Archivio dell'autore

Ardengo Soffici: “Lemmonio Boreo ovvero l’allegro giustiziere”, 1912

maggio 15, 2013

(La recensione che leggerete conclude la mia collaborazione regolare a questa come ad altre riviste, che ringrazio per avermi sempre ospitato. Ho compiuto a gennaio 71 anni e ho deciso di dedicare quest’ultimo tempo ad una specie di isolamento spirituale che mi aiuti a riflettere sulla vita e su ciò che mi circonda e mi ha circondato durante il corso di questi anni, così da poterli ancora di più amare ed apprezzare. Continuerò a curare, però, la rivista d’arte Parliamone, la mia creatura, finché ne avrò le energie necessarie. Ringrazio i lettori e i redattori della rivista. bdm)

Ardengo_SofficiAnimatore culturale, attento osservatore, forte polemista: la prima parte del Novecento, non solo italiano, ha in questo artista, pittore e scrittore, un autentico protagonista dei dibattiti intorno ai nuovi movimenti che si andavano affacciando in quegli anni. Clamorosa fu l’aggressione che subì a Firenze, alle “Giubbe rosse”, per aver scritto un articolo aspramente critico nei confronti dei Futuristi, da parte di Marinetti, Carrà e Boccioni.

Collaboratore delle riviste più importanti del tempo, tra cui “La voce” di Prezzolini, egli portò in Italia le novità e l’aria nuova che si andavano respirando a Parigi. Fu amico di Apollinaire, Max Jacob, Picasso, Braque e tanti altri. Quando il cubismo faceva le prime mosse, Soffici fu uno dei primi a prendere le difese di Picasso e Braque e ad esaltare il loro lavoro. Numerosi sono i suoi saggi su movimenti ed artisti del suo tempo.

Si avvicinò alla narrativa con opere quali: “Ignoto toscano”, Firenze 1909; “Lemmonio Boreo”, Libreria de “La Voce”, Firenze 1912; “Arlecchino”, Firenze 1914; “La giostra dei sensi”, Firenze 1918; “Taccuino di Arno Borghi”, Firenze 1933; “Autoritratto d’artista italiano nel quadro del suo tempo” (in quattro volumi usciti con i seguenti titoli: “L’uva e la croce”, Firenze 1951, “Passi tra le rovine”, Firenze 1952, “Il salto vitale”, Firenze 1954, “Fine di un mondo”, Firenze 1955); “D’ogni erba un fascio. Racconti e fantasie”, Firenze 1958; “Diari 1939-1945” (in collaborazione con G. Prezzoloni), Milano 1962.

Riguardo a “Lemmonio Boreo”, dopo avermene consigliato la lettura, Giorgio Bárberi Squarotti mi scrive, il 23 dicembre 2007: “Quanto al Lemmonio Boreo, per una vera interpretazione è necessario mettere a confronto l’edizione del 1912 con quella del 1923 (quasi uguale a quella del 1943)(more…)

Stefano Terra: “Alessandra”, 1974

aprile 15, 2013

stefano_terraIl suo vero nome era Giulio Tavernari (Torino, 1917 – Roma, 1986). Fu scrittore e giornalista, vincitore del Premio Viareggio nel 1980 con “Le porte di ferro” (uscito nel 1979) e del Campiello nel 1974 con “Alessandra” (uscito nello stesso anno).

Altre sue opere furono: “Rancore“, 1946; “Sul ponte di Dragoti bandiera nera“, 1952; “La fortezza del Kalimegdan“, 1956; “Calda come la colomba“, 1971; “Il principe di Capodistria“, 1976; “Albergo Minerva“, 1982.
Si apprende dai cenni biografici stesi dallo stesso autore, che ebbe una vita politicamente molto impegnata, testimoniata da un’intensa attività di giornalista svolta soprattutto nei Balcani. La nota si conclude: “Vivo in una casa dell’Attica con eucalipti, vigna adagiata sull’argilla, gatta dalla testa piccola e le volpi all’imbrunire.” Scelte definitive di vita che richiamano alla mente quelle, ad esempio, di Eros Sequi e di Fausta Cialente.

