La trilogia di Millenium (Larsson) secondo me.

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Non c’è niente di meglio dell’estate per dedicarsi a letture leggere. O almeno a quello che uno s’immagina tali.
Da tempo avevo comprato la trilogia di Millennium, dello svedese Larsson, lasciandola poi languire sugli scaffali. L’avevo acquistata seguendo una serie di logici motivi, se proprio si vuole dare un senso ad un acquisto.

Mi aveva colpito il fatto che, finito di scriverla, l’autore è morto a causa di un infarto, in età ancora giovane. Leggenda metropolitana vuole che, mancando in modo così improvviso, Larsson abbia lasciato incompiuto il segretissimo seguito e un’ipotesi di una decina di volumi seriali. Dicerie a parte, mi sono romanticamente figurata quanto sia stata grande, enorme, la fatica di scrivere, se la stesura di questi romanzi è costata la vita all’autore. Il pensiero di uno scrittore che muore sulla sua opera e non riesce a goderne dell’enorme successo mi commuove. So bene che altri autori hanno avuto il destino di una pubblicazione postuma, in passato, e confesso che per tutti sento lo stesso moto di simpatia e rispetto. Come gli eroi risorgimentali che sono morti per il puro ideale di Patria, senza riuscire a vederla mai unita e libera, questi scrittori sono eroi morti per/con il puro desiderio di dar vita ad un’idea, senza riuscire a vederla vivere.

In secondo luogo, tutti parlavano di questa trilogia. Sembrava non ci fosse nessuno che non l’avesse letta. Il che è non sempre è un vantaggio, ai miei occhi. Il libro acclamato a furor di popolo a volte mi sa di strumentazione, di operazione di marketing, di passaparola costruito ad arte… Talvolta lascio correre, diffidente, talvolta invece la curiosità vince. Anche perché, bisogna ammetterlo, non si può condannare o osannare alcuna opera letteraria, o comunque farsene un giudizio di qualunque tipo, senza averla letta.

Ancora, ho una predilezione per la letteratura esotica, o almeno io la definisco così: nei miei scaffali rientrano autori cinesi, giapponesi, israeliani, ungheresi, finlandesi, danesi… Scrittori che mi fanno entrare in culture lontane e perciò mi incuriosiscono molto. Di recente la lettura mi ha portato anche in Spagna e in Francia, ma più gli ambienti sono lontani da me più li trovo affascinanti. E ora la Svezia. Che non è in un altro mondo, ma quasi. Almeno secondo i miei parametri.

Per tutti questi motivi ho comprato la trilogia. Ma per leggerla avevo bisogno di tempo, se non altro per la lunghezza. Si tratta infatti di tre tomi di 6-700 pagine (e passa) ciascuno, per questo rimandavo sempre. Per finirli tutti e tre, tuttavia, non è servita un’estate, come credevo, ma meno di un mese.
E ora non posso più dire che si sia trattato di una lettura leggera.

Penso che siano pochi quelli che non conoscono la storia e i personaggi della trilogia.

I tre libri (Uomini che odiano le donne; La regina dei castelli di carta; La ragaza che giocava con il fuoco) raccontano storie diverse, ma legate fra loro, e con gli stessi personaggi. Riassumere in breve tre romanzi così complessi è un po’ difficile.

Diciamo così. In una Svezia attualissima, che ha fama di Paese libero e liberale, si scoprono avvenimenti torbidi e pregiudizi duri a morire. In un Paese in cui una donna (la giornalista Erika Berger), sposata, da un ventennio intrattiene una relazione di amicizia e sesso con il protagonista (Mikael Blomkvist) con il beneplacito del marito (a sua volta impegnato in relazioni omosessuali e di gruppo, moglie compresa) e di tutta la società, per niente scandalizzata. In un Paese simile, per quanto possa sembrare incredibile, ci sono uomini che disprezzano a tal punto le donne da rapirle, stuprarle e perfino ucciderle.
Al di là delle vicende gialle (del primo romanzo) e di spionaggio (negli altri due) che sostengono una trama peraltro appassionante, sembra essere questo il tema portante, il filo conduttore della serie.

