Intanto anche dicembre è passato, di Fulvio Abbate.

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la copertina del libro

Lo ammetto, sono tentato dall’idea di non leggere più romanzi di persone che in qualche modo conosco. Un vezzo? Poco più di un capriccio. Un mix fra invidia, eccesso di trasporto, condivisione di intenti. E succede puntualmente, con Massimiliano Parente, con Fabio Viola, con Franz Krauspenaar, con Gaja Cenciarelli e ultimo ma non ultimo, Fulvio Abbate.

Conosco Fulvio da qualche tempo. Ne seguo estasiato la verve che sprigiona nei suoi post corrivi, graffianti, controcorrente, ilari. Ne resto influenzato. E’ stato cosi anche per questa sua ultima opera. Uscito alla fine dell’anno scorso ha già ottenuto decine e decine di recensioni. Tutte, ma proprio tutte, accuratamente evitate. Il libro l’ho preso la sera del suo spettacolo all’Argentina, scorso novembre, debitamente firmato (altro vezzo duro a morire…) e rimasto intonso, per settimane, sul tavolino del salone. E’ che ho un pessimo rapporto con la lettura ultimamente. Quasi che la tirannia del tempo riempito spesso da cose talmente inutili come il provvedere, con sempre maggiori difficoltà, al proprio sostentamento non desse altro, privandomi anche della residua valenza d’evasione che può costituire la lettura.

Fulvio Abbate ha un dono. E’ capace di dire delle cose come pochi altri. Una sua cifra. E questo dono lo trasfonde, lo spinge ad assolvere con grande generosità il compito di stare al mondo. Una sorta di missionario laico. Quell’altro lato della vita che ti ostini a non voler guardare ma che ti vomita addosso “another point of view” dal rettangolo magico di youtube dove germogliano i suoi spot su Teledurruti.

Il testo.

Sono coetaneo di Fulvio. Il che vuol dire che quest’anno sono 58. Quando Fulvio scrive come in questo romanzo della sua infanzia, è fatale che ci veda, a specchio, anche la mia. Stessi gli anni, i favolosi ’60, stesse (o quasi) le famiglie, quasi uguali anche le latitudini: lui nella Palermo assolata, la mia nel Salento leccese. E’ aria di casa.

Il romanzo è gradevole. C’è un tono generale di sospensione della incredulità che ti fa sorvolare su tutto. E regala attimi di umorismo surreale. E ancora, in certi paragrafi sembra di scorgere (lo so, è poco elegante partire con le somiglianze) la mano di Bolaño. Alludo alla grazia con la quale procede per strati. Nella foga affabulatoria, come un rotore, la scrittura di Abbate si fa come una millefoglie. Le storie si intersecano, si sovrappongono, senza conflitto, senza confusione. Non proprio un elegante flusso di coscienza chissà quanto meditato (e quindi fintamente spontaneo). No, per quello dico che la conoscenza della sua maniera di narrare inficia poi il giudizio su un suo testo.

Sono certo che questa capacità ce l’ha come dono. E’ spontaneo di fabbrica. E quando la disinvoltura sposa la perfezione, beh ragazzi, è solo che da inchino. La scrittura ancora, come materia. Pennellate, aggettivi incastonati con precisione elvetica all’interno del corpo narrativo. Pochissime, rare le sbavature, gli attimi di sbandamento. Tutto si tiene.

Come definirlo? Un omaggio a quegli anni, si. E’ il romanzo che avrei voluto scrivere io, e che non è detto che prima o poi… E’ la prosa intorno ad un’origine, che col passare del tempo, acquista prospettiva, caricandosi di lirismo ma insieme restando leggero, quasi un Manifesto alla felicità. Quel suo verso finale…”…nella certezza che la vita è tutta nella concitazione della gioia”.

Baldini&Castoldi pag.170 ed ottobre 2013

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