Sangue di cane, Veronica Tomassini. Un amore che fa incazzare.

by

di Antonio La Malfa

“Dormivi ancora, io guardavo avanti, non dovevo necessariamente pensare, poi vidi la vela di un catamarano dissolversi sulla linea tra terra e cielo. E io ero la vela, tra terra e cielo” (pp. 39-40). “Ti amavo e lo sentivo quest’amore forte e fatale che abbracciava la rena. Ero l’oceano e la terra, ero la vela, tra l’oceano e la terra” (p. 143).

Lei, la protagonista di questo amore disperato, a volte incomprensibile, che viaggia su questo limine, sul confine tra terra e cielo. Quando riesce a stare in equilibrio come in questi frangenti, in questa linea piatta, si riposa e raggiunge la pace tanto agognata. E’ come se tirasse il fiato, preparandosi a successive lunghe battaglie. Sono rari questi momenti.

A volte raggiunge cieli celestiali di piacere, ma più spesso percorre gli abissi della terra, ed è proprio nelle bassezze dei gironi infernali che la prosa di Veronica Tomassini diventa, a mio avviso, preziosa: “Erano involucri informi, avvolti da coperte inutili, non uomini, involucri. Nelle grotte si moriva senza accorgersene. Wiga era piena di lividi, soprattutto in fronte, sul naso, aveva le labbra graffiate, ritengo che entrando e uscendo dalla cava, col buio, le sporgenze della roccia diventassero un nemico come lo era il freddo, come lo era l’alcol. Wiga aveva pustole ovunque, sul collo, sulle mani; sono ferite infette, penso a Yurek, alle croste di Danuta, prurido, detto alla vostra maniera. Scabbia, certo, era scabbia, ma non posso giurarlo. Era giorno, le anime nere agonizzavano alla luce, bisognava muoversi, bisognava sollevarne uno e scuotere l’altro, bisognava essere pronti e urlare al silenzio che Woitek o Stanislaw o Bogdan avevano fatto il pieno. Stentavano tutti, camminavano a fatica; una vecchia stava china, era gonfia come un pallone” (p. 111).

Una ombra nel libro, solo un’ombra, è il fervore mistico, ai limiti del fanatismo religioso, che permea la storia nel momento in cui Slawek entra in contatto con una suora, che farà di tutto per strapparlo dai suoi abissi esistenziali. A mio avviso, certi passaggi come questo che segue mi paiono degni del libro Cuore: “La sorella seduta sul letto teneva il libro dei salmi, leggeva a voce alta, fermandosi per scrutarci in volto con un sorriso e poi ricominciava. La lampada sullo scrittoio emanava luce sufficiente, tenera e azzurrina, la quiete della sorella ci avvolgeva…” (p. 158).

Notevole, e particolarmente efficace è la descrizione di svariati personaggi polacchi che orbitano intorno ai due protagonisti; la più bella e delicata è Faustina: “Faustina cominciò ad accusare i sintomi del male. Tossiva, sputava robaccia nera, dimagriva. Prenotò una visita nel più attrezzato locale catanese… Era un lunedì che il baffone della locanda non le dava giorni di malattia. Tornò la sera tardi…”Ciò polmone malato”, rivelò durante la cena, tenendo sempre gli occhi sul piatto…Morì in locanda, un lunedì. Disciplinata, non si prese un giorno, nemmeno per morire” (p. 105).

Un amore incondizionato, quello tra il polacco Slawek e la protagonista italiana (di cui si ignora il nome, non viene mai chiamata da nessun altro, salvo essere soprannominata dai volontari della Caritas “l’albanese” (p. 31) o dai polacchi “la puttanella albanese” (p. 32), “puttana di Albania” (p. 39) o essere chiamata da Slawek, il suo amato, con il tenero aggettivo di “misek” (p. 65) o sempre da lui chiamata “kurwa“, puttana (p. 29), un amore legato alla carne e che bramava, esigeva una posta sempre più alta: “Al parco mi alzavi la gonna dietro il cespuglio dove pisciavano i guardoni della domenica” (p. 28). “Tu Slawek scopavi sempre… Non ero gelosa. Tu eri in grado di tapparmi la bocca, stop, più o meno gentilmente…” (p. 30). “La mattina, di buonora, raggiungevo casa di Irenka… tu uscivi furtivamente che non erano neanche le otto. Irenka al risveglio era una belva, cacchio te la dava una notte intera e tu le sgusciavi di fianco, da ladro, per tornare dalla puttana di Albania” (p. 58). “Non mi scomposi quando in casa di Armida e Dino ti sorpresi con Szimek e Violetta. Gioco di squadra, la invidiai, lo desiderai anche io. Ne dovetti restare fuori però perché senno mi tagliavi la gola” (p. 85).

Quest’amore è fatto anche di tenerezza: “La vita è un miracolo e lo sono anche i due vecchi che mi hanno sfiorato le deboli spalle, perché si amano, ancora, mano nella mano, passeggiando tra le bancarelle del mercato; magari li abbiamo già notati, Slavek, pensando al prodigio, uh, scordiamo in fretta, talvolta.” (p. 174)

Quest’amore di lei per Slavek, che ho già definito incondizionato, fa quasi incazzare, in certi momenti. E mòllalo, viene da esortare, che cazzo stai a perdere la vita con un alcolizzato egocentrico? In altri, lasci da parte il perbenismo e il calcolo e ti lasci prendere per mano ed entri nella storia, mescolando l’abisso e la vetta, la paura di cadere e la voglia di volare, sporcandoti insieme con lei, la puttana di Albania, riconoscendo la vita, quella vera.

Come a pagina 175: “Sono finita, oggi sono finita, ma dico: ‘Vivo, sono viva, eccomi, sono qui’.”

Da leggere, assolutamente.

Veronica Tomassini, Sangue di cane, Laurana.

Annunci

Tag:

Una Risposta to “Sangue di cane, Veronica Tomassini. Un amore che fa incazzare.”

  1. … su “la Bottega di lettura” » Bloggando Laurana Says:

    […] Antonio La Malfa Per vedere l’articolo originale cliccate il link: bottegadilettura.wordpress.com […]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: