Il gioco dell’angelo, Carlos Ruiz Zafòn

by

di Ramona Corrado

Se un certo libro lo compri sovrappensiero due volte, e la terza te lo regalano, è evidente che quel libro vuole essere letto da te.
Ho pensato a questo quando un amico mi ha regalato la mia terza copia del libro, con tanto di dedica. Il gioco dell’angelo, di Carlos Ruiz Zafòn, mi ha proprio cercata.
Questo libro vuole essere letto, mi sono detta.

Sapevo che l’autore spagnolo era lo stesso de L’ombra del vento, un best seller dalle vendite importanti, oltre un milione e mezzo di copie, che però, chissà perché, finora non mi aveva mai ispirato. Forse perché d’istinto ho sempre diffidato dal clamore.
Razionalmente, potrebbe essere il motivo per cui ho scelto questo libro, venuto dopo, invece che il precedente, più famoso.
Invece, irrazionalmente, mi ritrovo a pelle la convinzione che sia stato il libro a scegliere me, che mi abbia cercato con insistenza, per qualche dannato motivo che non so.
I libri hanno vita propria, una vita intelligente e misteriosa che sfugge al raziocinio. Dovremmo affidarci di più a loro, che ci crediamo o no.

Questo misterioso “gioco d’angelo” mi ha intrigato quasi subito. Già all’incipit:
“Uno scrittore non dimentica mai la prima volta che accetta qualche moneta o un elogio in cambio di una storia. Non dimentica mai la prima volta che avverte nel sangue il dolce veleno della vanità e crede che, se riuscirà a nascondere a tutti la sua mancanza di talento, il sogno della letteratura potrà dargli un tetto sulla testa, un piatto caldo alla fine della giornata e soprattutto quanto più desidera: il suo nome stampato su un miserabile pezzo di carta che vivrà sicuramente più a lungo di lui. Uno scrittore è condannato a ricordare quell’istante, perché a quel punto è già perduto e la sua anima ha ormai un prezzo.”

Diciamo che queste parole mi hanno folgorato. Avrei potuto chiudere qui. Un solo capoverso per dire qualcosa di estremamente vero, poetico, ma anche cinico e attuale. Che interessa chiunque abbia una propensione al mestiere di scrivere: l’ambizione di diventare famoso grazie ad un libro, perfino se si è consapevoli della propria mancanza di talento.

Ok, mi sono detta, qui si parla di scrittori e di scrittura, vediamo cosa ha da dirmi con tanta insistenza questo libro.

Mi ci è voluto qualche pagina per abbandonare l’ambientazione della lettura che avevo appena concluso e rituffarmi in un’altra atmosfera, decisamente insolita.
Siamo a Barcellona, nei primi decenni del Novecento. La voce narrante è quella del giovane protagonista, David Martìn, che la prende da lontano. Da quando era un ragazzo con grandi difficoltà familiari ed economiche, che ad un certo punto ha incontrato la passione per la lettura, pur ostacolato dal suo stesso disgraziato padre. In questo amore era aiutato da un libraio, certo Sempere, uomo buono che dei libri era molto più che amante: loro erano la sua ragione di vita. Sarà lui a far conoscere al ragazzo le “grandi speranze” legate a un libro e un luogo incredibile, il Cimitero dei Libri Dimenticati, dove vanno a finire tutti i libri che dopo una più o meno breve vita editoriale conoscono l’oblio. Ed è anche il luogo in cui è il libro a scegliere il lettore.

Caspita, proprio quello che è successo a me!

Le vicende di David Martìn proseguono nell’incontro con una specie di suo benefattore, Pedro Vidal, ricco sfaccendato dall’ambizione letteraria che lo prende a cuore, per un motivo che poi si capirà strada facendo. Vidal lavora, o meglio, presta la sua firma, oltre che ad esserne azionista, ad un quotidiano, offre quindi al giovane Martìn un posto di lavoro e tutto il suo appoggio. Da qui nasce un momento di celebrità per il ragazzo, che nutre un’altrettanto divorante ambizione di diventare scrittore. Comincia a pubblicare sul giornale una serie di racconti noir che riscuotono notevole successo in città. Le conseguenze sono che perde il lavoro, a causa dell’invidia dei colleghi e che riceve per posta uno strano invito da un certo Andreas Corelli, presunto editore parigino. Invito che per il momento cade nel vuoto. David ora è tutto preso da un nuovo lavoro e un amore impossibile. Il lavoro consiste nello scrivere alle dipendenze di una losca casa editrice locale. Sotto pseudonimo inforna un successo dietro l’altro, un’altra serie di gialli ambientati in città. Ma è sfruttato dagli editori per una miseria. Quando se ne rende conto, quando crede di avere poco tempo per vivere a causa di un tumore, quando il suo amore è chiaramente destinato a non avere futuro, ecco che ricompare Corelli, che gli fa un’offerta assai più che allettante. Scrivere un libro per lui, un testo religioso destinato a sconvolgere il mondo. In cambio della salute, del successo e di una montagna di soldi.
In qualche modo David accetta e da qui parte la sua nefasta avventura, più ombre che luci, tema centrale di tutto questo prolisso narrare. Zafòn infatti ha prodotto un testo di quasi 700 pagine, un malloppo imponente.

