Il ricordo di Daniel di Marco Candida

by

recensione di Guido Tedoldi

Ho letto il romanzo di Marco Candida «Il ricordo di Daniel» (2013, Edizioni Anordest, pp. 335). E mi pare che abbia in sé degli elementi notevoli. La sua scrittura si sta evolvendo, così come la sua capacità di creare trame: in entrambi questi ambiti, mi sembra di aver notato differenze a volte notevoli rispetto ai suoi romanzi precedenti, soprattutto il primo («La mania per l’alfabeto», 2007, Sironi, pp. 299, € 12,00). La sua attenzione rimane sempre piena di dettagli, e usa molto quei dettagli per sostenere la scrittura in certi momenti di minor ispirazione – ma con il tempo ha acquisito fluidità, ha limato le asperità provocate dalle ripetizioni di parole e soggetti. E il numero di eventi che accadono nella narrazione è aumentato, per numero, implicazioni e relazioni interne. Mi sembra un’applicazione della regola anglosassone dello «show, don’t tell», che in italiano potrebbe tradursi in «mostra, non girarci attorno». Anche perché è una regola che consente di dire molte cose, a vari livelli di profondità, evitando tante pastoie retoriche. D’altra parte gli anglosassoni applicano quella loro regola alle fiction televisive, oltre che a quelle letterarie, e sono attualmente dominanti nella cultura mondiale grazie proprio alle produzioni televisive e cinematografiche dove mostrano molto, senza star lì tanto a girarci attorno.

Nel «Il ricordo di Daniel» ci sono anche aspetti che non mi hanno convinto. E su questi aspetti, che ho accennato in privato a Marco e su cui lui intende avviare una discussione pubblica, mi concentrerò in questo testo.

Il problema di fondo (per me – Marco la pensa diversamente) è la debolezza del protagonista del romanzo, Daniel. Debolezza non tanto fisica quanto morale. La sua non capacità, o meglio non volontà, di essere coerente con certe scelte di ribellione che ha fatto nella vita, e di portarle perciò a conseguenze solide e durature. Marco dà al suo personaggio motivazioni culturalmente alte, e giudica le sue azioni avendo in mente tra gli altri il Luigi Pirandello di «Uno, nessuno e centomila». A me Daniel è sembrato, in certi momenti della narrazione, un debole «bamboccione» contemporaneo. In altri momenti, invece, un trentenne determinato.

La trama del romanzo può forse servire a chiarire. Tutto comincia il 4 aprile, quando Daniel esce di casa, sale in automobile e ha un incidente. Finisce in coma, si risveglia 26 giorni dopo e non si ricorda più niente della sua vita precedente. Intorno a lui si avvicendano numerose persone che dicono di conoscerlo. Una donna di 64 anni che asserisce di essere sua madre. Un uomo molto ricco, proprietario di diverse aziende in campo edilizio, che afferma di essere suo padre. Un altro che dice di essere suo fratello, ecc. Il 24 novembre, Daniel si sposa con una ragazza che dice di essere la sua fidanzata storica e di essere incinta di lui. Nei giorni successivi la coppia si trasferirà in Grecia, dove Daniel lavorerà in una delle ditte di famiglia. Nel corso di quei mesi, Daniel avrà accettato la vita che tutto quel milieu, su istigazione principalmente della madre, ha organizzato per lui.

Ma quel tipo di vita (moralista, benestante, ipocrita, perfino un po’ mafioso) è davvero quello che Daniel vuole? O quello che voleva prima dell’incidente? Ci sono indizi, sparpagliati nelle pagine, che raccontano di no.

A pagina 34, per esempio, c’è una litigata epocale con la madre, che vuole un figlio perfetto, pulito e con abiti firmati, invece del pezzente, sporcaccione e malnato con cui era abituata ad avere a che fare. Qui Daniel mostra di avere ancora voglia di lottare. Ma a pagina 275, quasi in dirittura d’arrivo, la madre sembra a Daniel una strega con tanto di cappello a punta da cui pende un ragno. Qui se il ragazzo avesse ancora volontà combattiva potrebbe organizzare qualcosa… tentare una fuga, forzare una via d’uscita. Invece risolve il conflitto dentro di sé, prima che con la donna, dicendosi che sta avendo allucinazioni.

