Libero Bigiaretti: “Esterina”, 1942

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Bigiaretti è uno di quei rari scrittori che si son fatti da sé, come, ad esempio, per limitarmi a due nomi soltanto, Pea e Pratolini, ma a differenza di questi, la scrittura di Bigiaretti tende più ai canoni della classicità, mantenendo però una limpidezza e una sintesi esemplari. Nato a Matelica (Macerata) il 16 maggio 1905, morirà a Roma il 3 maggio 1993. Ancora giovane parte per la capitale dove esercita i più disparati mestieri, dal muratore al disegnatore tecnico. Frequenta corsi serali e infine si diplomerà al liceo artistico.
È stato per molti anni segretario del Sindacato Nazionale Scrittori, e ricordo di averlo sentito spesso parlare in tale veste. Non mancò mai al suo impegno civile, testimoniato nelle sue opere.
Fu poeta (“Ore e stagioni” del 1936; “Care ombre” del 1940) e soprattutto scrittore. I suoi romanzi furono numerosi. Ne ricordiamo alcuni: Esterina, del 1942, fu il suo primo romanzo, al quale seguirono, nel 1952, La scuola dei ladri e nel 1954 I figli (Premio Marzotto), nel 1958 Uccidi o muori, Il Congresso (1963), nel 1966 Le indulgenze (Premio Chianciano), nel 1968 La controfigura (Premio Viareggio), Dalla donna alla luna (1972), Abitare altrove (1989).
Scriverà anche per il teatro: L’Intervista con Don Giovanni (1958) e Licenza di Matrimonio (1968).

Il romanzo Esterina si presenta subito con una scrittura dotata di una speciale e virtuosa eleganza, resa nei suoni e nelle sfumature quali strumenti dalle mille risorse e vitalità.
Esterina è una giovane di venti anni, “trionfante di avvenenza”, che compare nella vita del protagonista quando questi ha venticinque anni.

La sua influenza su di lui è graduale, quasi impercettibile. Mentre il protagonista si guarda intorno e acquisisce le sue amicizie spinto soprattutto dalla curiosità, non si accorge che la presenza della ragazza si fa sempre più incombente e profonda.

Sebbene ci troviamo di fronte ad un personaggio non più giovane, il romanzo, pur impostato tutto sulla memoria, è di formazione, ma di quel tipo di formazione che tutto prende dai sentimenti piuttosto che dagli avvenimenti materiali.
Gli amici che frequenta, ad esempio Fausto, Paolo, Aldo, non valgono per la sua crescita quanto gli sviluppi sentimentali del suo rapporto con la femminilità.

Oggi chi ha l’età del protagonista non attraversa le sue angosce e le sue paure sentimentali. I tempi sono mutati e mutati i costumi. Il romanzo è infatti anche lo specchio fedele di un’epoca, che non è male che i giovani conoscano, anche fosse solo per misurarsi con essa.

La spietata analisi di un innamoramento e di un matrimonio che a poco a poco si logora rendendo palpabile quanto sia effimera e delicata la felicità, prende sempre più spazio nel romanzo, e Esterina diviene una specie di paradigma anche della contemporaneità, l’addendo di una consunzione non affatto insolita ai giorni nostri: “non ci accorgemmo che già ci insediava un sospetto di noia, un’ombra di stanchezza.” È quella parte del romanzo che è riuscita a conservarsi viva e attuale.

La scrittura si mantiene costantemente lucida, e impegnata su di un percorso che non mostra ondeggiamenti e ambiguità: “Certi suoi gesti e parole, il suo modo di venirmi incontro dopo un breve distacco, erano un poco studiati; ma io ne ero contento: capivo che quella mancanza di naturalezza non faceva parte soltanto delle sue abitudini, ella le andava arricchendo, seguendo un’arte inconsciamente posseduta, per rendere più perfetto il nostro amore.

Il declinare del rapporto di coppia appare legato ad una specie di maledizione, ad un qualcosa che entra nella casa e non si riesce a vedere. Una specie di malasorte spirituale che vince a poco a poco le due volontà, le annichilisce, impoverendole e imprigionandole: “Cercavo da me, e in me, affannosamente, quasi non convinto della felicità di cui godevo, la ragione di quei brevi istanti che lievemente la scalfivano.”; “Il distacco s’è formato così, a millimetri, fin dai nostri giorni più belli.”

Il romanzo si va sempre più arricchendo di una psicologia sottile, impalpabile, resa cristallina da una scrittura sapiente e da un vocabolario semplice e schietto che si mantiene, nonostante un periodare che risente talvolta del suo tempo (“si rammancò”; “in mille guise”; “ogni volta mi vi recavo”), efficace e coinvolgente.

Ad aggravare il declino subentra la scoperta che Esterina non può avere figli. La donna ne è prostrata nonostante il protagonista faccia di tutto per distrarla dalla malinconia: “Come invano tentavo di dare ai miei discorsi un tono di gaiezza che valesse a spezzare la insopportabile tristezza delle ore che passavamo insieme.” Difficile, quando l’amore si allontana, superare i momenti delicati che la vita ci riserva. L’amore è un dono, una risorsa, peraltro difficile a riconoscersi. Infatti, il rapporto tra il protagonista (che non ha nome) e Esterina era parso ad entrambi un frutto dell’amore, ma l’amore ha volti ambigui ed ingannevoli e quello vero spesso si compiace di starsene nascosto e praticamente indisponibile: “Ella si ingannava perché il mio amore per lei era stato, nonostante i miei dubbi, tanto grande da poter trovare ancora in se stesso qualunque compenso, e del resto io avevo sempre evitato di rimproverarla.
Il declino colpisce anche il protagonista. Si dà al giuoco, contrae nuove e provvisorie amicizie.
Resterà solo, ed anche questo lungo periodo lo aiuterà ad analizzare la vita.

Bigiaretti non dà tregua al protagonista. Ne scandisce tempi e spazi, sentimenti e paure, lontananza e smarrimento. È arrivato a trentacinque anni. Si sente vuoto e inutile. Si respira nelle pagine un pessimismo morboso, una ricerca di annichilimento.

Il ritorno a casa, l’affetto dei cari, le visite che riceve da parte della sorella Marta e di Aldo, diventato suo marito, ma soprattutto del nipotino Gianni, gli consentiranno di reagire e di ritrovare il calore e il coraggio necessari per continuare a vivere.

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