La prima e più importante testimone è la protagonista, Lisbeth Salander. Personaggio affascinante nella sua apparente durezza. Appena 25 anni, un metro e mezzo per 40 chili di puro genio e disagio sociale.
Lisbeth ha una storia personale difficile che si scopre un po’ alla volta: non può disporre legalmente della sua vita perché non ha nessuno, si comporta da sociopatica, ha un tutore che la controlla. Lisbeth è un genio dell’informatica, un hacker per cui i computer non hanno alcun segreto. Si guadagna qualcosa lavorando per una ditta di sicurezza, facendo ricerche, ma nessuno conosce la sua abilità. Nessuno conosce Lisbeth fino in fondo. Lei non parla con nessuno, meno che meno con polizia o medici o psichiatri. Ai limiti dell’autismo, ha però un’intelligenza che rasenta il prodigio, aiutata da una memoria fotografica che in un flash fissa tutto quello che vede o legge.
Eppure non ha completato la scuola dell’obbligo.
Eppure è stata anche in un manicomio minorile.
Ha un suo codice morale, ma è capace di violare tutti i codici se lo ritiene giusto.
Lisbeth è la vera protagonista dell’intera saga.
Mano a mano che si scopre qualcosa della sua vita è difficile non tifare per lei. Gli uomini che odiano le donne sono quelli che Lisbeth ha incontrato nella sua vita, che hanno abusato di lei psicologicamente e fisicamente in ogni brutale modo possibile, spesso ammantati di perversa legalità. E ci sono altre donne, scopriamo nel corso della lettura, più indifese e altrettanto maltrattate della nostra: lei almeno riesce a farsi giustizia e a farsi rispettare, rispondendo a violenza con violenza. E però ci ritroviamo tutti d’accordo con lei. Finiamo per ammirarla, dimentichiamo il compatimento, perché lei non vuole essere compatita. Ma non cessiamo di stupirci e soffrire per tutta la violenza a suo carico, già da quando era solo una ragazzina, e di tutte le altre donne.

Prima di aprire una parentesi su questo, voglio soffermarmi sui dati per così dire tecnici dei tre romanzi, e cioè sulla narrazione e sulla costruzione del giallo, o poliziesco che dir si voglia.
A mio parere sono entrambe perfette.

C’è poco di letterario, diciamolo subito. Lo stile è quasi giornalistico, senza fronzoli, ma niente affatto spiacevole, come ho trovato per altri libri. Diciamo anche che non c’è molto tempo, per essere letterari. A parte alcune divagazioni un tantino noiose ma pur necessarie soprattutto all’inizio del secondo romanzo, non c’è assolutamente modo di tirare il fiato, leggendo. La storia, le storie, sono incalzanti, intrecciate in modo mirabile. Niente viene lasciato al caso, nessun fatto anche solo accennato poi viene dimenticato, ma ha una sua ragione che viene prima o dopo svelata. Il famoso fucile del primo capitolo non è mai a sé stante, o dimenticato, ma finisce sempre con lo sparare (“Se nel primo capitolo dici che c’è un fucile appeso al muro, nel secondo o terzo capitolo devi assolutamente farlo sparare. Se il fucile non verrà  usato, non dovrebbe stare lì appeso.” — Anton Cechov,  da S. Shchukin, Memoirs. 1911.). Il che non è affatto poco e nemmeno semplice, data la complessità delle trame.

Un altro pregio di Larsson da non sottovalutare, che a me è tornato utilissimo, è la sua abilità di ritornare a spiegare chi sono i vari personaggi in più momenti della narrazione. Quando si rischia di dimenticare chi è cosa, nel corso delle numerose pagine, lui ce lo ricorda in modo semplice, per niente noioso o ripetitivo.

E poi, inutile dirlo, il personaggio di Lisbeth è insolito, originale e accattivante. Moderno che più di così non si può, incarna tuttavia l’archetipo con cui la donna si scontra da millenni, quello di vittima della sopraffazione maschile e dei pregiudizi sociali. A dispetto dei quali riesce a trovare una propria dignità, sia pure con violenza, perché costretta.
Lisbeth autistica ma capace di innamorarsi, Lisbeth piccola ma forte, vendicatrice per un codice d’onore che non si riesce a non condividere, Lisbeth che ruba ai disonesti ma che usa il denaro come mezzo per vivere, senza farne una ragione di vita ostentandolo al mondo. Lisbeth che non sopporta le apparenze, che sopravvive a un mondo brutale sordo alla verità delle donne.
Lisbeth è tutte noi. Questa è la verità.

Questo è ciò che ha fatto della mia lettura leggera una lettura su cui riflettere.

Un’altra verità sta apparendo negli ultimi tempi. Un amico di Stieg Larsson rivela che lo scrittore ha scritto la trilogia per liberarsi dal rimorso. Pare che quando era quindicenne abbia assistito allo stupro di una ragazza da parte dei suoi amici, senza partecipare, ma anche senza intervenire per difenderla. Una colpa immensa ai suoi stessi occhi, un ricordo che non lo ha mai abbandonato, secondo questo amico, il cui nome è Kurdo Baksi e che a sua volta ha pubblicato un libro in cui racconta della sua amicizia con Larsson (vabbè… c’è sempre chi ha qualcosa da raccontare per guadagnarci in occasioni di successi planetari.).
Il fatto è grave, certo, e ancora una volta è successo nella Svezia che tutti credono la patria dell’amore libero. E invece anche là, come da noi, come in tutto il mondo, gli uomini che odiano le donne esistono. Non solo nella fiction, purtroppo. La cronaca registra tutti i giorni casi che hanno per vittime le donne: picchiate, lapidate, uccise per capriccio o per gelosia o per pura sopraffazione.
Se è vero quanto racconta Baksi, c’è da dire che, dalla vigliaccheria di un quindicenne (ma poi, avrebbe realmente potuto fare qualcosa? Non lo sapremo mai!), dalla sofferenza fisica e psicologica di una ragazzina che pure mai ha perdonato, almeno ne è nata una denuncia. Anche un romanzo può servire a scuotere le coscienze.
Per quella ragazza sarà una magra consolazione, o forse non lo sarà affatto. Di certo nella sua vita avrebbe voluto disperatamente trasformarsi in una Lisbeth Salander.
Ma questo, purtroppo, resterà possibile solo in una fiction che non le è dato di trasformare in realtà.