Il romanzo narra la storia di un diplomatico che sceglie di lasciare l’Italia per un’isola (Rodi) nelle regioni dell’Attica, e del suo triste amore per la moglie Alessandra.
Il presente e il passato si alternano ed anche si mescolano dentro una scrittura malinconica e riflessiva.
La sensazione che si prova è di un disegno che vuole essere consapevolmente sfuggente, non mai compiutamente definito, consegnato al flusso del tempo e della memoria. (more…)

Leonida Répaci: “I fratelli Rupe”, 1932

marzo 15, 2013

repaci_leonidaUscito nel 1932, (in calce Rèpaci ha segnato la data del “7 novembre 1931 in Viareggio”), è il primo dei volumi che costituiscono la “Storia dei fratelli Rupe”, conclusasi con “La terra può finire” del 1973. Prima del 1973 abbiamo, oltre al primo: “Potenza dei fratelli Rupe” (1934), “Passione dei fratelli Rupe” (1937), “Tra guerra e rivoluzione” (1969), “Sotto la dittatura” (1971). Vi si narra di una famiglia calabrese allo stesso modo che, nei medesimi anni, Giuseppe Dessì, che viene subito alla mente tra gli scrittori meridionali, racconta di una famiglia sarda, il cui capostipite è Angelo Uras. L’autore dichiarò di essersi ispirato alla storia della propria famiglia: “Questo romanzo è, nelle grandi linee, la storia di noi Répaci”.

Répaci fu un assiduo animatore della vita culturale del secolo scorso. La sua memoria, oltre che a questa “Storia”, è legata al Premio Viareggio, di cui fu il fondatore nel 1929 insieme con Carlo Salsa e Alberto Colantuoni. In Lucchesia, a Pietrasanta, morirà nel 1985. Prolifica fu la sua attività di giornalista, finché non l’abbandonò per dedicarsi alla stesura degli ultimi tre volumi della sua opera principale. Fu anche pittore.

La Morte, si potrebbe dire, appartiene al Sud, vi è di casa, come estrema falciatrice e come ispiratrice delle azioni degli uomini: “Quando il mondo è così lucente, sparire è così doloroso. Ciò dà rilievo, credito, potenza alla Morte.” Il romanzo si apre descrivendo la morte silenziosa di Antonio Rupe, che, come Angelo Uras nella saga di Giuseppe Dessì, è stato un uomo coraggioso e rispettato (era chiamato “Maestro”) nel suo paese, Sarmùra, in origine “un castello di pescatori, poi ingranditosi, che prese nome dall’acqua che bevve Oreste pellegrino ad una sorgente”. Ha lavorato una terra, Calimèra, arida, soda, infestata dalla malaria, e ne ha fatto un’azienda modello, finché la sventura (esito di cause in Tribunale) non si è accanita contro di lui, portando nella famiglia povertà e dolore. La sua morte peggiora le cose, ma, per fortuna, oltre alla vedova, ha lasciato dieci figli, tutti di forte carattere. Mariano il maggiore, davanti al morto, promette alla famiglia, e in particolare a Leto, il più piccolo, “il fanciullino” (del quale seguiremo tutti i sospiri e i passaggi della crescita) che penserà lui a procurare di che sfamarsi, con l’aiuto degli altri fratelli già grandi, Cino, Pietro e Tristano. C’è tutto il Sud in questo avvio. Ecco un brano dedicato alla descrizione di Sarmùra: “È un paese sempre pronto a mutar faccia, a sostituire i suoi blocchi di case strette aggrondate ferrigne con altre ancora più strette, più aggrondate, più ferrigne. Soprattutto più basse, ché il terremoto non ama la boria, perciò recide senza pietà le fioriture troppo ricche degli alberi di pietra, su cui gli uomini, questi uccelli dalle ali invisibili, fanno il nido.”

Répaci è un autore in cui si mescolano prodigiosamente asprezza e fantasia, solarità e incanto, in un’ambientazione di luoghi che hanno avuto altri celebri cantori vissuti tanti secoli prima, come Cassiodoro e Strabone, ai quali Répaci va collegandosi come un albero nuovo nella foresta antica. (more…)

Pier Antonio Quarantotti Gambini: “I giochi di Norma”

febbraio 15, 2013


Non ha avuto una lunga vita Quarantotti Gambini, morto a cinquantacinque anni, nel 1965, a Venezia dove risiedeva, ma assidua fu la sua presenza nel mondo letterario con collaborazioni a quotidiani e a riviste tra le più importanti, fra le quali mi piace ricordare “La fiera letteraria”, fondata da Umberto Fracchia, e “Il Mondo”, fondata da Mario Pannunzio, entrambi lucchesi. Notevole fu la sua produzione di poesie, racconti e romanzi. Nel 1932 apparvero in “Solaria” tre racconti dedicati alla sua terra d’Istria, poi raccolti da Einaudi nel 1949; “La rosa rossa” è un romanzo del 1937; “L’onda dell’incrociatore” è del 1947; “Primavera a Trieste” del 1951; “Amor militare” del 1955, poi variato nel titolo con “Amor di lupo” nel 1964; “Il cavallo Tripoli è del 1956; “La calda vita” del 1958. Postume usciranno, nel 1965, le sue poesie “Racconto d’amore” e, nel 1967, il romanzo “Le redini bianche”. L’amicizia con il poeta Umberto Saba sfocerà nella pubblicazione postuma, nel 1965, del carteggio epistolare con il titolo “Il vecchio e il giovane”. “I giochi Norma”, che uscirà nel 1964, contiene tre racconti tra cui “Le trincee” del quale Giorgio Bárberi Squarotti scrive nel Grande Dizionario Enciclopedico UTET, 1971: “ ‘Le trincee’ sono un bellissimo racconto, di una perfezione quasi assoluta”.

