Gianna Manzini: “La sparviera” (1956)

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Toscana (di Pistoia, dove nacque il 24 marzo 1896; morì a Roma il 31 agosto 1974), Gianna Manzini, lasciato il marito, si trasferisce a Roma, divenendo la compagna di Enrico Falqui, critico letterario tra i più noti in quegli anni. Il suo primo romanzo, “Tempo innamorato” è del 1928 e suscita subito l’attenzione della critica; viene recensito da Emilio Cecchi e perfino André Gide si interessa di lei. Diventa collaboratrice di “Solaria”. Fa anche la giornalista, soprattutto interessandosi di moda, e scrive su “Oggi”. Con gli pseudonimi di Pamela e Vanessa tiene una rubrica fissa su “La Fiera Letteraria. Sarà però l’incontro con il giovane Pasolini a dare una svolta alla sua carriera letteraria, facendola uscire da un certo provincialismo che aveva contraddistinto i suoi primi lavori. Nel 1956 esce “La Sparviera, che si aggiudica il Premio Viareggio insieme con “Le parole sono pietre” di Carlo Levi. Del 1971 è l’altro suo importante romanzo, “Ritratto in piedi”, che vincerà il Premio Campiello. I due romanzi, così distanti cronologicamente, sono assai legati tra loro, riscontrando ne “La Sparviera, soprattutto nell’ultima parte, le premesse per il romanzo dedicato al padre.

La Sparvieraè il nome che Giovanni Sermonti, il protagonista, sin da bambino dà ai suoi attacchi di tosse: “ti picchia e nessuno può aiutarti, né la mamma, né la maestra, né l’amico coraggioso più grande di te; nessuno può nemmeno punire chi ti offende e ti pesta, perché per rimpiattarsi, non gli son bastati i tuoi vestiti; t’è entrato sotto la pelle, sotto le costole.”;Che nessuno gli ricordi la tosse. Lui la chiama ‘la Sparviera.’” Apparentemente guarito, dopo un anno di cure, tornato a casa ha perduto gli amici; e i suoi genitori (Giuliana e Domenico), la madre specialmente (“la vacca”), fanno di tutto per riconquistarglieli. Sul romanzo, va notato, pesa l’esperienza negativa dei genitori dell’autrice, che si separarono, lei ancora bambina, scegliendo strade ideologiche diverse. Gianna avrà sempre caro il ricordo del padre Giuseppe, che sarà il protagonista del romanzo del 1971, “Ritratto in piedi”.

La scrittura cerca di riempire una solitudine. Attraverso l’uso delle frasi tra parentesi, che racchiudono voci e pensieri di altri, Giovanni non si allontana mai dalla vita. Sono i fragili contrafforti di una resistenza disperata: “L’umiliazione è solitudine; è pianto senza luce”; “nessuno, nemmeno la sua mamma, lo sapeva aiutare.”

Eppure la vita della sua mamma è da lui, bambino ancora, analizzata puntigliosamente, tra amore ed odio, compassione e disprezzo, come se dal riuscire a decifrare l’esistenza di lei dipendesse una specie di conquista e di libertà per se stesso. Magari il miracolo della sua guarigione, la vittoria sulla Sparviera, la riappropriazione di un rapporto vivo con gli altri. Lo strumento di un tale tentativo è anche la piccola Stella Celenza, morbosamente curiosa, respinta ed accolta, in un intreccio di sentimenti contrastanti che sono rappresentativi di un percorso difficile della sua crescita e della sua formazione, “sì che si sentiva respinto nel tempo in cui fra sé e gli altri rimaneva un desolato tentativo di farsi intendere.” Pure la governante Ester, la “sua tata”, con quella mania affettiva verso il ragazzo, si raffigura come un’interprete del disagio familiare in cui Giovanni si trova costretto. Il padre Domenico si è liberato della invadenza della moglie uccidendosi; Giuliana, nonostante ciò, continua a desiderare di essere corteggiata, si sente piena di vita allorché qualcuno la osservi con una certa cupidigia. Un ammiratore le dice: “Ognuno ha la sua aureola. Lei la porta all’altezza dei fianchi.” Ester vede, sa, e anche Giovanni capisce che per lui questa è una iniziazione.

