Bottega rewind: Sono l”ultimo a scendere, di Giulio Mozzi

by

di Antonio La Malfa
Giulio Mozzi che pensa alla pubblicazione di "Sono l'ultimo a scendere"

Anch’io, come Ramona nel post precedente, ripropongo la mia lettura del libro di Giulio Mozzi uscito prepotentemente alla ribalta in questi giorni.
Complimenti a Giulio.

Voglio pensare alla vita come ad un’avventura unica ed irripetibile, per questo preziosa.
La mia vita consiste, al momento, in un viaggio durato quarantotto anni, e spero di viaggiare ancora per qualche decennio. Ho l’impressione – perdonatemi se parlo di impressioni non sufficientemente suffragate da fatti, chiamate pure questa recensione col suo vero nome: una chiacchiera da bar – di vivere in un’era in cui le cose cambiano rapidamente, e cerco, qui e adesso, di vivere al meglio tali cambiamenti, senza demonizzarli; non voglio pensare a questi cambiamenti come un processo perverso di perdita “di valori” – yawn! -, di ideali, di relazioni, no.

Anche nella ma vita privata in questi ultimi otto anni ho vissuto e sto vivendo molti cambiamenti sostanziali senza precedenti rispetto ai miei precedenti periodi della vita, senza libretti di istruzioni che mi suggeriscano come io debba comportarmi. Vorrei riuscire a guardare alcuni di questi cambiamenti con uno sguardo stupito(a certain grain of stupidity, per dirla alla Flannery O’ Connor) e coglierli come delle opportunità invece di stracciarmi le vesti.
Anche il mio modo di leggere – e questo non è un aspetto secondario della mia vita – è cambiato.
L’avvento dei blog, dei diari personali nel web è stato determinante per questo cambiamento verificatosi, per quanto mi riguarda, dal 2003 a questa parte. Per cinque giorni alla settimana lavoro nove-dieci ore al giorno, e dunque il mio tempo a disposizione per leggere è un tempo limitato, un tempo spesso rubato ad ore di sonno.
Dicevo, dunque, che il mio modo di leggere è cambiato: ho diminuito il tempo per leggere libri(faccio comunque salti mortali per continuare a leggerli) e ho creato un tempo nuovo per frequentare il mondo del web. In genere “sfoglio” quotidianamente le pagine on-line di due quotidiani, partecipo attivamente ad una mailing list che si occupa di racconti e poesie, e leggo, – a volte commento – alcuni blog.
Nel mio viaggio personale, dai cinque ai quarantuno anni ho sempre letto nella stessa modalità: libriccini, fumetti, giornali, libri che divoravo nel mio tempo libero. Da sette anni a questa parte la mia lettura cartacea viene vissuta in coabitazione con la rete. E proprio questo libro è un felice esempio di un’avventura vissuta a metà tra la rete e la carta. Il libro è inedito, ma senza che Giulio mi avesse inviato le bozze, conosco tutti i racconti del libro(c’è solo qualche piccola differenza, un editing molto conservativo e qualche titolo variato), perfino le considerazioni finali che Giulio aveva pubblicato on-line alcuni giorni prima che uscisse il libro. E’ per me un’esperienza senza precedenti. Scrivere questo commento è un aspetto piacevole di questa esperienza. E leggere il libro è stato come ricordare questi anni: ogni pagina è un periodo per me diverso, una data diversa, un segnalibro della mia esistenza. Alcune volte, insieme con Cletus, ci siamo divertiti a prolungare i post di Giulio, immaginandoci finali grotteschi, paradossali, forse di dubbia riuscita, ma che importa? Per noi è stato un gran divertimento.
La scrittura di Giulio è per me attraente, nel senso più antico del termine, come una calamita che attira a sé i metalli circostanti. Mi ha attratto nel 2003 e ne sono rimasto piacevolmente invischiato, me ne guardo bene dal liberarmene, così come il metallo non cerca di cambiare la sua natura.
Fine della premessa.
Ora mi addentro nel libro e vorrei, in modo pedante come potrebbe fare lo stesso Giulio, partire da un’incongruenza – per il mio modo di vedere – che ho riscontrato nel racconto: “Ehi, quel giovane!” a pagina 98.
Si narra: “…mi avvio verso la barriera. “Ehi, fermo là!” grida l’edicolante. Lo sento, ma non mi fermo: perché penso non sia per me. “Ehi, tu, con lo zaino!”grida l’edicolante. Mi strattona. Mi fermo. Mi volto. Lo guardo…”Non ho preso niente” ripeto. L’edicolante sparisce, passa per dietro, esce dall’edicola. Mi fronteggia.”
Ora, io credo che non sia possibile che l’edicolante possa strattonare Giulio e poco dopo uscire dall’edicola, tenendo anche conto del fatto che Giulio si è anche un poco allontanato dall’edicola stessa; dunque, per strattonarlo, l’edicolante deve essere già fuori dell’edicola. Fine della pedanteria. Questa pedanteria è anche un auspicio: la prima edizione terminerà in fretta, e vorrei vedere nella seconda come sono andate effettivamente le cose…
Segnalo i racconti per me più significativi.
A pagina 101, “Incontro”, si narra della perdita di identità, nel senso che per tre volte nel giro di pochi anni, Giulio ha subìto tre furti con relativa perdita della carta di identità. Dopo un serrato ed esilarante botta e risposta tra due poliziotti e Giulio, uno dei due agenti conclude: ” Giuse’, andiamo. Che questo qui è filosofo.”
Si continua a parlare di identità nel racconto “Da firmare” a pag.107, nel quale il postino vuole far firmare a tutti i costi a Giulio il rifiuto o l’accettazione di un plico indirizzato a “Giulio Miozzo”. La tesi di Giulio/signor Veneranda, in poche parole, è la seguente: “non essendo io il destinatario del plico, non posso né rifiutarlo né accettarlo; insomma, non posso apporre la firma nel quaderno del postino, solo Giulio Miozzo potrebbe farlo.” Non fa una piega.
A pagina 118, “Telefono, vita” ci offre la prospettiva di una telefonista di un call-center che mette Mozzi in un vicolo cieco, di fronte ad una domanda a cui Giulio non può rispondere. Giulio vorrebbe tornare indietro, ma questo non è possibile, come a volte anche nella vita – e non solo in un questionario – avviene. Il finale spiazza e rovescia la logica comune.
A pagina 132(“Una felicità terrena”) e a pagina 138(“Saluto”) il tono cambia drammaticamente. Da lieve ed esilarante, si passa ad un registro grave come quello che si apre quando si parla di una persona cara che è morta. Si legge a pagina 134: “Niente alle spalle, è tutto presente, presente, presente. L’impossibilità di soffermarsi, come sembra desiderare il narratore, sulla persona scomparsa, ci sono i mille impegni affastellati della giornata che chiamano. E a pag.140: “Anche dell’ammazzarsi, avevamo parlato. Ne avevamo parlato per quasi un mese, incontrandoci o telefonandoci tutti i giorni: per ore e ore.” Il diario quotidiano fatto di storie credibili improvvisamente ci mostra un narratore ossessionato dall’idea della morte, dall’umore ondivago, fatto di luci o ombre. Chiaroscuri, direi, disegnati con matita morbida su carta ruvida.
“Corridoio” a pag.140 ci insegna come non farsi riconoscere dai sensori utilizzati per accendere la luce nei corridoi e nei bagni. Pian piano viene fuori un manuale di sopravvivenza metropolitana del terzo millennio.
A pagina 149(“6.43”) si ribadisce il problema dell’identità, un po’ pirandelliano: scopriamo che in Italia ci sono 42 dottor Mozzi e tanti altri Mozzi che non sono dottori. La voce telefonica femminile è interessata ad un Mozzi specifico, e a nessun altro, per ovvie questioni sentimentali.
A pagina 158(“Duro”) si parla di adulterio, visto però con uno sguardo particolarmente originale.
“Precisamente”, a pagina 184, ci mostra un Mozzi addormentato che deve vedersela a singolar tenzone con un controllore altissimo; un controllore altissimo che, ahilui, decide di manomettere un oggetto di proprietà di Giulio con il nobile intento di non svegliarlo. Lui non sa che il signor Veneranda si risveglia senza alcun preavviso.
A pagina 195(“Solo voi”) c’è il mio racconto preferito. Non vi anticipo niente, voglio solo aggiungere che mi piacerebbe idealmente inserire, nelle battute finali del racconto, una colonna sonora cantata da coro gospel in chiesa battista(come Jack – John Belushi – in una memorabile scena del film The Blues Brothers).
In “Dichiarazione d’errore”(pag.205) si apprende, dal ministero dei Beni Culturali, che “le macchine non possono emettere dichiarazioni, e pertanto non è possibile emettere dichiarazioni a nome di una macchina”. Una specie di comma 22, il tormentone di “Sturmtruppen” dell’indimenticato fumettista Bonvi.
A pagina 216(“Futures”) un signore magro allestisce una breve lezione di economia applicata, concludendo: “Vede? Siamo nel tempo della New Economy, eppure siamo tutti tarati sull’Old”.
Per “Brào”(pag.217) copioincollo il commento buonista che scrissi al tempo in cui questo racconto apparve sul sito:

