specie di notte: “<em>Andrea tremava di paura, una paura fatta di buio e di strani echi che si accendevano nell’ampio ingresso dove troneggiava l’organo del maestro, con le canne alte come quello di una chiesa.</em>” Così entriamo con il piccolo Andrea, anche se per un attimo, nelle atmosfere che accompagnarono qui (e non solo a Torre del Lago: “<em>Caro amico, sono qui per la caccia ma soffro di una ‘torrelaghite acuta’”</em>) la vita e le musiche del grande compositore lucchese: “<em>Al mattino il sole accecava e le stanze diventavano oasi di aria fresca piene di cinguettii. Chiatri era il paese degli uccelli.</em>”</p>
<p>Andrea (ossia Bianchi) ha conosciuto Frack (Efraim Salvetti il suo vero nome), l’uomo che, quando il maestro era in giro per il mondo, ne accudiva la villa, e ce ne dà una descrizione che non è facile trovare altrove. Una rarità che vale la pena riprodurre. Va ricordato che Frack gestiva lassù la trattoria che ancora oggi porta il suo nome. Ad aiutarlo era sua moglie, “<em>una donnona, cuoca, cameriera e moglie</em>”: “<em>Lui era un omino melenso, con un cappellaccio sempre piazzato in testa e se ne stava a giornate dietro il banco della bottega, ornato di festoni di salsicce. Per intero non si vedeva quasi mai e la sua figura rimaneva misteriosa, un mezzo uomo dotato di mani per scrivere i conti su pezzi di carta gialla da incartare, con il mozzicone della matita in mano o dietro l’orecchio.</em>” A Frack ho dedicato una delle mie leggende, “<em>Villa Puccini a Chiatri</em>”.</p>
<p>Uno sfratto porterà Andrea e la sua famiglia lontano dal Paesetto, dove non tornerà più. Andrà a vivere a Camaiore, la sua città d’origine. Lo colpirà la sua casa grande, con tante stanze, al punto che lui e Marchino avranno una cameretta tutta per loro, e alcune scene di vita del luogo, tra cui un funerale: “<em>Lunghe file di incappucciati vestiti di nero, una pezzuola forata all’altezza degli occhi, salmodiavano monotone litanie, quattro di quelli scortavano la bara alzando sopra la testa torce biancastre che mandavano un fumo resinoso che restava nell’aria per parecchio tempo, come un odore di morte.</em>” Ma il Paesetto rimarrà sempre nel suo cuore.</p>
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		<title>“La passione del calcio” di Franz Krauspenhaar</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Sep 2011 04:58:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>bottegadilettura</dc:creator>
				<category><![CDATA[Narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Calcio]]></category>
		<category><![CDATA[Franz Krauspenhaar]]></category>
		<category><![CDATA[Perdisa]]></category>

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		<description><![CDATA[di cletus Amate fare, saltuariamente, dei bei tuffi nel passato ? Avete intorno ai 50 anni e avete vissuto l’adolescenza a cavallo dei ’60 e ’70 ? Vi dilettavate con le figurine Panini e/o vi scambiavate i distintivi con gli amici ? Bene, non leggete questo libro. O almeno fatelo al riparo di qualsiasi emozione. [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=bottegadilettura.wordpress.com&amp;blog=10046247&amp;post=447&amp;subd=bottegadilettura&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" src="http://m2.paperblog.com/i/38/385036/la-passione-del-calcio-di-franz-krauspenhaar--L-Bd1AiU.jpeg" alt="la copertina del libro" width="200" height="299" /></p>
<p>di <a href="http://cletus19.blogspot.com">cletus</a></p>
<p>Amate fare, saltuariamente, dei bei tuffi nel passato ? Avete intorno ai 50 anni e avete vissuto l’adolescenza a cavallo dei ’60 e ’70 ? Vi dilettavate con le figurine Panini e/o vi scambiavate i distintivi con gli amici ? Bene, non leggete questo libro. O almeno fatelo al riparo di qualsiasi emozione. Possiede la grazia di una voce leggera, capace di trasportarvi, di peso, in quegli anni, di farvene risentire quasi il profumo.</p>