Ciò che piega soprattutto la volontà di Daniel è quanto avviene intorno a pagina 128, in cui Candida descrive con una precisione chirurgica le caratteristiche della generazione dei 60-70enni contemporanei, cioè coloro che sono nati nel periodo immediatamente successivo al termine della II guerra mondiale. Cioè la generazione più benestante che la storia abbia mai visto in occidente e in particolare in Italia, coloro che hanno goduto per primi di una scolarizzazione alta, cui è seguito un lavoro adeguato praticamente per tutti, con uno stipendio che consentiva loro uno stile di vita consumistico e che in seguito sono andati in pensione in condizioni di salute perlopiù accettabili. Le generazioni successive, tra cui quella dei 30enni di cui fa parte Daniel, non hanno trovato le stesse opportunità. Costoro hanno dovuto affrontare un progressivo degrado etico ed emotivo, un ambiente compromesso, una mancanza di lavoro endemica. Una sola cosa hanno avuto in più, i 30enni: la scolarizzazione ancora più alta di chi li ha preceduti. Accompagnata però dalla sua svalutazione reale, se è vero che un 30enne contemporaneo laureato può aspirare al massimo (e con difficoltà!) a un lavoro manuale molto meno prestigioso del lavoro di concetto che a suo tempo ha avuto un 70enne diplomato.

Nel suo racconto, Candida non fa grandi discorsi sociologici: si limita a dar conto dello sconcerto di una madre che si domanda perché suo figlio non voglia vivere come lei ha fatto e fa, nella famiglia della grande borghesia in cui il destino li ha inseriti. Una madre che è anche disposta a fare carte false per assicurare un presente e un futuro al figlio – e in effetti le fa quando procura una laurea in legge comprata, e un esame per entrare nell’ordine degli avvocati ancora più comprato.

Il rifiuto di Daniel per questa ipocrisia è grande. Enorme. Sembra, all’inizio della vicenda, definitivo: Daniel è disposto a morire piuttosto che accettare l’ipocrisia.

Man mano vanno avanti le pagine, però… be’, progressivamente Daniel viene sconfitto.

Intorno a pagina 50, per esempio, ritrova alcuni libri a casa del fratello. Libri che non sono i best seller statunitensi che sembra legga dopo l’incidente – e di cui si ricorda tutto nonostante l’amnesia: dove li ha comprati, e quando, e su che bancarella dell’usato, e a quale prezzo. Però se la cognata gli dice che in realtà sono di lei, Daniel mostra di crederle. E se lei li fa sparire a casse sparpagliandoli di qua e di là per le librerie dell’usato di mezzo Piemonte, lui le crede.

E se poi ricompare un amico con cui era andato in vacanza ad Amsterdam in giorni in cui aveva detto alla famiglia che invece era a Nizza da solo… be’, Daniel accetta che la famiglia organizzi una sorta di complotto per farlo trasferire a lavorare in un’oscuro paesello della Brianza.

E se poi la fidanzata e futura moglie di Daniel ha un amante, perché lui alcuni mesi prima dell’incidente l’aveva lasciata, be’, Daniel può perfino arrivare ad accettare (o mostrare di accettare) di conoscere due persone dall’aspetto praticamente identico a parte il fatto che vivono in città diverse, si vestono in maniera diversa e fanno lavori diversi. Perché se un amante ci fosse davvero, dovrebbe prendere provvedimenti di una certa serietà…

Insomma, un cedimento su tutta la linea. Se l’alternativa è tra una vita vera, stimolante, ma povera perché la famiglia (che finirà con l’esasperarsi) lo lascia fuori, e una vita ipocrita, noiosa a causa di una routine che durerà sempre uguale fino alla morte, ma benestante – Daniel alla fine vince i dubbi e accetta la seconda possibilità. Sarà padre, avrà un lavoro di prestigio all’estero, viaggerà. E non andrà più ad Amsterdam a sballarsi con gli amici, non leggerà più libri sovversivi (e forse, dopotutto, nemmeno interessanti) e magari non si ubriacherà nemmeno più… o be’, magari a ubriacarsi continuerà, che ormai non è una pratica così disdicevole nemmeno nell’alta società, però con una certa qual moderazione.

