Quando la testa è in vacanza [3]. “Honeymoon”: il miele industriale di J. Patterson.

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Dire che la trama di questo romanzo sembra presa a piè pari dal dimenticabile film La vedova nera del 1987, non basta a squalificarlo. Anche se il calco è notevole. C’è pure l’immancabile tresca tra l’assassina e il poliziotto, peraltro più originale nel film, dato che si trattava di un approccio saffico tra dark lady (la perturbante Theresa Russell) e investigatrice (l’imperturbante Debra Winger).
Comunque, c’è da colmare container con i libri di autori-madonnine consacrati dalla critica assai più che Patterson, libri assolutamente mimetici di film, filmetti e telefim. Ma non è questo il punto. Per quel che conta il mio parere, sono piuttosto d’accordo con chi sostiene che le storie sono sempre quelle, ciò che conta è come le scrivi.
E’ curioso semmai constatare come il topos della crudele cacciatrice di uomini trascini sempre un intenso sfruttamento commerciale. La mantide bella e seducente quanto avida e spietata è un’ottima macchina da soldi per editori e produttori. Quasi quanto lo psicopatico predatore sessuale.
In Honeymoon la protagonista si chiama Nora. Gli uomini che incontra, naturalmente solo fessacchiotti miliardari, se li pappa in insalata, quasi alla lettera, dato che prima arraffa i loro bot e poi li accoppa preparando manicaretti conditi con un veleno che non lascia tracce.
Dopo aver fatto fuori il primo marito, vive una tripla vita. Un pochino con Connor, giovanotto con villa da mille metri quadri che vorrebbe tanto sposarla, un pochino con Jeffrey, scrittore di gran successo che ha sposato in segreto, e parecchio per i cavoli suoi in un bel loft di Manhattan che mi fa tanto sex&thecity. Per coprirsi con i due gonzi utilizza la sua professione ufficiale, che la vuole arredatrice di magioni di lusso in giro per l’America.
Caro Connor, è tempo che ti levi dalle scatole, ti prosciugo il conto in banca con una piccola operazione al computer e ti faccio fuori con una prelibata omelette al veleno. Peccato che arrivi ad indagare sulla morte di Connor un detective dell’FBI in incognito, tale John O’Hara, che da buon irlandese è uno che non molla mai, tampina Nora fingendosi un assicuratore, e per non correre il rischio di perderla di vista si infila pure nel suo letto.
Insomma, la trama non è il massimo dell’originalità, ma non è questo il punto, come dicevo prima. Il fatto è che non è il massimo dell’originalità la scrittura. E poco importa sapere quanto sia farina del sacco di Patterson, invece che dello schiavo co-autore Howard Roughan.
Come esempio basta citare uno spezzone di dialogo, una cartina al tornasole quasi infallibile (lo so, ci sono anche eccezioni) come parametro di qualità di un testo di narrativa.
Tipo che il buon Jeffrey “raggiunse l’orgasmo e si staccò da lei con il respiro affannoso: -Nora, che magnifica sorpresa! Come te non c’è nessuno.-
Dopo una battuta del genere chiaro che la nostra dark lady abbia tutte le ragioni di andare in cucina a preparare una pietanzina al veleno.
Oppure c’è un sosia di Brad Pitt seduto accanto a Nora, nella prima classe di un volo da Boston a New York. L’abbordaggio è messo in scena così.
“-Io sono un impilariviste- esordì lui.
Nora si voltò. –Come scusi?-
-Vede le riviste sul tavolino?- Il bel ragazzo indicò con un sorriso il numero di Architectural Digest che Nora aveva aperto sulle ginocchia e i giornali sul tavolino. –A questo mondo ci sono solo due categorie di persone-, spiegò. –Quelle che tengono le riviste in pila e quelle che le spargono ovunque. Lei di quale categoria fa parte?-
Nora lo guardò dritto negli occhi. Come pretesto per attaccare bottone, era piuttosto originale…”

Ma? Mi son detto, mentre avevo voglia di tirare il libro contro la parete, se questo è un pretesto originale io in passato (remotissimo) sarò stato il campione del mondo di originalità. Vorrei proprio ricevere il parere di qualche fanciulla, se questo è un modo originale di attaccare bottone. Per mera curiosità, essendo una pratica che ormai colloco nell’album dei ricordi.
In conclusione il miele di Honeymoon ha un gusto alquanto industriale, del resto è quanto riconosce Patterson stesso. Per lui ciò che conta è avere milioni di lettori.
Una chicca c’è in wiki, alla voce inglese di James Patterson.
«Horror novelist Stephen King has dismissed Patterson’s bibliography as being made up of “dopey thrillers,” and in one interview called him a “terrible writer”.
In a “10 Questions” interview in the July 5, 2010 issue of Time magazine, Patterson was asked: “What do you say to critics like author Stephen King who say you’re not a great prose stylist?” Patterson responded: “I am not a great prose stylist. I’m a storyteller. There are thousands of people who don’t like what I do. Fortunately, there are millions who do.”»
Se lo dice lui.

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