Il primo racconto, “Alle saline”, narra la storia di un’amicizia tra due giovani, Nando e Paolo. Paolo ammira Nando: “Sempre scalzo come sul bragozzo di suo padre, Nando ha un suo modo di camminare e di muoversi, agile e solido. Vien da guardargli i piedi: alluci forti, staccati dalle altre dita, e mobili. Piedi che stanno bene nudi.” A forza di frequentarlo (è estate e si sono conosciuti in autunno) “Paolo si è fatto uguale.” Non si parlano molto e così Paolo “tace sempre più spesso anche a casa.” e “cammina ormai come Nando, poggiando forte sui piedi e dondolandosi.” Vive coi nonni, i genitori stanno invece a Trieste. Nando gli ha parlato così bene delle notti che trascorre sul suo bragozzo che Paolo sente la voglia di scappare di casa una sera per uscire in mare con l’amico. Ma non si deciderà mai, perché questo della indecisione sarà il punto debole del suo carattere.

Ancora si andava in carrozza, e Nando ha talvolta espressioni dispettose nei confronti delle famiglie più agiate, tra le quali quella di Paolo. Paolo ne è un po’ ferito, ma cerca di non farlo capire. Guardate questa immagine che raffigura con poche parole un’epoca: “La carrozza, giunta alla fine del ponte, rallentò; poi, svoltando in città, riprese il trotto e scomparve tra le barche e le case della riva.” La città è Capodistria, poco distante dal loro paese, Semedella, e la carrozza è quella del nonno di Paolo. (more…)

LETTERATURA: Marco Candida: “Bamboccioni woodoo” – Historica Edizioni

gennaio 12, 2013

di Paolo Merenda

Bamboccioni Voodoo è una raccolta di racconti che indaga sulle varie sfumature
del “Bamboccione” in chiave horror. (more…)

Leonardo Sciascia: “A ciascuno il suo”, 1966

gennaio 9, 2013

Ricordando Sciascia nell’anniversario della sua nascita: Racalmuto, 8 gennaio 1921

Leonardo Sciascia“Il giorno della civetta” è forse il romanzo più conosciuto di Sciascia, che inaugurò, uscito nel 1961, il genere investigativo poliziesco con il quale intese portare avanti la sua denuncia contro la corruzione mafiosa di cui soffriva e ancora soffre la Sicilia.

“A ciascuno il suo” è del 1966 ed è strettamente collegato ai propositi, alle finalità, che caratterizzarono il romanzo del 1961.
La scrittura nitida e persuasiva contribuì non poco a fare di questo autore un’autentica ed indiscussa figura morale, ascoltata e rispettata per il raro coraggio e la lucidità del pensiero.

Il farmacista Manno, “un brav’uomo, di cuore, alla mano”, un giorno riceve una lettera anonima contenente minacce di morte: “per quello che hai fatto morirai.” Lui stesso e gli amici considerano la lettera uno scherzo, di cattivo gusto, ma sempre uno scherzo; se non che il 23 agosto 1964 il farmacista viene trovato ucciso, assieme al dottor Roscio, medico del paese, con il quale era stato tutto il giorno a caccia, e a uno dei suoi dieci cani che si era portato con sé. Tocca al maresciallo dei carabinieri ritrovare e identificare i cadaveri. Dalla capitale giunge un commissario incaricato delle indagini. Gli assassinati appartengono a famiglie di grande riguardo. Una delle piste da seguire, secondo gli amici della vittima, è senz’altro quella passionale. La farmacia è ambiente frequentato soprattutto dalle donne e il farmacista “era un bell’uomo”. Qualche ragazza, chi sa… Del resto “la buonanima fece un matrimonio d’interesse.” Il professor “d’italiano e latino nel liceo classico del capoluogo”, Paolo Laurana, è il primo a ricordare che sul rovescio della lettera contenente la minaccia di morte, compariva una parola latina: “unicuique”. L’aveva riferito anche al maresciallo. Ora si mette ad indagare per conto suo, acceso di curiosità, e si reca dal giornalaio e acquista “L’osservatore romano” che ha sulla testata quella parola latina: “unicuique suum”, ossia, a ciascuno il suo. Nessuno lo comprava da tanti anni, gli confida l’edicolante. Invece, viene a sapere dall’ufficiale postale, “un tipo loquace”, che in paese arrivano in abbonamento due copie del giornale, “una all’arciprete, una al parroco di Sant’Anna”. (more…)