Non voglio anticipare troppo, tuttavia devo dire la mia.
Non appena ho incontrato la figura dell’editore Corelli, quella notte, a letto, chiusa la pagina, sono stata presa dall’inquietudine. Ho capito immediatamente di che o di chi si trattava, né l’autore lo nasconde troppo. Un po’ di maledizioni da parte mia se l’è pure prese, il buon Zafòn, perché questo è un genere di letture che cerco di evitare, come pure la visione di film analoghi. Sono una lettrice che si immedesima troppo nella storia, che rende veri i personaggi, perciò quel tizio mi faceva davvero sentire a disagio. Nelle mie ore notturne di lettura, temendo di vedere entrare in camera una specie di spirito malefico dagli occhi senza fondo e avvolto in un nero mantello, spiavo ogni due minuti lo stato d’animo del mio gatto, animale notoriamente molto sensibile alle presenze maligne. Se era tranquillo, potevo restare tranquilla anche io.

La trama, in fondo, ricalca grosso modo quella del sempre giovane e bello Dorian Grey. I termini sono solo un po’ diversi, qui si parla di libri e scrittura, dannata ed eterna, parole che possono cambiare il destino del mondo nel bene e nel male.
Io a questo ci credo. Nella storia se ne sono incontrati di libri destinati ad influenzare l’umanità: la Bibbia in senso buono, Mein Kampf , di Hitler (senza voler fare paragoni blasfemi, ma è il primo che mi viene in mente) in senso cattivo. Per non parlare di altri pensatori celebri.
È molto interessante che l’autore abbia pensato a questa versione del patto col diavolo…

Il testo, dicevo, è molto lungo, eppure si divora. La scrittura dell’autore è semplice ma anche non priva di originalità e in qualche occasione mi ha affascinata. Certo un duecento pagine in meno non sarebbero state male; inevitabili alcune piccole ripetizioni (a Barcellona pare che il tramonto sia sempre infuocato, per dire, viene ripetuto non so quante volte…) Tuttavia le vicende sono perfettamente incastrate l’una nell’altra, e forse doveva andare così.

Ho avuto un po’ di perplessità sui dialoghi, a volte con riferimenti molto moderni, ma qualche ricerca mi ha indicato che potevano starci. Secondo me con un po’ di fatica, ma vabbè.
Nitidi i personaggi, interessantissimo quello della giovane Isabella (chi è? Leggere per saperlo!)

Qualcuno trova interessante l’ambientazione gotica di questa Barcellona sempre cupa, sempre con tramonti di fuoco, appunto, o piogge lugubri. Sarà. A me infonde malinconia, ma ovviamente la storia lo richiede, mica si può pretendere sole caldo, colore e sangria per parlare di certe cose.

Il Cimitero dei Libri Dimenticati è un luogo da brivido… da come viene descritto mi ha fatto pensare alla biblioteca maledetta de “Il nome della rosa”. Eppure dovrebbe essere il paradiso dei lettori, nonché degli scrittori.
Mi dà da pensare a quello che accade alle pubblicazioni attuali.
Un libro oggi ha vita brevissima. Se ha la fortuna di approdare in una libreria, ci resta per poco, poi viene ritirato. E dopo un periodo di permanenza nei depositi dell’editore, va al macero.
Al macero!
E questo sì che è da brivido! Pensare a quanto sudore, a quanta fatica, a quanto lavoro c’è dietro la nascita di un libro… se non diventa un classico immortale, destino di pochissimi, è la fine.
Se ne potrebbe ricavare una tristissima morale: vale proprio la pena di … ehm… dannarsi l’anima per apparire qualche mese su uno scaffale di libreria, ignorato dai più, per poi finire al rogo?
C’è molto di attuale in questa considerazione.
C’è molto di attuale nel vendere l’anima per il successo come accade nel libro: non è uguale all’odierno sgomitare da pazzi, al cercare compromessi e raccomandazioni per “arrivare” in libreria e a un effimero successo, talento o non talento?

A parte tutto, è consolante immaginare un luogo che non sia il puro oblio per i libri. È consolante pensare che le parole che sono riuscite a incontrare la carta per mano di uno scrittore, che sono riuscite a dire qualcosa a qualcuno, sono destinate a vivere per sempre. Sì, certo, lo si chiama Cimitero, ma in fondo un libro non muore davvero mai.

Altri spunti di riflessione se ne possono trovare, ma ognuno certo scoverà il suo.
Il finale del libro in questione è un po’ scontato, almeno per me. Da quando ho capito chi era Andreas Corelli, non mi sarei aspettata altro.
Ma la lettura gradevole, la tensione emotiva, l’ambientazione inquietante, mi hanno soddisfatto.

Quello che mi resta è solo un dubbio.
Perché questo libro mi ha cercato con tanto insistenza?

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9 Risposte to “Il gioco dell’angelo, Carlos Ruiz Zafòn”

  1. paolocacciolati Says:

    Ciao Ramona,
    quando ti(ci) chiedi:
    “vale proprio la pena di … ehm… dannarsi l’anima per apparire qualche mese su uno scaffale di libreria, ignorato dai più, per poi finire al rogo?”
    la mia risposta è
    no
    (se è per quel motivo che scriviamo…).

  2. ramona Says:

    Eppure, Paolo, c’è gente che lo farebbe davvero, vendersi l’anima, intendo. A volte la smania di pubblicare è enorme, magari insensata, da non dormire la notte… E poco importa se non si è proprio bravi, come dice l’incipit del libro.
    Io comunque la penso come te.
    Ciao!

  3. Bianca Says:

    Molto interessante, sia come recensione che come riflessione sui meccanismi della pubblicazione: sei riuscita a stimolare la mia curiosità di leggere “Il gioco dell’angelo”.
    Ciao!

  4. ramona Says:

    Bene Bianca, buona lettura, spero che ti divertirai. Da parte mia credo che leggerò anche L’ombra del vento, che finora ho sempre rinviato…

  5. Bianca Says:

    Spero di leggerli anch’io entrambi. Ciao a te!

  6. Sergio Magaldi Says:

    Leggendo Il gioco dell’angelo (EL JUEGO DEL ÁNGEL, 2008) ho avuto l’impressione, almeno per circa una buona metà delle oltre 600 pagine, che l’abilità narrativa di Carlos Ruiz Zafón fosse venuta maturando rispetto al romanzo di sette anni prima, L’ombra del vento (LA SOMBRA DEL VIENTO) che pure gli era valso un ampio consenso di critica e di pubblico, con la vendita di più di 8 milioni di copie.

    Mi è sembrato che il “guazzabuglio” di successo, come ho definito il romanzo del 2001, avesse lasciato il posto ad un lavoro più maturo e raffinato, senza la velleità di ricreare l’atmosfera dei grandi classici della letteratura e mescolare tra loro alla rinfusa una pluralità di generi letterari.

    La ricostruzione della Barcellona anni ’20 funziona abbastanza, come pure appare convincente il dialogo interiore del giovane scrittore David Martin, lacerato e diviso da una duplice esigenza: quella della propria sopravvivenza che lo induce a scrivere sotto pseudonimo libelli per la serie intitolata “La città dei maledetti” di un piccolo editore senza scrupoli, e l’altra, cui aspira con tutte le sue forze, di scrivere finalmente un libro degno di questo nome. Probabile effetto di questa personale scissione della mente e dell’anima è la malattia mortale che lo colpisce e che lo porterebbe alla tomba senza l’intervento dell’ “angelo”, alias l’editore Andreas Corelli che, in cambio di una grossa somma di denaro e della guarigione, gli propone di scrivere un libro in grado di proporsi come il testo sacro di una nuova religione.

    Di quale religione si tratti, Zafón non dice, non tanto per permettere al lettore di liberare la propria fantasia, quanto perché questa cosiddetta nuova religione in realtà c’è già nota sin dai tempi biblici. E cosa se ne fa il diavolo di un testo sacro, visto che le pagine sulle quali egli scrive più volentieri sono quelle del mondo? Una volta almeno stipulava contratti di eterna giovinezza e successo in cambio dell’anima, mentre ora pare si accontenti di un libro…

    L’eterno “patto col diavolo” (com’è si sa il diavolo è un angelo decaduto) è comunque trattato abilmente da Zafón in una prospettiva seducente e singolare. Ciò che alimenta un clima di suspense e induce a proseguire nella lettura del romanzo. Come pure, la descrizione della spettrale “casa della torre”, in cui Martin finisce col ritirarsi, è gestita con abilità narrativa ancorché né nuova né originale per questo genere letterario.

