L’onore dei Kéita, di Moussa Konaté: un afro noir

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Mi è stato chiesto di leggere un libro e io l’ho letto, incuriosita perchè mi è stato presentato come un noir africano. Un afro-noir, per dire; insomma, un nero che più nero non si può. Imperdibile.

Ho cominciato ad amare l’Africa, letterariamente parlando, quand’ero più giovane, grazie a Wilbur Smith e ai suoi incredibili romanzi, ma al di fuori di Smith non avevo avuto modo di leggere altro. Questa è stata l’occasione.
Il libro che mi hanno suggerito si intitola L’onore dei Kéita, di Moussa Konaté, pubblicato da Del Vecchio. Il nome dell’autore, il titolo e perfino la copertina parlano subito di Africa, perciò mi sono sentita molto bendisposta. Del resto ho una predilezione, una delle tante, per la letteratura straniera, quando per straniero s’intende qualcosa di molto lontano e diverso. Cinese, giapponese, finlandese, russa, israeliana… tanto per capirci.
Questo però è un libro che non ha niente a che vedere con il prolisso Smith. E per capirlo ho dovuto rileggerlo due volte, approfittando di un periodo di forzato riposo. Con la prima lettura ero andata troppo di corsa, dovevo rivedere alcune cose.
Nei romanzi di Smith avevo incontrato un’Africa avventurosa, talvolta magica, a volte antica.
Konaté invece qui parla dell’Africa di oggi e dei suoi contrasti, tra modernità e ritualità primitive, usando un linguaggio molto diverso.

La storia, come dicevo, è un noir: c’è subito un morto ammazzato e orrendamente mutilato nella vasca di un cantiere, ed è da qui che partono le indagini.
I protagonisti che devono venire a capo del mistero sono il commissario Habib e l’ispettore Sosso. Commissario e ispettore sono due qualifiche che nel mio immaginario hanno sempre richiamato alla mente i detective di telefilm seriali, tipo quelli americani, ma anche, che so, l’ispettore Derrick di germanica memoria con il suo aiutante… Non mi aspettavo di incontrarli anche nell’Africa nera. E sì che a rigor di logica anche nel Mali, lo stato africano in cui è ambientata questa vicenda, deve per forza esistere un corpo di polizia con i relativi gradi, come in qualsiasi Paese.
Io mi aspettavo, grazie alla mia fantasia romantica, il mistero e la magia, e invece subito mi ritrovo due figure poliziesche prosaiche, simili a quelle di tutti i telefilm del genere che si vedono in TV. Nel corso del racconto poi si capisce che il commissario è a capo dell’Anticrimine, è più anziano e riflessivo, quello cioè con maggiore esperienza; l’altro è molto più giovane e impulsivo, il discepolo che sta imparando il mestiere, sul quale riversare speranze e aspettative e del quale il commissario non sempre approva i metodi: troppo moderni, sostiene.

Ma che non ci troviamo a Londra o a Berlino lo si capisce presto, quando ci si sofferma sulle descrizioni del mondo in cui vivono e lavorano i due protagonisti. Sono quelle le vere arti magiche che ti aprono alla comprensione di un mondo che non conosci, ma che ti sembra familiare. Bamako, la capitale in cui è ambientata la storia, è descritta già nelle prime pagine: distesa sul Niger, soffocata dalle nebbie (in Africa? Chi lo avrebbe mai immaginato!) e dal traffico, caotico quanto quello di una nostra metropoli. E da lontano, ma fin troppo presente, una massa di diseredati, mendicanti, lebbrosi, che chiedono l’elemosina come in tutte le città del mondo, ma che visti qui evidenziano l’immane povertà che affligge il nero continente. Lo stesso commissario definisce questa miseria il male della società.
Ecco, quello che cercavo: descrizioni di ambienti e personaggi mi rapiscono, mi fanno volare e calare in quel mondo lontano come se fossi presente.

La storia prosegue, ci si ritrova in un villaggio a stretto contatto con la civiltà moderna, ma che tuttavia prende le distanze da essa. Riti e superstizioni, il nucleo tribale del clan, il capo e lo stregone, lo storpio con il sogno dell’America. Ecco l’Africa primitiva, quella vera, quella che affascina. Ecco il respiro della grande Africa, ecco dove mi ci ritrovo, finalmente a contatto con le sue foreste.