Resta in sospeso una domanda: Daniel potrebbe fare diversamente? Potrebbe cioè rifiutare certi compromessi e non aderire all’ipocrisia?

La risposta è sì, naturalmente. Ognuno, individualmente, può prendersi carico di riformare la propria vita e partecipare all’opera collettiva di milioni di altre persone che si prendono carico di riformare in meglio la propria esistenza individuale e quindi, per circolo virtuoso, contribuire a migliorare la società umana nel suo complesso.

E la risposta è no, naturalmente. Daniel si guarda intorno, gli pare di vedere che è solo, o che sarebbe solo se provasse a fare qualcosa di diverso, o che i risultati dei suoi sforzi non sarebbero commisurati alla diminuzione di tenore di vita… tutte queste motivazioni e tante altre. E allora decide che no, non vale la pena.

Chi si trova nella stessa situazione di Daniel, oggi come oggi ai tempi del cambiamento d’epoca generato dall’invenzione di internet, può decidere che risposta dare. Che sia sì, o che sia no, in ogni caso il futuro sarà suo. Se non altro per motivi anagrafici: la generazione dei genitori e dei nonni, con il suo stile di vita, le sue convinzioni, il suo benessere – prima o poi non ci sarà più. Potrebbe essere sostituita da generazioni molto migliori, se queste avranno lo spirito giusto.

Guido Tedoldi

Annunci

Tag: , ,

2 Risposte to “Il ricordo di Daniel di Marco Candida”

  1. "Il ricordo di Daniel" su "La Bottega di Lettura" | MARCO CANDIDA Says:

    […] Qui. […]

  2. Marco Candida Says:

    Guido, grazie per questa “recensione”. Circa la madre di Daniel va detto che quella donna appare “come un strega” (attraverso queste forme allucinatorie che s’impadroniscono di Daniel) fin dal principio. Quello che scrivi è molto interessante – oltre che scritto bene, una recensione tesa che si legge d’un fiato. Quando ho scritto il romanzo avevo in mente solo l’idea, il “what if”, e non Pirandello o Svevo. Ma in effetti così come si è venuta formando la narrazione (anche con una spruzzata di Tabucchi con quel “la donna che sostiene di essere…”, “l’uomo che sostiene di essere…”, etc.; il verbo “sostiene”, in sede romanzesca, è credo ormai irrimediabilmente intriso del tabucchiano “Sostiene Pereira”), ebbene, così come, dicevo, si è venuta formando la narrazione, io penso che questo romanzo sia una sorta di ibridazione tra Svevo e Pirandello. La storia di Daniel è quella di un “inetto” sveviano messo al centro di un “gioco delle parti” pirandelliano. Questo lo affermo ex-post, come lettore dell’opera più che come autore. Se me ne fossi accorto come autore sarei stato forse tentato dall’idea di calibrare meglio la storia. Che cosa accadrebbe a un personaggio sveviano calato nel mondo pirandelliano? Questa domanda me la sarei senz’altro fatta. Invece, non mi sono accorto di nulla e ho cercato di soddisfare le mie preoccupazioni. Lo scenario a cui mi sembrava interessante guardare è semplicemente… Se ti dessero la possibilità di scegliere tra avere una vera identità e avere un futuro (e tertium non datur; non puoi avere entrambe) che cosa sceglieresti? Nel romanzo, tutto sommato, credo che si scelga il futuro e quindi un’identità standard, si sceglie il “ruolo”, “la funzione”, come fatto notare in un’altra “recensione” (la chiamo “recensione” per comodità, ma è molto di più) scritta da Lorenza Ronzano, rinunciando alla propria “singolarità”.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: