Letture amiche: “L’acqua tace”, Pelagio D’Afro

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l'acqua taceMi fa piacere riprendere una vecchia abitudine persa solo per mancanza di tempo, non per mancanza di volontà o di materiale. L’abitudine, mantenuta per anni, di mettere nero su bianco le mie impressioni di lettura. Alcuni libri, infatti, non lasciano niente dopo la parola fine. Altri invece fanno pensare. Alcuni divertono, altri commuovono. Talvolta, pescati nell’immane offerta di questi anni, pur essendo stati graditi si finisce con lo smarrirne la memoria, ed è un peccato. Me ne sono resa conto quando un’amica mi ha chiesto di parlarle di un paio di romanzi che, come io stessa le avevo detto, mi erano piaciuti molto. Sì, però, a raccontarli… quasi non ricordavo più niente, a parte il fatto che mi erano piaciuti. Un po’ poco, certo. Ecco perché, tempo permettendo, vorrei riprendere questa sana abitudine. Una volta che hai scritto, la memoria resta (scripta manent, dicevano gli antichi) e se qualcuno domani mi chiedesse un parere su qualcosa che ho letto potrei rimandarlo al… link apposito.

In particolare vorrei parlare di scrittori amici, a portata di mano, i cui romanzi sono letture piacevoli che mi va di segnalare.

Non so se riuscirò a mantenere a lungo questa buon intenzione di parlare di letture “amiche”, sempre a causa del tempo che manca e degli impegni che invece si raddoppiano, ma io ci provo. E comincio con un bel romanzo dello scrittore multiplo Pelagio d’Afro.

Pelagio d’Afro è composto da quattro teste e otto mani, che corrispondono ai nomi di Roberto Fogliardi, Giuseppe D’Emilio, Arturo Fabra e Alessandro Papini. Quattro teste e quattro personalità diverse, per quanto complementari, che dopo tanti anni hanno finito per pensare, e scrivere, come un’unica persona. Il che è a dir poco stupefacente.

L’ultimo prodotto di questa moltiplicazione per quattro è un romanzo intitolato “L’acqua tace”, uscito da poco per Italic Pequod. Romanzo insolito e accattivante.

Cominciamo dall’ambientazione. Siamo a Portonovo, rinomata località marina del Conero, nell’anconetano, agli inizi del Novecento. C’è una ricca dimora antistante il mare, residenza estiva di una nobildonna che si circonda di artisti, parenti e amici di un certo lignaggio. E ci sono personaggi del popolo e funzionari di polizia. Soprattutto, c’è un delitto. O forse non è un delitto. Di sicuro c’è un cadavere. Una bella ragazza, dama di compagnia della nobildonna, viene ritrovata morta nelle acque del laghetto vicino alla dimora, uno strano specchio d’acqua che in qualche modo è collegato al mare, con una unione che provoca misteriosi e leggendari vortici. Da questo ritrovamento partono le indagini dei due poliziotti, i quali si ritroveranno a muoversi in un ambiente così altolocato da imporre loro cautela e guanti bianchi. Perché certamente il trattamento che si riserva a un nobile o a una persona di alto ceto è diverso da quello adottato con il popolo e la gente semplice.

Però non è detto che si tratti di un omicidio. Prove certe non ce ne sono. Anche se l’autopsia della ragazza rivela delle sorprese. Ma indagando tra gli ospiti della dimora, tra cui c’è pure il Vate, quel Gabriele d’Annunzio già famoso che poi tutti noi incontreremo sui banchi di scuola, si scopre che molti di quei personaggi ambigui e decadenti avrebbero avuto rapporti più o meno segreti con la ragazza e magari avrebbero avuto motivo di farle del male, a dispetto di un dichiarato dispiacere per la sua fine.

