L’Inumano, di Massimiliano Parente

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la copertina del libro

di cletus

L’ho preso. Tempo fa, appena uscito.  All’attivo, già altri suoi due, La casta dei radical chic, e Contronatura. Non l’ho letto subito, cosi come mi sono ben guardato dal leggere le recensioni altrui. Per una sorta di vezzo, per una sorta di rispetto nei confronti dell’autore. Sopratutto, per essere lasciato libero di leggerlo senza venire minimamente influenzato dai giudizi, per quanto autorevoli, altrui.

Parente è scrittore di vaglia. Il fatto di “conoscerlo” via facebook (leggi: essere fra i suoi contatti e lui fra i miei) lascia inalterato il giudizio sulla sua scrittura, e semmai ammanta di stranezza il giudizio sulle sue opere. Che è controverso.

Trovo che la capacità di Parente sia quella di saper raggiungere a tratti porzioni di verità che troveresti condivisibili con il migliore Camus. E’ la sua “poetica”, ma declinata in modo del tutto originale e proprio, a concorrere a considerarlo scrittore a tutto tondo (qualifica che, ne sono più che certo, lui per prima aborrirebbe). Sta di fatto che spogliato da artefizi narrativi (in questo caso, un sapiente dosaggio dei tempi, scandito dalle ere primordiali), che come la paziente tessitura di un consumato costruttore di tappeti, rende la lettura avvincente e dolorosa, insieme il corpo narrativo prende forma e sostanza regalando al lettore un senso comunque nel quale iscrivere la sua “poetica”, e dove riecheggia in questo la funzione del Cine-giornale, del Dos Passos del 42° Parallelo,

Anni fa, vagheggiavo la dimensione biologica di una lettura della vita. Chiamiamola posa, modo di porsi avanti alla complessità e alla vacuità di un vivere incerto, legato a una dimensione fatta di funerali delle ideologie, e all’aver sancito la morte della religione, entrambi visti come retaggi di un’adolescenza coincidente con i sussulti della seconda metà del secolo scorso. La visione biologica di Parente (che sorpresa apprenderne degli studi, e degli scritti) restituisce una ulteriore chiave di lettura del presente. Che non manca di sfiorare la dimensione realistica, nel momento stesso in cui ne fa sfondo narrativo. E’ zen, in un certo senso. Anche il gigionare intorno al se stesso narrato. Dove è lecito, nel lettore, l’insorgere del sospetto si tratti di assoluta verità che, per il semplice fatto di essere trasposta all’interno di un ordigno letterario, tende ad esser interpretata facilmente per fiction.

La realtà ce la dona negli intermezzi in corsivo. Dove l’Io narrante diventa un aedo, all’inizio, che canta con l’incedere dei capitoli di un delirio apparentemente incomprensibile, ma via via più definito fino a divenire il naturale epilogo di un tessuto narrativo che mai come in questo caso è forte la tentazione di definire pretestuoso.

Certo, è tutto un pretesto. La vita stessa lo è, agli occhi indifferenti della natura. Un tentativo estremo di aggettivazione, che nella sistematica spoliazione dei sentimenti, in nome di un assolutismo “oggettivo” e biologico, reclama la pulizia (finalmente) da retaggi mal digeriti, da infingimenti ed edulcolorazioni che goffamente ancora oggi si attardano a spacciarci come panacea di tutti i mali, su tutti: quello schiacciante di vivere, e insieme succedaneo autoproclamato, di un mainstream letterario che si attarda sterilmente a raccontarci dei drammi dei rispettivi ombelichi.

Rimane il dubbio che la celebrazione della dimensione biologica nasconda un bisogno di verità. Ultima fra le scienze esatte, sufficientemente nuova dal non renderci esenti da un atteggiamento in questo si “fideistico”, è forte la tentazione di non investirla di sensi che non ha. O ha a prescindere da noi. E’ la necessità di un punto fermo, quello estremo, quelle delle leggi che nel crescendo finale del testo, tutto rigorosamente in corsivo, si fa registro di tutte le sofferenze, che trascendono la dimensione “fisica” e che invece approcciano, quale isola nel mare in tempesta, a bisogno di certezza, anche correndo il rischio di assurgere a novella religione, della quale il Massimiliano Parente del testo sembra infine degno sacerdote.

Tutto il resto è colore.

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