Le monetine del Raphael, di Franz Krauspenaar

by

di cletus

Non so quanti fra voi abbiano varcato i 50. Per coloro che l’hanno fatto questo è un testo da maneggiare con cura. L’autore si mette a lavorare su una polaroid: quella dell’uscita dall’albergo romano [a due passi dai palazzi del potere] Raphael, del “cinghialone” al secolo Craxi Bettino. E sul lancio di monetine al suo indirizzo eseguito da una folla debitamente inferocita et irriguardosa.

L’immagine è forte. E da questa, come fosse una foto ricordo incorniciata, di quelle che si è soliti tenere sulle proprie scrivanie, Krauspenaar dipana la sua narrazione.

Che è narrazione per immagini. Vengono riproposte, prendendo a spunto l’analisi di un vissuto di un vecchio pittore ai suoi ultimi giorni, che mentre viene accudito dalle amorevoli cure di un’allieva con funzioni di badante, le racconta cosa sono stati gli ultimi decenni della sua vita. Ecco è qui la bravura dell’autore. Tenendosi sapientemente in bilico fra la tentazione “diario-storicistica” ci fa ripercorrere quegli anni, gli avvenimenti luttuosi che contrappuntano la storia recente dell’Italia, con la leggerezza della poesia.

Anche la scelta del protagonista, un pittore, alla luce di questo impianto si rivela indovinata. E’ uno scorrere caotico di immagini, dove alle tele del nostro si sovrappongono i “topos”, i fatti che un po’ tutti abbiamo prima vissuto, poi frettolosamente dimenticato ma che hanno segnato, nell’inconscio collettivo, di più e meglio di tante raffazzonate analisi, un punto di non ritorno nel proprio personale calendario.

Cosi Piazza Fontana, Moro, la strage alla Stazione di Bologna, tutte tappe a far da segnalibro per una malinconica rievocazione, al limitare della fine presentita della vita del pittore. Cosi come le sue scorribande, “un visti da vicino” dove all’arido succedersi dei fatti (spesso di rilevanza, come dire, penale) si succedono le pennellate, le frasi messe in bocca a questo pittore, nominato sul campo aedo a tutto tondo. Il successo a lungo cercato, la “svolta” con l’entrata nelle grazie dei luogotenenti del “Capo”, le mostre, le quotazioni, l’assunzione nell’empireo degli artisti eletti: coloro che gravitavano nell’orbita di un potere al culmine, con tutte le inevitabili degenerazioni da basso impero.

Non scandalizzino le accurate e descrittive scene di sesso. Il testo ne abbonda, ma lungi dal considerarlo un vezzo autoriale, se mai l’insistenza provo ad immaginare produca l’effetto opposto. Come l’indimenticato Alex di Arancia meccanica, anche il nostro pittore, nel rievocarle alla sua distratta (?) allieva-badante sembra evidenziare a se stesso il vuoto.

L’assenza di un affetto vero, in un vissuto anaffettivo, calato nel mito dell”autosufficienza, giudice ed arbitro di incontri, scellerati o meno, e che gli rivelano-cosa sembra dirci fra le righe delle ultime pagine- il dolore per l’assenza di un qualcosa di vero.

Impietoso, Krauspenaar, nel farci piombare in quell’altroieri appena dimenticato. Duro nel non concedere sconti a nessuno, al punto da individuare in una struttura narrativa di indubbia originalità, il “canto”, ad una vita che è andata. Non ancora un’orazione funebre, sicuramente una spietata autocritica che trapela, a fatica, nelle parole di una persona provata e insieme un affresco di un’epoca ancora troppo poco emotivamente indagata.

Da leggere, con ardore civile.

Gaffi editore, Roma 2012 €.17,00

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