Francesco Recami -“Prenditi cura di me” (2010)

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Di solito presto poca attenzione all’immagine sulla copertina di un libro. Così è stato anche per l’ultimo romanzo di Francesco Recami, Prenditi cura di me.
Solo dopo averlo terminato di leggere, ora che giace sul tavolino in cristallo, sotto il gazebo della mia villa in campagna, mentre osservo due cerbiatti brucare l’erbetta del parco mi rendo conto come in questo caso sia già tutto contenuto lì, in quell’elaborazione grafica ritagliata nel blu Sellerio.
L’immagine in copertina è una natura morta di Antonio Donghi, del 1928, un particolare raffigurante l’angolo di un vassoio con una tazzina da caffè, e un coltello in primo piano, fuori dal vassoio. E’ un’immagine che mi ricorda le opere di Hopper, specie per le linee di fuga tagliate, in diagonale, a dare l’idea di non completo, di indeterminato. Ed è un’indeterminatezza che c’entra molto con la vita dei personaggi che popolano l’ultimo romanzo di Recami. Sballottati tra un’esausta acquiescenza verso i piccoli personali fallimenti e una lotta a tratti tenera ma spesso disperata con i propri mulini a vento.
Tornando all’immagine di copertina, non mi pare casuale che il coltello sia proprio lì, in primo piano. Nel mezzo dei sogni mancati, dei progetti falliti o della semplice lotta per la sopravvivenza dei suoi personaggi, l’autore allestisce uno stato di tensione sottile ma crescente, come un coltello che viene sfoderato lentamente dalla sua guaina, prima di nascosto, poi sempre più palesemente. E in effetti alla fine la coltellata arriva, eccome.

Il fondale. Firenze. Raffigurata nelle sue periferie industriali e postindustriali più degradate, lontana dalle stereotipate immagini da cartolina e invece simile ai panorami di un altro romanzo uscito qualche anno fa, ambientato sull’Arno, Donne e topi, del giovane scrittore fiorentino Emiliano Gucci. Nel caos di tangenziali e di vite con speranze in fine-corsa questo romanzo di Recami mi ricorda anche la Cortesforza e dintorni dell’ultimo libro di Giorgio Falco, L’ubicazione del bene (a mio avviso il titolo più geniale degli ultimi anni).
Nel modo con cui Recami rappresenta il suo ambiente c’è tutta la finta calma dell’immagine in copertina, l’ordine apparente minato solo da quella presenza del coltello in primo piano, proprio come l’apparente calma presente nei quadri di Hopper, I Nottambuli su tutti, dove il falso nitore induce in realtà un senso di profonda inquietudine. E’ un libro che già nella copertina anticipa quella sensazione di stallo, di incapacità dei protagonisti a trovare una soluzione che non sia l’avvitarsi nel vuoto delle proprie esistenze. La luce della natura morta di Donghi, come l’apparente esattezza dei quadri di Hopper, come la precisione chirurgica della scrittura di Recami, sono tutti elementi che sembrano sottolineare come un ossimoro l’oscurità in cui si agitano le coscienze di questi personaggi. Penso che l’intero romanzo di Recami potrebbe essere definito un riuscitissimo ossimoro lungo 270 pagine. Scrittura piana nella sua oggettività, a cui fa da contraltare l’angoscia di quelli che in terza di copertina sono definiti “i nuovi miserabili della nostra epoca” (più o meno tutti noi, direi).
Quanto ai personaggi, sul podio metto la rappresentazione dell’universo delle badanti, questo esercito invisibile che spesso fa comodo ignorare e su cui invece Recami punta un faro potente. Da oscar della narrativa la messa in scena di Marìa Asunciòn, che non comprende ancora bene l’italiano “però non chiedeva di ripetere, per non fare cattiva impressione”.
Non avessi ancora detto a sufficienza dell’immagine in copertina, è chiaro che il vassoio, al di là delle mie interpretazioni figurative di cui sopra, richiama l’evento che fa da innesco all’intreccio: l’ictus ischemico che colpisce la madre di Stefano, il protagonista. Ma, suvvia, dilungandomi sulla trama offenderei l’intelligenza di chiunque sappia digitare su Google “Prenditi di cura di me” e rintracciarla su un qualunque sito di libri in vetrina.
A me invece interessa ancora dire qualcosina sulla tecnica usata da Recami. C’è un uso del discorso libero indiretto da antologia, funzionale anche a microscopizzare ogni pensiero di Stefano, mantenendo però il sano distacco della terza persona. Anche per questa esemplare padronanza della tecnica narrativa, Recami lo accosto volentieri agli esponenti della più fortunata stagione della narrativa italiana, quella intorno agli anni ’60, prima del successivo lento ma costante declino (oggidì si pubblica perfino uno come Cacciolati). Del resto, come ho già fatto per un precedente romanzo di Recami, Il correttore di bozze, accostandolo a Malerba –Il serpente, in particolare-, è facile riscontrare anche in quest’ultimo libro ascendenze (o discendenze? boh) di certa narrativa intimamente pessimistica. Ecco, per Prenditi cura di me mi permetterei l’accostamento all’ironia senza speranza del miglior Giovanni Arpino.
Mi resta solo da aggiungere una piccola e inopportuna annotazione. Questo romanzo di Recami è tra i dodici finalisti del Premio Strega 2010. A parte il fatto che è un libro troppo cattivo per vincere lo Strega, dico, ma può avere speranze di successo un romanzo in cui il protagonista se la rende con “questi stronzi della CGIL, superprotetti, supergarantiti” e che prova diffidenza per quelli che “girano il mondo, che fanno le esperienze, di solito sono figli di papà con le spalle coperte, gente magari di sinistra che non ha mai fatto un cazzo in vita sua e viene a menarcela a noi che siamo qui a farci il mazzo”?
Monellaccio di un Recami, in castigo, e non provare a spiegare a quelli dello Strega che l’autore non corrisponde ai pensieri del suo protagonista, mica ci cascano, quelli, vagliela poi a raccontare che è solo per illustrare il suo vuoto di coscienza, eccetera, eccetera, eccetera.

Francesco Recami, Prenditi cura di me, Sellerio.

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2 Risposte to “Francesco Recami -“Prenditi cura di me” (2010)”

  1. cletus Says:

    ehi…Francesco Recami salterà sulla sedia…ricordo la recensione del suo precedente IL CORRETTORE DI BOZZE…sparita fra i gorghi del web nella vecchia sede della bottega, nei commenti della quale intervenne proprio lui. Gran bella lettura, Paolo !

  2. Paolo Says:

    Grazie Cletus!
    In effetti devo a te e alla tua lettura del Correttore il mio “interesse” per Recami.

    ciao
    p.

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