La compagnia di Stella, la sua curiosità di vedere risvegliata nel coetaneo la terribile Sparviera (“Ti faceva male, vero?”), rendono il romanzo assai vibratile nella commistione di introspezioni diverse che, pur appartenendo distintamente a ciascuno degli adulti e a ciascuno dei ragazzi, finiscono per unirsi in uno scintillio di nervature che percorrono, in una sorprendente e rara unità, tutti i personaggi. È la dote più preziosa che ci porta in dono la scrittura di questa autrice: l’abile tessitura, ossia, di una personale esperienza dolorosa che riesce a trasformarsi in una universale coralità di sentimenti.

La tosse convulsiva acquista sempre di più il significato di una metafora della lotta per la vita: di un’inquietudine che, come una nera caligine nascosta in tutti gli esseri umani, ogni tanto affiora a rendere cupa e contrastata l’esistenza.

C’è un momento in cui, guarito e cresciuto, il brutto anatroccolo diventa cigno: “il ragazzo dovunque più ricercato e più festeggiato.” Va a scuola di recitazione ed è uno dei più bravi. L’accompagna Marisa, a cui è sentimentalmente legato. Ma a sorpresa un giorno vi incontra Stella, attrice anche lei, brava, alta e bella.

La Manzinisi dilunga sulle prove di teatro che i tre svolgono, e quel palcoscenico diventa il prolungamento della vita, o meglio il tentativo di capire e di appropriarsi della vita. Le parole recitate assumono un significato esaltato ed onirico, in cui vengono trasferiti i dubbi e le insicurezze, le volubilità dei sentimenti e la paura di essi, i cui enigmi, prima nascosti ed opprimenti dentro di noi, danno l’illusione di schiudere nuove frontiere sconosciute. Tutto affiora in superficie, come uno srotolarsi confuso ed irruento, che, nel mentre spaventa, suscita la passione e l’ardire di una scoperta nuova. La Sparvieraè anche tutto questo e non appartiene, a questo punto, soltanto a Giovanni, ma, uscita da lui, si è rivelata, e si è dilatata negli altri. Non appare azzardato collegare queste scene dell’infanzia alla presenza, in casa di Giovanni, adulto e sposato, di “una vetrina che proteggeva un teatrino con burattini d’ogni specie e paese”, come se venissero da lì, da quel futuro sconosciuto e imbalsamato per sempre, i movimenti e le voci della fanciullezza.

È il momento in cui la scrittura si abbandona all’esaltazione e al sogno (“riusciva ad attraversare mare e monti, ammucchiando il tempo in grandi falò.”), e Giovanni trasfigura persone e cose, con una trafittura che fa di Stella e di Marisa, le donne intorno alle quali volteggiano le sue fantasie amorose (vivrà con Marisa un matrimonio infelice, sempre posseduto dalle immagini di Stella), le proiezioni della propria malattia: “Io sono aspettato. In mille modi sono aspettato.”

Il presente si è trasformato in ricordo, al punto che il futuro sembra in qualche modo annientato da un movimento che lo invade e non gli permette altro che tornare sempre all’inizio, a quei giorni in cui Stella lo interrogava e voleva sapere tutto della Sparviera: “certe sue innamoranti maniere, certa festevolezza, certo gioco, il suo gran gusto di vivere, dipendevano da un continuo riferirsi a lei, forse da un continuo vederla davanti a sé.”

Oltre che la storia di un’invadente malattia (la stessa dell’autrice), corporale e spirituale a un tempo, il romanzo è anche la storia di un grande amore e di una disperata solitudine, e ciò proprio nel momento in cui Stella e la Sparviera(“A Stella sì che sarebbe stato possibile”) si congiungono e si uniscono a Giovanni nel “cerchio d’un’accoglienza senza ritorno.”

Anche la moglie Marisa, così rassegnata e triste, così messa in ombra dalla bellezza di Stella, finirà per essere assorbita nello stesso grande amore: “Io ho scelto te.”, le dirà. E ancora: “Le carezze più gravi e più profonde le conosce soltanto la moglie che ha perdonato.”

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