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8 Risposte to “La trilogia di Millenium (Larsson) secondo me.”

  1. cletus Says:

    invitia…sei una delle poche persone, che conosco, che sono state in grado di spararseli tutti e tre.

  2. ramona Says:

    ma no Cle!
    Davvero, credevo di essere l’unica che ancora non li avesse letti! Come ripeto, comunque, la lettura non è affatto pesante, provare per credere!

  3. Paolo Cacciolati Says:

    cara Ramona, hai riassunto come meglio non si può quello che ti rimane impresso dallo stile di Larsson, un’umanità raccontata con uno stile apparentemente giornalistico, ma capace di trasformarsi nello lettaratura dello stato delle cose.
    Ho letto i primi due, assegno mezzo punto in più al primo, forse solo perchè preferisco il giallo alla spy story.
    Ciao
    p.

  4. ramona Says:

    Ciao Paolo (bentornato!); anche per me il primo è senz’altro il migliore, ma come suspence non è male nemmeno il terzo. Fino all’ultimo ti chiedi dov’è finito quel filo iniziale… e lo scopri solo nelle ultime pagine. Impagabile, grande narratore, nel suo stile asciutto.
    Sarebbe stato interessante scoprire se questo livello così alto si sarebbe mantenuto in un eventuale prosieguo… ma è andata così, poveraccio.

    Ciao!

  5. mbaldrati Says:

    Hai toccato molti punti, e concordo. A me sono piaciuti. Larsson ha un bel talento di narratore, non è mai pesante e neanche scontato, si fa voler bene. Ho trovato un po’ di noia quando si dilunga (ma neanche troppo) sulle vicende interne della rivista, ma la noia in testi come questi è credo una componente quasi necessaria. Ho anche sorriso quando lui, da svedese, ce la mette tutta per mostrare le connivenze tra il potere, i servizi deviati, e lo confronto con la nostra Italia, dove le sue sembrano storie quasi innocenti, a confronto con un potere criminale come noi stiamo subendo da anni e anni. Belli gli squarci sulle leggi svedesi, le due settimane di prigione dove poteva leggere, andare in palestra, e poi la legge che punisce chi si permette dui mancare di rispetto pubblicamente agli omosessuali; lo confronto col nostro paese, dove i leghisti al governo dicono “i culattoni” e così via…

  6. ramona Says:

    Ciao Mauro, grazie per il tuo commento, al quale mi associo. Penso che però i momenti di noia in questa letturona siano stati pochissimi e del tutto irrilevanti, su una simile massa di pagine in continua tensione. Quello che tu osservi sul paragone fra il governo svedese e il nostro è giustissimo. Anche io avevo notato la pacchia di un passaggio in carcere che somiglia a una vacanza… tanto per dire. Ci sono, alla fine, dei motivi validi per cui si vive meglio nei paesi scandinavi, come le più recenti statistiche sul welfare europeo dimostrano… escludendo i casi di vilenza sulle donne, ovviamente.

  7. Sonia Alboresi Says:

    Ciao a tutti. Come tanti , anche la scivente ha acquistato la trilogia di Millenium di Stieg Larsson. Oggi Larsson ha tanti emuli, tanta letteratura nordica, che ,a parte Henning Mankell , non conoscevo. Per tornare a noi , ho trovato che Larsson apre una finestra su un mondo , quello nordico, di cui in realtà ,ben poco sappiamo. O quantomeno ne conosciamo l’alto grado di civiltà, meno le infiltrazioni criminali e ancora meno un rispetto delle donne che , come traspare da Larsson, è più apparente che reale. Se dovessi , in conclusione , definire la gradevole Trlogia di Millenium, utilizzerei queste parole : uno sguardo su una società apparentemente lontana anni luce da quella mediterranea e ,al contempo molto vicina a noi.

  8. ramona Says:

    Grazie Sonia per il tuo commento.

    Sono d’accordo, Larsson ha sdoganato in qualche modo la letteratura scandinava. Che però già in parte aveva fatto capolino con il bel libro “il senso di Smilla per la neve, di Peter Hoege. E io già da prima avevo anche letto due libri molto carini del finlandese Arto Paasilina.

    Sembra che il thriller però resti marchiato Svezia. Tuttavia, come te, non ho trovato niente al riguardo, almeno finora, che regga il confronto con Larsson.
    Concordo anche sulla tua definizione finale, secondo me abbastanza azzeccata.

    Ciao, torna a trovarci e ancora grazie.

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