Gli Incendiati, di Antonio Moresco

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la copertina del libro

di cletus

Evitando il facile gioco di parole, viste le temperature di queste giornate, ho dato fondo a questo testo, finendolo stamattina, alle prime luci dell’alba. Premetto: di Moresco non ho mai letto nulla, prima. So che gode di stima incondizionata da parte di persone che ritengo autorevoli, so che ho di là, da qualche parte il volumone de I canti del Caos, e che un giorno, prima o poi, vi metterò mano.

Gli Incendiati è un film. Che definirlo romanzo è togliergli qualcosa. Un film lucido ed implacabile che ti porta e non ti da scampo. Ti ritrovi a divorare pagine, tutte di fila, senza un capitolo, senza un qualsiasi evidente salto narrativo. E’ imperioso nella sua struttura. E proprio per questo sovverte tutte le regole abbozzate sopra. E’ un lungo monologo, di un uomo, della genesi di quel sentimento che, solo, è capace di donargli un senso, in mezzo alla spietatezza del vivere. Ed è il nostro vivere, la metafora di sottofondo, quella che Moresco tratteggia con abilità consumata. L’irruzione dell’amore, inteso più come necessità dell’uomo, che come abusato addentellato. La storia è costruita intorno a questo sentimento, alla sua reale immortalità, come il solo capace di andare oltre, di sfuggire la morte, incapace di spegnersi se solo trova anime disposte a lasciarsi travolgere.

 Non sto a descrivere la storia. Che è comunque avvincente. Gli si perdona qualche abuso della credulità del lettore di troppo (come a pag. 68, quando l’uomo, il protagonista del racconto, chiama un taxi col cellulare senza nemmeno conoscere l’indirizzo presso il quale lasciarsi venire a prendere)., Ma a fronte della sospensione dell’incredulità, è peccato veniale. Che facilmente si sopporta, anche perché, col procedere del racconto, davvero non ha più senso limitare il proprio orizzonte sul terreno della congruità. E’ un affresco, piuttosto.

 Il portare i nostri occhi a considerare ciò che è sotteso, cosi abilmente metabolizzato (forte, vi ho letto, il rimando all’indifferenza generata anche a fronte dei massacri nelle regioni dell’estremo ex impero sovietico), le stragi, la riduzione della vita umana a zero, dove l’ammasso dei corpi, dei bambini dell’Ossezia, trucidati dentro una palestra, la distruzione di interi villaggi, sono un tributo pagato dal nostro rassicurante occidente, perso dietro ai leasing o le vacanze in alberghi a diverse stelle su promontori che puntualmente vanno a fuoco.

 Il fuoco, infine. Viene qui evocato con quel tanto di arcaico che si porta appresso. Elemento purificatore, lavacro di tutte le brutture, la potenza delle fiamme nel cancellare, ridurre in cenere, insieme a tutte le nostre ansie, anche le nefandezze di cui l’uomo è capace. E l’associazione con la forza dell’amore, che cancella, purifica, si rende (per sua stessa natura) immortale dicendoci della capacità di un sentimento cosi forte di saper resistere alla morte, di sopravvivergli oltre.

 Breve, scritto magistralmente, ritmo, piccolissime sbavature e rare pause che appaiono sulle prime prolisse, ma che acquistano senso nell’architettura generale della storia. Una scrittura onirica, quasi in sospeso, ma non meno tagliente, definitiva.

Da leggere.

Mondadori, 2010, pag. 174 €.18,50 

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Una Risposta to “Gli Incendiati, di Antonio Moresco”

  1. cletus Says:

    addendum da “scoperta d’acqua calda”. Parlando con un amico di questo testo, intorno alla capacità (magica) della parola scritta, di rendersi credibile “a prescindere”. Con buona pace di tutte le scuole di scrittura: la naturalezza con la quale l’autore passa da un terreno “congruo” ad uno propriamente “fantastico” dice proprio di come la parola, quasi indifferente a ciò che transita, dia autorevolezza appunto, a prescindere.

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