<p>Franz Krauspenhaar maramaldeggia, incolpevole, con i ricordi di quel tempo. Racconta di come, in quell’Italia ebbra del cosiddetto boom economico, la generazione dei baby boomers, come viene definita dalla più autorevole sociologia, ha iniziato a dialettizzarsi con quello strano microcosmo del calcio. A comprenderne le dinamiche. Ad intravedere, al di là della sua rappresentazione fisica, ventidue individui in mutande che si dannano dietro ad un pallone di cuoio, per buttarlo dentro le reciproche porte, una sorta di parodia della vita.</p>
<p> <span id="more-447"></span></p>
<p>Gli attacchi e le difese, i suoi personaggi (rivisti oggi, ammantati inevitabilmente di quell’aurea di mito), insomma: dietro il presepio della memoria, gli uomini e la maniera (davvero pulita) di interpretarli di un adolescente.</p>
<p>Liberato dal deleterio vaneggiamento dei ricordi, questo testo ha il pregio di raccontare senza imporsi. Un flusso di coscienza pacato e a tratti intriso di poesia. Nulla di pretenzioso e forse proprio per questo, con quest’aria dismessa, quasi diaristica, un potente viaggio nel passato, in un’epoca ancora del tutto priva di scandali e combine, come a recuperarne il senso, accarezzando con ciò l’ampia accondiscendenza di un adolescente alle prese con un mondo fino ad allora solo percepito, lontano da sentenze e da quella saccenza che spesso condisce operazioni analoghe.</p>
<p>Ecco, il pregio di questa lettura è quello di raccontarci, oggi nell’era del bet-click, cos’era il calcio, la genesi di una Passione, che indelebilmente manterrà, nel cuore e nella mente di molti, la parte sana di tutta la faccenda. A ricordarci, infine, con le parole di non ricordo più bene chi, che infondo “il calcio è metafora della vita”.</p>
<p>Franz Krauspenhaar</p>
<p>La passione del calcio</p>
<p>Perdisapop – Pag.155 – Euro 10,00</p>
<p><a href="http://www.gruppoperdisaeditore.it/">www.gruppoperdisaeditore.it</a></p>
<p>PS. Avviso ai naviganti: La scelta e la lettura di questo testo è scaturita da un intento documentaristico visto che è in fase di ultimazione La prima antologia sul calcio astrale (e non) che sarà editata in formato ebook e della quale, chi volesse, potrà ricavare maggiori info qui: <a href="http://cletusproduction.blogspot.com/">http://cletusproduction.blogspot.com</a></p>
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		<title>Vittorio Baccelli: “Il libro dell’opificio”, Tesseratto Editore, 2010</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Sep 2011 05:36:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Narrativa italiana]]></category>

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		<description><![CDATA[Se cerchiamo un campione della letteratura fantastica, è necessario incontrarci con i racconti di Vittorio Baccelli, autore lucchese che ha passato già molte primavere, ma che ancora non riesce a frenare la sua effervescente fantasia. Di lui si accorse Claudio Marabini quando premiò un suo racconto come il migliore in un concorso nazionale indetto dal [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=bottegadilettura.wordpress.com&amp;blog=10046247&amp;post=430&amp;subd=bottegadilettura&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2011/08/Vittorio-Baccelli.jpg"><img src="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2011/08/Vittorio-Baccelli.jpg" alt="" width="86" height="74" class="alignleft size-full wp-image-4741" /></a>Se cerchiamo un campione della letteratura fantastica, è necessario incontrarci con i racconti di Vittorio Baccelli, autore lucchese che ha passato già molte primavere, ma che ancora non riesce a frenare la sua effervescente fantasia. Di lui si accorse Claudio Marabini quando premiò un suo racconto come il migliore in un concorso nazionale indetto dal quotidiano La Nazione.Lasua produzione letteraria è sterminata ed elencare le sue opere riempirebbe molte righe di questa recensione.<span id="more-430"></span> Fra tutte, indichiamo quella che lo ha reso famoso, e che ha avuto innumerevoli e continue ristampe: “<em>Storie di fine millennio</em>”, uscito nel 2000. Ma anche “<em>Fiocco di neve a Fargo</em>”, del 2004, “<em>Quando il Cronodrome implose</em>” dello stesso anno, “<em>La cavalletta non si alzerà più</em>”, del 2008 e infine, del 2010, il suo primo romanzo, “<em>Il libro dell’opificio</em>”. Che è il libro oggetto di questo scritto, visto che rappresenta una novità per Baccelli, specializzato nella misura del racconto, a lui molto congeniale.</p>