Eros Sequi: “Eravamo in tanti”, 1953

dicembre 15, 2012

Ecco un autore pressoché dimenticato. Vale la pena riportare i cenni biografici che appaiono nella quarta di copertina dell’edizione 2001 curata dalla ComEdit 2000:

“Eros Sequi nacque il 15 ottobre del 1912 a Possagno (Treviso) – è il paese dove nacque anche, nel 1757, Antonio Canova (Nda) -. Da bambino si trasferì in Toscana, compiendovi tutti gli studi, compresi quelli universitari. Si laureò nel 1934 alla Normale di Pisa. Lavorò al Ministero dell’istruzione e fu insegnante in scuole del Dodecaneso. Trasferito a Zagabria, ricoprì il ruolo di docente presso la cattedra di lingua e letteratura italiana e di responsabile dell’Istituto di cultura italiana. Dopo l’8 settembre del ’43 aderì al movimento partigiano. Dal 1944 ebbe incarichi politico-culturali, fondando e redigendo vari fogli partigiani in lingua italiana, ultimo dei quali “La Voce del Popolo” che diverrà il quotidiano della minoranza italiana. Fu fra i fondatori dell’Unione degli Italiani di Istria e di Fiume. A lui si deve anche la nascita delle riviste “Arte e cultura” ed “Orizzonti”. Caduto in disgrazia con le autorità croate che lo accusavano di mantenere legami troppo stretti fra la minoranza italiana in Istria e la madrepatria, Sequi si trasferì all’università di Zagabria e poi a quella di Belgrado, ove arrivò ad essere preside di cattedra. È morto, a Belgrado, nel 1995.

Insignito più volte delle più alte onorificenze dalle massime autorità italiane e straniere, sia per la sua militanza nella resistenza che per la produzione artistica e letteraria, Eros Sequi è una delle figure più significative della cultura italiana in Jugoslavia.
“Eravamo in tanti”, è la sua prima opera pubblicata in Italia.” (more…)

Goffredo Parise: “Il ragazzo morto e le comete”, 1951/1965

novembre 15, 2012

L’autore aveva vent’anni quando apparve sulla scena letteraria con questo romanzo, che l’editore Neri Pozza pubblicò senza apportarvi alcuna modifica, così come preteso dall’autore che appena qualche anno dopo, nel 1954, avrebbe pubblicato il suo romanzo più famoso, “Il prete bello” e sarebbe divenuto uno dei più conosciuti e impegnati autori del Novecento. Come è noto, il libro, del tutto innovativo nella scrittura, non ebbe il successo sperato. Riveduto da Parise, fu riproposto nel 1965 da Feltrinelli, questa volta accolto favorevolmente. È lo stesso anno in cui esce un altro romanzo importante di Parise, “Il padrone”, premio Viareggio.

Il ragazzo di quindici anni che, senza nome, è silenziosamente presente nel romanzo, sono gli occhi di Parise sulla vita, e sono anche i nostri occhi. L’impostazione è già di per sé annunciatrice di un lirismo malinconico destinato a farsi tragedia. Si avverte che qualcosa che è nato sta morendo: il senso di stupore e di rassegnazione che cogliamo nella scrittura è tale poiché  ci troviamo dinanzi alla morte. Che altro sono, infatti, le comete se non il segno di un vigore e di una bellezza lanciati verso l’annientamento e dunque la morte?

È una morte speciale, però, quella che vi si incontra: è la celebrazione dell’addio e della perdizione definitiva di una parte di sé. O meglio è il tentativo di tutto ciò. A vagliare il peso di una tale mutilazione, sarà infatti ciò che resta dell’uomo chiamato comunque a sopravvivere e, nello stesso tempo, a subire la penosa riviviscenza ogni volta che, abbassando gli occhi, scopre afflosciato ai suoi piedi il manichino senza vita di ciò che fu. Un po’ come succede al Pinocchio di Collodi, sebbene in quest’ultimo con esiti rivolti ad una più robusta speranza.

