Bottega re-wind: Rodrigo Fresàn, I giardini di Kensington

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Premessa: questa “lettura” era apparsa nel vecchio sito (ormai sparito) della bottegadilettura.

Fresàn, è tornato prepotentemente alla ribalta, sull’onda della riscoperta di Bolano, del quale era grande amico, nonchè estimatore.

Rodrigo Fresàn

I giardini di Kensington.

Ho finito da poco di leggere I giardini di Kensington di Rodrigo Fresan (Mondadori, 2006). Ho comprato questo libro, d’impulso, in un sabato pomeriggio fra fine maggio e i primi di giugno, mentre ero a spasso con mia figlia e cedendo “con tutte le scarpe” al suadente e un paraculo corsivo di copertina: “Fresan è un Borges “pop” (Times Library Supplement).

Questo libro, poderoso, 434 pagine, mi ha tenuto compagnia per un po. E’ venuto con me a Tortona ed in qualche pomeriggio sulla spiaggia di Ostia. Fino ad una settimana fa era rimasto fermo alle prime centotrentapagine. Incurante della possibilità che molti altri stimati bottegai inorridiscano per i miei ritmi di lettura, dirò che nel frattempo, ed in modo compulsivo, ho letto dell’altro, storie brevi, racconti, giacchè, come detto, sono pigro e ho in uggia testi impegnativi (diciamola tutta, accampo la scusa della mancanza di tempo e/o concentrazione adeguata).

Siano benedette le vacanze, quindi. Profittando di questi giorni di pausa ho dato fondo alla lettura, devo dire, venendone ripagato totalmente. Fresan è stata un’assoluta sorpresa. L’architettura del testo poggia su un binario narrativo parallelo: quello di J. M. Barrie (autore di Peter Pan) e quella di un certo Peter Hook, scrittore contemporaneo di storie per bambini.

Due storie, fuse  in una sola, narrata in prima persona, come in un logorroico ed interminabile flusso di coscienza, dal secondo personaggio (Hook) e che definire biografie parallele risulta fortemente riduttivo. Perché la bellezza di questo testo poggia sulla capacità dell’autore (immane il suo lavoro di documentazione) di sfruttare dati reali, biografici appunto, piegandoli ad una narrazione e ad un disegno perfettamente ordito, che trova (come si conviene) nelle pagine finali la risposta ai vari perché del lettore, e che affiorano, sollecitati con maestria, man mano che procede la lettura.

Accanto ad una mole imponente di dati, Fresan ripercorre e scarnifica, con pazienza certosina, il mito di Peter Pan. Le sue linee guida, arrivando all’essenza lasciando l’impressione che, dati tutti gli elementi, che poi sia stato Barrie o chi per esso poco importi. Il suo flusso di parole conduce il lettore in due epoche distinte e parallele: la Londra di inizio secolo e quella degli Swinging Sixtyes e la sua abilità sta nello scandargliarle entrambe, in crescendo, recuperandone, dietro la genesi del mito, i dati di continuità culturale (è anche, in questo, un grande spaccato sulla nascita e progressiva affermazione – ma da quali ceneri ?- della cultura “pop”).

Ho preso nota di alcune “sentenze forti” come amo definire quei brani che ti viene di sottolineare, violando la pagina (e scimmiottando in sedicesimo il metodo di lettura del bravo Bartolomeo Di Monaco) non mancando di appuntare, sulla penultima di copertina il numero della pagina in cui riposano questi periodi.  Bellissima è la dissacrazione di una canzone mito come Imagine di John Lennon, della quale dice: “Con Imagine, penso, Lennon cantava, canta e canterà, sempre, un’utopia invulnerabile e senza incrinature ma – per eliminazione di fattori, di cieli, di inferni, di proprietà, di frontiere – anche uno stato mentale noiosissimo. Una dimensione dove nulla, o almeno nulla di quello che intendiamo come la nostra vita e la nostra storia, potrebbe avere luogo, tempo e spazio. Imagine è l’inno universale dei pacifisti che – per pigrizia – non riescono nemmeno ad immaginare l’esistenza di una cosa chiamata guerra. Imagine esorta – sulle note di un pianoforte quasi sonnambulo e narcotico – a mettere da parte tutto, assolutamente tutto, e dentro quel tutto, anche se stessi. Un vivere autistico, vuoto ed assoluto. Come abitare in una Neverland non ammobiliata”.

E ancora “In nessun posto si invecchia più in fretta e più in fretta si raggiunge l’immortalità come nel rock”. Oppure quando l’autore (l’io narrante) afferma “Ma io, a differenza di Barrie, non scrivo per diventare qualcuno. Io scrivo per diventare un altro. E questo altro non è nessuno dei molti che ci sono in circolazione”.

Altre “perle” sulla scrittura che ho appuntato sono : ” A questo servono i libri la cui scrittura e la cui trama tendono ad essere rievocate in modo imperfetto ma completo e automaticamente, come in un riflesso condizionato, ci mettono a contatto con le nostre esperienze personali. La lettura è un esercizio corporativo, la letteratura, l’atto di scrivere e di leggere è la manifestazione fisica più vicina e simile alla memoria che l’uomo sia riuscito a creare. Cosi ogni romanzo è inevitabilmente autobiografico per chi lo scrive e lo chiude ma anche per chi lo apre e lo legge”.

Altre note prese dal testo: “La chiave per una grande vita sta nell’inventare prima di tutto se stessi e poi gli altri. Essere registi, protagonisti e sceneggiatori del proprio film. La maggior parte delle persone fa esattamente il contrario. Pensano di dover prima capire il Mondo. Ma questo porta via molto tempo. E alla fine muoiono senza esser stati altro che visitatori di un museo quando avrebbero potuto scegliere di essere le opere d’arte”.

“Dio è un ottimo creatore di personaggi, ma si dimostra un pessimo drammaturgo quando si tratta di struttura il copione che gli uomini si trovano a dover recitare”.

Questa massima sul sognare (nel testo, come è facile prevedere, il sogno occupa uno spazio preminente) ” Molta gente resiste al sonno. Pensa che dormire sia perdere tempo, sprecare la vita. E’ una resistenza infantile. Un retaggio del passato. Sbagliano: la notte è la fabbrica del giorno successivo e il museo di quello precedente”.

In sintesi, un lavoro particolare questo di Fresan, sorretto da un prosa che pur facilitata dalla narrazione in prima persona non ne viene banalizzato, consentendo, via via che si avvicinano le pagine finali, di percepire l’orditura di tutta la sua opera.

Da leggere.

cletus

risorse web: fH2V0zeieyE (intevista su Bolano)

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