<p>Baccelli, laureato in lettere, è uno scrittore versatile capace di passare dal giornalismo al racconto, al romanzo, alla poesia. Animatore culturale irrefrenabile, è una delle voci più attente alle novità, pronto a coglierne gli aspetti positivi e a respingere al mittente tutto ciò che sa di stantio e di deja vu.</p>
<p>Veniamo al romanzo.</p>
<p>Siamo nel futuro, dove dominano le intelligenze artificiali. Il lettore non abituato al loro linguaggio si avventura in un mondo effervescente, in cui l’impossibile che ha rappresentato un limite per l’uomo, è stato valicato e ci ha introdotto su di un percorso che sembra nascere direttamente dentro il mistero dell’universo. Un percorso che si interroga su che cosa sia veramente l’uomo, e su ciò che è la materia che compone l’universo, talmente sorprendente che il suo tutto è un tutto senza fine, come senza fine sono le sue manifestazioni. Flavia e Tilde iniziano l’avventura che ci guiderà nei meandri che collegano tra di loro i cerchi concentrici di un’evoluzione che ha al suo centro la mente umana, non più legata alla corporeità, ma trasformatasi per la sua stessa forza  in energia universale. Non è tanto il computer a dominare e a governare le azioni di questi nuovi umani, ma la medesima energia terribile e misteriosa, divenuta l’inesorabile despota che ha frantumato la vecchia mente e superandone i limiti ha di fatto creato nuove e invisibili gabbie alla libertà dell’uomo futuro.</p>
<p>L’ambiente non è più l’oggetto di una contemplazione felice, ma l’espressione autoritaria e violenta di una nuova divinità.</p>
<p>Il rudere di un grosso opificio (“<em>abbandonato, perché stata abbandonata una via biotecnologica di sviluppo</em>”) sembra essere un’espressione dai molti significati simbolici, ed intorno ad esso si coagulano curiosità e vicende, nelle quali una umanità multiforme è coinvolta. Il romanzo risulta così una raccolta di accadimenti che appartengono a vari gradi evolutivi in cui i personaggi non sono altro che “<em>i pionieri di una nuova </em>frontiera” e la realtà a cui siamo abituati è trasformata in un oltre e in un più che non riusciremo mai a vedere e a intendere del tutto, in cui l’evoluzione della mente ci immerge nei vari strati dell’evoluzione tanto materiale quanto spirituale.  Un po’ come se da un invisibile apertura fossimo capitati in un mondo meraviglioso e sorprendente quale quello che apparve, ad esempio, all’Alice di Lewis Carroll.</p>
<p>Ci sono “<em>Polli e tacchini stranissimi, giganti, sicuramente mutanti</em>” e c’è anche un prato dove tante farfalle mutanti danzano. Come pure dei tappeti terribili che paralizzano e uccidono. La bonifica che i protagonisti intraprendono nell’area dell’opificio appare come il risveglio di un sogno e il desiderio di trasformarlo in realtà. Tutto ciò che ha animato la fantasia del vecchio mondo, trova nell’opificio la sua occasione di realizzarsi.</p>
<p>Baccelli mescola sapientemente il mondo attuale con il mondo fantastico caratterizzato da un futuro effervescente ed incredibilmente evoluto, così che i protagonisti, ad esempio, vanno a cavallo, bevono il caffè come comuni mortali, ma al contempo si trovano a contatto con ambienti e personaggi ancora più progrediti. Succede ai normalissimi (si fa per dire) François e Rezia quando incontrano Tilde e sua figlia Flavia, sempre protette da una “<em>barriera energetica</em>”, in grado di mutare “<em>a piacere i piani dell’esistente</em>”.</p>
<p>Il romanzo ci accompagna attraverso capitoli che hanno tutti la scansione veloce del racconto, che resta così una misura intonata e familiare all’autore. Le avventure si susseguono con un collegamento quasi impercettibile ed ogni capitolo potrebbe avere una propria autonomia.</p>