Eppure sono costretta ad ammettere che è Africa vera anche l’altra, quella del commissario e del suo aiutante, della grande città con le sue miserie e i suoi colori, con i coccodrilli che terrorizzano il giovane ispettore ma non il ragazzino che traghetta la gente con la piroga, a malapena vestito, si fa per dire, con il solo perizoma.

Devo dire che all’inizio non trovavo l’Africa nei dialoghi investigativi dei poliziotti, simili a quelli di tutti i poliziotti. Molto riflessivi, quasi come il continuo confronto di Sherlock Holmes con il buon Watson.
Ma quando poi ho fatto quella rilettura più attenta ho scoperto che non era vero, mi sbagliavo. I toni tranquilli, senza urgenza, senza cattiveria, la facilità al sorriso o alla risata, i tempi che non mettono angoscia ma che pure rispecchiano un’indagine condotta ineccepibilmente e risolta in pochissimi giorni, non sono proprio quelli che riecheggiano nei commissariati che conosciamo. C’è la filosofia di vita africana in questa calma apparente, quella che mi aveva colpito in un vecchio documentario in cui si raccontava della gente dei villaggi che si recava vicino a una ferrovia per prendere il treno e con pazienza aspettava: non sapeva quando il treno sarebbe passato, ma prima o poi di certo sarebbe passato. Bastava aspettare.
Non è il caso dei due tutori dell’ordine del romanzo che anzi, come ripeto, svolgono l’indagine in tempi brevi e risolvono il caso con una velocità che fa un baffo ai nostri delitti irrisolti da anni. Qui tutto è sbrigato in un momento, giusto per la durata del racconto, di poco superiore alle 100 pagine: la lettura di un pomeriggio, in fondo. Ma non c’è la nevrosi, il timore della stampa contro, il clamore dei media, le accuse dei superiori o l’ansia di protagonismo dei super avvocati. C’è un’indagine relativa a un omicidio, ci sono i dubbi e i misteri, perfino altri morti ma, non so come dire, l’atmosfera è percettibilmente diversa. È l’atmosfera che tanto ci piace ritrovare quando parliamo di Africa.
Quella stessa che, probabilmente, induce a una certa malinconia l’anziano commissario quando risolve il caso e ne comprende le motivazioni. Più che un’atmosfera, una certezza: per quanto moderna possa apparire in alcuni aspetti, l’anima vera dell’Africa è destinata a restare un’anima nera e profonda, magica e terribile.

Se un appunto devo fare a questo libro è una certa trascuratezza nella revisione finale. Ci sono forse piccole imprecisioni nella traduzione, alcuni segni di dialogo mancanti o messi male, e altri lievi errori di stampa che creano un po’ di inciampo nella lettura. Sembra un po’ mandato in stampa in tutta fretta, ecco, ma tutto sommato lo si può perdonare.

Pare che Konaté sia uno scrittore molto apprezzato all’estero, e che di avventure del commissario Habib ce ne siano diverse, anzi, questa per la precisione è la seconda. Del Vecchio le sta pubblicando in Italia e a me sembra una bella iniziativa. Che si associa, peraltro, ad un’altra iniziativa lodevole da parte dell’editore. Come si legge sul sito c’è una collaborazione con il COSPE (Cooperazione per lo Sviluppo dei Paesi Emergenti), a cui andrà un euro per ogni copia dei libri di Konaté venduta, per finanziare progetti di sviluppo in Africa. Mi pare bello: una volta tanto non ci si limita a guardare ai propri profitti, ma li si condivide con chi ha bisogno. Mi sento dunque di appoggiare questa iniziativa, in fondo la lettura di un afro-noir è assai piacevole, mica sono soldi buttati. E se anche non dovesse piacere, in qualche modo ci può consolare sapere che un nostro piccolo euro, in questi tempi di crisi, può avere fatto del bene. Non ci costa molto, no?
Sarà per questo che ho acquistato altri libri che trattano di Africa, sotto molti aspetti, da un giovane africano nero come la notte, dal sorriso pieno di ottimismo e fiducia nel prossimo?

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