Ferdinando Camon: “Il canto delle balene”, 1989

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Ferdinando Camon

Ferdinando Camon

Nato nel 1935 a Montagnana in provincia di Padova, Camon è, oltre che scrittore, giornalista collaborando a molti quotidiani, anche stranieri.
Numerose sono le sue opere come numerosi i premi letterari vinti.
Opere: Il Quinto Stato, 1970; La Vita Eterna, 1972; Liberare l’animale, 1973; Occidente 1975; Storia di Sirio, 1984; Un altare per la madre, 1978; La malattia chiamata uomo, 1981; La donna dei fili, 1986; Il canto delle balene, 1989; Il Super-Baby, 1991; Mai visti sole e luna, 1994; La Terra è di tutti, 1996; Dal silenzio delle campagne, 1998; La cavallina, la ragazza e il diavolo, 2004; Conversazione con Primo Levi, 2006; Tenebre su tenebre, 2006;
Premi: Premio Luigi Russo (Il Quinto Stato); Premio Città di Prato (La vita eterna); Premio Viareggio di poesia (Liberare l’animale); Premio Strega (Un altare per la madre); Premio Giornalista del mese (al tempo di Occidente); Premio Selezione Campiello (La donna dei fili); Premio Selezione Campiello (Il canto delle balene); Premio Elsa Morante (Il Super-Baby); Premio Stazzema Alla Resistenza (Mai visti sole e luna); Premio Pen Club (Mai visti sole e luna); Premio Città di Bologna (Dal silenzio delle campagne); Premio letterario Giovanni Verga (La cavallina, la ragazza e il diavolo).
Il canto delle balene” è una briosa, e nello stesso tempo amara, ricostruzione di un rapporto di coppia ormai consunto, in cui la donna ha finito con il rifugiarsi sul lettino dell’analista per raccontargli i suoi rapporti sessuali con il marito, il quale si sente privato in qualche modo della sua intimità: “Prima, la mia vita intima era mia, adesso non ho più niente di segreto: c’è qualcuno, che io non conosco, che sa tutto di me. E senza segreti non si può vivere: ogni uomo ha il suo.”
Nella modernità, sembra dirci Camon, c’è una qualche esagerazione. Nel cercare ansiosamente risposte che nessuno può dare, ci si rende ridicoli e ci si immiserisce.
Il ritratto di Mavina (Maria Vittoria Narni), la moglie, intenerisce e spaventa ad un tempo. Ci sono in lei spaesamento e desiderio di vivere, una impotenza tesa alla perfezione impossibile. L’analista è il placebo, la tavola del naufrago a cui ci si appiglia senza sapere se ci si salverà.
Dentro la scrittura brillante, ironica e pungente di Camon, c’è il dramma dell’oggi che riguarda un’alterazione dei rapporti umani, e specialmente quelli di coppia, provocata dalla frenesia della modernità a tutti i costi.
Camon sembra divertirsi, ma solo apparentemente; in realtà denuncia: “Lettere era una strana facoltà. Per noi che venivamo da Fisica, Biologia, Medicina non sembrava neanche che facesse parte dell’Università. L’Università era tutto il resto, cioè l’insieme delle facoltà scientifiche dove studiavamo noi: noi diventavamo scienziati e professionisti, e Lettere era soltanto il gineceo nel quale venivano allevate e custodite le nostre future mogli. Noi avremmo guadagnato, loro avrebbero partorito. Erano lì come in collegio. […] I professori di Lettere lo sanno, e coltivano le loro studentesse come figlie da maritare.” Se leghiamo questa descrizione alla situazione di Mavina (“Si mostrava così vitale che un uomo intelligente doveva capire che era malata.”), la denuncia, sociale e civile, si colora anche di una sua singolare grottesca tragicità: “Oggi una donna, o ha una vita piena di sesso o non ha una vita, e allora va in analisi.”; “I matrimoni andrebbero sottoposti a verifica ogni otto anni, al massimo, per scomporre e ricomporre le coppie.”; “Vivere sempre con la stessa donna, è come cambiarla ogni 7-8 anni.”
Il racconto si dipana come un sogno, vi accadono cose che la realtà nasconde o rende difficili. La vita vi è messa quasi alla berlina, come fosse altro dalla nostra esistenza. Si può riderci sopra, piangendo anche, come se stessimo vedendo un film in cui non solo i movimenti ma perfino i pensieri fossero alterati. Quasi una comica.
Salvo che, non appena il ritmo, l’accelerazione tornano normali, la scena che si svolge sotto i nostri occhi emana la malinconia di ciò che non abbiamo vissuto.
Il colloquio tra il protagonista, Costante, e Marina, l’amica di università della moglie, che avrebbe voluto sposare (“la mia mancata moglie”), si trasforma in una serie di lenti fotogrammi che scandiscono l’amarezza di un fallimento. Dice Marina: “Che strano, i ricordi non ci uniscono sul nostro passato, ma ci separano.”
Il ricordo, per Camon, è l’avvio di una separazione, lo scomponimento di quell’unità di tempo che ci ha tenuti assieme, in cui credevamo di essere almeno simili, ed invece nasceva proprio da quel punto in comune la nostra diversità. Di che fallimento dunque si tratta, se la vita è fatta così e nessuno è mai uguale all’altro, se non nel sogno e nell’illusione? “Il canto delle balene”, con la percezione differente di esso, a seconda di chi lo ascolta, è il simbolo di un incontro che non sarà mai quello sognato. L’uomo resta per sempre estraneo ad un altro uomo. L’umanità è destinata a non riconoscersi mai.

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