L’indagine, seguita con ostinazione dall’agente Ciro Iaccarino, si muove circospetta, alla fine si ha bisogno comunque di un colpevole e… e non dico altro, per non spoilerare alcunché. Dico solo che l’evoluzione della stessa indagine un po’ è a sorpresa, e un po’ in fondo segue un indirizzo inevitabile, anche se non necessariamente veritiero. L’ambiguità della conclusione è uno dei punti di forza del romanzo.

Io ci sono stata a Portonovo. Ma anche se il quadruplice autore dichiara che quella del romanzo è una Portonovo immaginaria, sebbene la geografia e alcune caratteristiche raccontate siano quelle reali, non è affatto difficile immedesimare la storia in quei luoghi bellissimi dopo esserci stati. Basta sostituire le strade asfaltate con strade sterrate, le automobili con le carrozze, per esempio, o eliminare i locali sulla spiaggia e gli alberghi intorno, e il resto sembra essere ancora quello di un secolo fa. C’è pure un pezzo del romanzo in cui si anticipa, esecrandolo, l’avvento del futuro su quella natura incontaminata, un pezzo anomalo nella narrazione, che forse ci sta poco con la storia raccontata, ma che si percepisce come lo sfogo autentico di un vero amante della località e dei suoi tratti più selvaggi, o quanto meno poco infestati dal business turistico degli anni a venire.

Nella Portonovo dei primi del Novecento, tutto sommato così facile da immaginare, si muovono e interagiscono i personaggi di questo strano noir, a volte descritti con toni volutamente macchiettistici. Il Vate per esempio, di cui si parla come un tipo balzano, pieno di arie, che declama versi ogni due per tre, ci appare nella sua pomposità di esteta al di sopra della comune realtà, un po’ come ce lo siamo sempre immaginato a scuola: alquanto spocchioso e pure opportunista. L’attrice ospite della famiglia assume atteggiamenti teatrali con tanto di svenimenti, come ci si aspetta dal suo personaggio, che vediamo davvero porsi una mano alla fronte e come in una tragedia recitata cadere nelle braccia opportunamente più vicine. La nobildonna è pur sempre una nobildonna, e i suoi dialoghi con i deferenti funzionari lo sottolineano ampiamente nella distanza che essa crea fra il suo ceto e quello sottostante. Perfino il giardiniere è accanitamente descritto esattamente come il suo ruolo impone.

Potrebbero sembrare accenti un po’ troppo marcati, queste descrizioni quasi fumettistiche, ma è innegabile che nel contesto calzino a pennello. Grazie ad esse ci si ritrova veramente catapultati in un’epoca ormai così lontana da sembrare preistoria, eppure così realistica. Anche il linguaggio, a tratti pomposo, aulico, ci sta tutto, ed è ricreato con accuratezza da professionisti. Soprattutto, a mio parere, le descrizioni ambientali sono eccezionali; numerose poi sono le citazioni coltissime, come quelle che aprono ogni capitolo, ma non solo: in un passaggio dove il poeta e l’attrice si rincorrono nella pineta sotto la pioggia, si ha la netta percezione che la famosa poesia “La pioggia nel pineto” dev’essere nata in nessun altro modo che così, in quelle esatte circostanze.

Un’altra affermazione che mi ha colpito profondamente e che mi ha fatto mettere un segno sulla pagina che la riporta è la seguente:

“[…] quando riesco addirittura a immaginarlo per me Dio è il mare, e le onde sono il suo petto che sale e scende per respirare”.

Sarà perché anche per me il mare è importante, e per tutto il libro vi ho ritrovato l’amore che io stessa gli porto, ma ho trovato in queste parole un fondo di verità che condivido. Ammettendo che Dio è in ogni luogo, nel mare che respira c’è forse un po’ di più.

Insomma, la storia raccontata in questo romanzo, con una scrittura coltivata con cura e ricercatezza, è come dicevo accattivante, cresce a ogni pagina e dalla metà in poi (ma anche prima) non puoi fare a meno di arrivare fino in fondo per sciogliere dubbi che (accidenti a Pelagio) poi invece resteranno. Libro consigliato agli amanti del noir e della bella scrittura.

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