<p>Baccelli, nel mentre ci avvolge nelle maglie del futuro fantastico ci dà anche un messaggio indiretto: tutta l’aria dell’opificio è ricoperta di reperti, di detriti, di oggetti che, pur mirabolanti, sembrano essere i resti di una qualche tempesta geologica che ha desertificato il nostro pianeta. Niente sarà mai stabile, sembra suggerirci, neanche nel futuro più immaginifico. Tutto si deteriora, e quando l’uomo vi arriva, il futuro è sempre altrove. Riusciamo solo a toccarne le marginalità.</p>
<p>L’intensa attività svolta dai protagonisti sembra orientata a ricostruire qualcosa che dai residuati che li circondando formi una realtà nuova. Si trasferiscono da un luogo all’altro attraverso bolle che viaggiano a pochi centimetri dal suolo. Si viaggia perfino “<em>per scoprire i limiti degli universi</em>”. Osservano spesso cespugli ruotanti e farfalle multicolori. La sera, in cielo, osservano due lune. È un mondo al di là della Terra, dove sembra essersi prodotta una qualche deflagrazione che ha sconvolto la perfezione che vi si era raggiunta. La perfezione, dunque, come un limite alla creazione, un punto di arrivo destinato a non resistere e ad invocare una nuova perfezione. Una sfida infinita. I protagonisti, che sembrano provenire da esperienze e mondi diversi, sono animati da curiosità e volontà, ma non sempre riescono a dare un significato preciso a ciò che scoprono. La perfezione è sempre, ossia, alle nostre spalle.</p>
<p>Brani della storia passata vengono evocati come punto di congiunzione, quasi una guida lungo il percorso sconosciuto, nuovo e irreversibile. Di ciò che passa e di ciò che si distrugge resta sempre la memoria, dunque, ed essa non muore mai.</p>
<p>Finché si incontra una delle sezioni della storia più intriganti, “<em>Casa dei Morti, Casa della Vita</em>”, in cui l’antica lotta tra il bene e il male (raffigurato da un signore con la testa di cane) viene resa con l’atmosfera cupa di una rivalità supertecnologica. La scrittura si fa più suggestiva e coinvolgente. La stringatezza caratteristica principale dell’autore si arricchisce di un humus che mette in moto la fantasia del lettore, rendendolo partecipe e interessato spettatore. Vi è contenuto un riferimento alla nota tragedia delle torri gemelle, qui trasfigurate e contestualizzate, che sconvolse l’America e il mondo. Esse diventano simbolo di questa lotta, in cui è il male a prevalere: “<em>Da enormi carri di fuoco sono allestiti nella Casa dei Morti dal servitore del cane, sono guidati da fedeli già morti e all’interno dei carri da altri esseri rianimati a caso prelevati nelle cripte della Casa e da alcuni demoni inferiori a garanzia che la distruzione sia totale.</em>”</p>
<p>C’è anche un libro che ogni volta che viene aperto cambia di contenuto ed ha impressa la scritta AZULH®, che si trova diffusa su molti altri reperti e ruderi rinvenuti nell’area. Azulh è il “<em>demone serpente dell’antica tradizione caldea: Belva feroce deputata all’involuzione dell’uomo mistico e dolorante.</em>”</p>
<p>La sensazione continua che il lettore prova è di desolazione. L’autore pare voglia insistervi, suggerendo un’idea di morte che devasta alle radici qualsiasi evoluzione. Per evolversi è necessario distruggere; il vasto deserto della morte è il prezzo da pagare per andare avanti: e andare avanti fa paura. Molte delle macerie che circondano l’Opificio sono testimonianza di un abbandono dettato dalla paura.</p>
<p>Un ampio capitolo dedicato alla Rosa di Gerico, un fiore del deserto dalla storia fascinosa che ha ispirato molti autori mistici ed esoterici, mostra la valenza del nascere e morire in qualsiasi tipo di evoluzione che l’uomo si trovi a vivere. I cespugli rotolanti che si incontrano nell’area occupata dall’Opificio, sembrano possedere le proprietà di questo fiore, considerato sacro e immortale.</p>
<p>Baccelli ci disegna un mondo nella continua ricostruzione di se stesso, una ricostruzione che muove da una scienza che non disdegna anche il ritorno al passato.</p>
<p>Per gli appassionati di questo genere di letteratura non mancheranno motivi di curiosità e di interesse.</p>
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