    Poi, ad un certo punto, ecco riapparire “il guazzabuglio” nel quale Zafón s’era già mosso in L’ombra del vento, con figure improbabili e stereotipi che fanno “molto rumore per nulla”. Insomma, ancora una volta si ha l’impressione che i personaggi dello scrittore catalano non sappiano vivere di vita propria ma abbiano bisogno del filo doppio del burattinaio per muoversi in un labirinto di situazioni e di intrighi. Tutti, per la verità, con l’eccezione di David Martin e di Isabella, la ragazza che gli fa da assistente, la cui figura è tratteggiata con sufficiente perizia da farla apparire di carne e sangue e non semplice marionetta. Sposata ad un amico di Martin, Isabella concepirà un figlio di nome Daniel Sempere, lo stesso nome, cioè, del protagonista di L’ombra del vento. Bizzarrìa gratuita, introdotta probabilmente per incrementare il “passa parola” sul nuovo romanzo, giacché non esiste alcun motivo plausibile per la duplice attribuzione dello stesso nome. Esiste invece più di un collegamento nell’intreccio narrativo dei due romanzi, entrambi dalla trama esile e pretestuosa, entrambi zavorrati di improbabili quanto noiose avventure.

    (Dal BLOG: http://zibaldone-sergio.blogspot.com )

  7. ramona Says:

    Molto interessante la tua recensione, Sergio. Condivido la tua opinione, anche se posso limitarmi solo al romanzo in questione, dato che L’ombra del vento non l’ho ancora letto. Tuttavia, come ho scritto, pur essendo favorevole all’alleggerimento del corposo testo, secondo me buona parte del “contorno” narrativo usato da Zafòn non stona nella lettura. Che ci sia qualcosa d’improbabile sì, ma del resto è tutta la storia un po’ improbabile (mi ero fatta anche io la stessa domanda sugli interessi del diavolo a far scrivere un libro: se proprio ci teneva, se lo riteneva così fondamentale, poteva scriverselo da solo!!). Tutto sommato, prendendolo non come vangelo, ma come una piacevole opera di fantasia, lo ritengo comunque un buon romanzo d’evasione, con interessanti spunti per riflettere sul mondo letterario odierno.
    Grazie della partecipazione, davvero!

  8. somniumhannibalis Says:

    A suo tempo ho letto L’Ombra Del Vento, intrigatissima dall’idea del Cimitero dei Libri Perduti, e sono rimasta delusa dalla parte piuttosto minore che il Cimitero giocava nell’insieme, da un certo senso di affastellamento, e da una certa truculenza un po’ scontata. Anche lì, tra l’altro, tanti tramonti infuocati, tanta pioggia, tanti vicoletti bui. Più di recente ho letto Marina (regalo di una di quelle persone che poi t’interrogano…), e l’ho trovato ancora più truce e spaventosamente simile nell’idea di fondo e negli snodi della trama. E ancora Tramonti Infuocati, Pioggia & Vicoletti. Da quello che leggo nella tua recensione, mi par di capire che Il Gioco Dell’Angelo non si discosti molto… Non sarà che el senor Zafòn ha scritto tre volte lo stesso libro?

  9. ramona Says:

    Bella domanda, cara somniumhannibalis … Non so risponderti perchè L’ombra del Vento l’ho comprato da poco, essendomi ripromessa proprio di leggerlo, ma ancora non l’ho nemmeno sfogliato.
    C’è di che riflettere tuttavia, se le cose stanno come dici tu.

    E’ possibile che uno scrittore ami atmosfere particolari, piuttosto che altre, per una serie di ragioni: per una vocazione a fare nascere storie di un certo genere, o perchè gli vengono meglio così o perchè conosce meglio le ambientazioni….
    L’importante è diversificare le storie e non lasciare un senso d’insoddisfazione o di deja-vu nel lettore.

    Purtroppo però dobbiamo mettere in conto che i grossi successi editoriali, per qualche strano motivo, raramente hanno dei seguiti altrettanto soddisfacenti. Almeno a me sembra così.

    Verificherò la tua sensazione leggendo con calma l’altro romanzo di Zafòn. Ma chissà perchè, credo quasi che tu abbia proprio ragione….
    Ciao e grazie.

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