“Non so se sia vero o no. Ipotesi 1: è vero. Beh, mi ha smosso qualcosa dentro(politically correct per dire commosso); nel mondo non sono tutti stronzi, gli africani sono più consapevoli dei loro diritti. Cose, del resto, cui credo indipendentemente dal fatto che questo post sia vero.
Ipotesi 2: non è vero. Mi fa piacere che Giulio si inventi delle storie con esiti improbabili, ma – a mio avviso – auspicabili. In effetti, se è l’immigrato a dire: “Guarda che chiamo la polizia”, qualcosa è cambiato. E’ questa la cosa che mi ha fatto impressione. Posted by: Toni at 17.01.06 11:57
  Per Toni: 1. Posted by: giuliomozzi at 17.01.06 12:26″
A pagina 242(“Solsorio”) un mostro intergalattico si avvicina a Giulio, e dopo avergli chiesto un’informazione, si lancia in una perla di saggezza relativa al fatto, per certi versi paradossale, che il carnevale è un’esperienza che va vissuta molto seriamente.
In “Bigliettazione”(pag.247) ci si imbatte in un controllore brizzolato che potrebbe non far pagare a Giulio un supplemento di biglietto – inscenando un atto di disobbedienza civile – solo nel caso che Giulio appartenga ad una particolare categoria di persone: proletario, immigrato sans papier, africana incinta, omosessuale, transessuale. Niente da fare: l’eterosessuale borghese non operato europeo Giulio Mozzi è costretto a pagare il supplemento.
Credo che l’operazione fatta da Giulio sia questa: aver innestato su parte della sua vita quotidiana sapienti dosi di surreale, di paradossi, di equivoci portati alle estreme conseguenze, conditi di logica ferrea e arte retorica. La ricetta di questo libro potrebbe assomigliare a qualcosa del genere, ma solo giuliomozzi, il suo narratore nascosto, è in grado di ottenere dei risultati così ragguardevoli.

Antonio  La Malfa

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