Il fascino del romanzo risiede in questa contaminazione apparentemente salvifica ed invece purulenta, in questa butteratura deformante destinata a durare.

Si potrebbe anche affermare che le butterature sono rappresentate dai vari personaggi che compaiono via via, da Abramo a Squerloz, a Raoul, ad Antoine, a Edera, a Primerose: segni, ossia, di un umore intimo avvilito, inquieto e malato.

Il libro si compone di schede, frammenti, meglio ancora di una specie di mozziconi che paiono slabbrature intrise di una visceralità buia e insieme lirica: di una voce, di una eco che sembrano provenire da un abisso pauroso e magmatico.

La giovane età dell’autore, la supposta vicenda personale di figlio di una ragazza madre che stenta la vita sono riusciti ad accumulare nell’animo del ragazzo oscure sensibilità orientate a leggere e a interpretare una realtà torbida e allucinata. (more…)

Alfredo Panzini: “La lanterna di Diogene” (1907)

ottobre 15, 2012

Numerose sono le opere di Alfredo Panzini, tra cui va annoverato il “Dizionario moderno”, del 1905. Tra i romanzi si segnalano: “Donne, Madonne e Bimbi” del 1915; “Il mondo è rotondo”, del 1921; “Il padrone sono me!”, del 1922.

La lanterna di Diogene” è del 1907. In questa opera, scrive Giorgio Bárberi Squarotti nel “Grande Dizionario Enciclopedico” della UTET, Panzini “raggiunge uno dei risultati più caratteristici nella rievocazione di un viaggio minore, paesano, tutto descrizioni abilissime e arguzie, moralità e sottile polemica conservatrice.”

È “un ardente pomeriggio” dell’11 luglio, allorché l’autore varca la Porta Romana di Milano (“dove è necessario possedere un sistema nervoso fabbricato appositamente.) su una vecchia bicicletta per raggiungere un paesucolo sull’Adriatico, in Romagna, Bellaria: “ornate le gambe di un paio di novissime calze, montai in sella.” (more…)

Marino Moretti: “L’isola dell’amore”, 1920

settembre 15, 2012

Poeta e narratore, Moretti scrisse molte opere, di cui è impossibile qui la enumerazione. Mondadori fu la sua casa editrice di riferimento. Citiamo solo: “L’Andreana”, del 1935; “La vedova Fioravanti”, del 1941, considerato il suo capolavoro, e “Il libro dei sorprendenti vent’anni”, del 1955, che gli valse il Premio Napoli dello stesso anno. Con il primo volume della raccolta “Tutte le novelle” vinse il Premio Viareggio nel 1959. Fu anche autore teatrale. Giornalista, collaborò a molte riviste e quotidiani, tra cui il “Corriere della sera”, per il quale scrisse per circa un trentennio.

L’isola dell’amore” è del 1920.
Una zitella di origine americana, Miss Kathleen Mowrer, vissuta negli ultimi anni della sua vita in Italia, ricchissima, lascia il suo patrimonio per la istituzione di “un’Opera Pia per il Ricovero delle Vecchie Zitelle”, alle quali dovranno mostrare tenerezza uomini “non troppo giovani ma nemmeno troppo vecchi, e di maniere distinte.”, per la cui educazione la defunta lascia un terzo del patrimonio: “Questi apostoli della Tenerezza dovranno dare alle diseredate dell’amore la illusione di aver suscitato, almeno una volta nella loro vita, una fiamma fatua e fugace nel cuore di un uomo.” Del testamento se ne parla in tutto il mondo, e specialmente in Italia, dove ogni zitella si lascia scaldare il cuore da una nuova illusione: “Questi furono, press’a poco, i pensieri delle signorine di più di quarant’anni, italiane e straniere, ma più specialmente della nostra cara provincia italiana, nel 1888, anno che possiamo facilmente immaginare, per tutta Europa, dolce e mediocre.”
Non v’è dubbio che l’idea ispiratrice ha un che bizzarro e amabilmente ironico.

Vediamo che cosa succede in questo speciale Istituto, collocato su di una “verde isoletta” in mezzo ad un lago, “il più malinconico e dimenticato lago del mondo.”, dove “Le signorine non dovranno portar seco nell’isola né immagini di santi, né coroncine, né scapolari, né crocifissi, né reliquie, né altre cianfrusaglie della religione cattolica apostolica romana. L’unica religione ammessa nell’Istituto è l’amore. L’unico Dio che si dovrà pregare nell’Istituto è il Dio d’Amore, Cupido, figlio di Venere e di Marte.” (more…)