Posts Tagged ‘Marco Candida’

Il ricordo di Daniel di Marco Candida

novembre 6, 2013

recensione di Guido Tedoldi

Ho letto il romanzo di Marco Candida «Il ricordo di Daniel» (2013, Edizioni Anordest, pp. 335). E mi pare che abbia in sé degli elementi notevoli. La sua scrittura si sta evolvendo, così come la sua capacità di creare trame: in entrambi questi ambiti, mi sembra di aver notato differenze a volte notevoli rispetto ai suoi romanzi precedenti, soprattutto il primo («La mania per l’alfabeto», 2007, Sironi, pp. 299, € 12,00). La sua attenzione rimane sempre piena di dettagli, e usa molto quei dettagli per sostenere la scrittura in certi momenti di minor ispirazione – ma con il tempo ha acquisito fluidità, ha limato le asperità provocate dalle ripetizioni di parole e soggetti. E il numero di eventi che accadono nella narrazione è aumentato, per numero, implicazioni e relazioni interne. Mi sembra un’applicazione della regola anglosassone dello «show, don’t tell», che in italiano potrebbe tradursi in «mostra, non girarci attorno». Anche perché è una regola che consente di dire molte cose, a vari livelli di profondità, evitando tante pastoie retoriche. D’altra parte gli anglosassoni applicano quella loro regola alle fiction televisive, oltre che a quelle letterarie, e sono attualmente dominanti nella cultura mondiale grazie proprio alle produzioni televisive e cinematografiche dove mostrano molto, senza star lì tanto a girarci attorno.

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Frutta fresca per verdure marce di Paolo Merenda

febbraio 17, 2013

(Edizioni Il foglio)
Recensione di Marco Candida
Il poliziottesco scritto da Paolo Merenda dal titolo Frutta fresca per verdure marce invita a chiedersi forse un po’ capziosamente: “In questo romanzo c’è più più frutta fresca o verdura marcia?” oppure “Il titolo allude a uno scambio tra autore e lettore? E’ il lettore il portatore avariato di verdura marcia?”. A parte questo piccolo divertissement, le centoventuno pagine scritte dall’autore alessandrino sembrano certo presentare i connotati giusti per meritarsi l’aggettivo, spesso abusato, “fresco”. Quelle di Merenda sono pagine “fresche” perché rinverdiscono, servendosi della rivoltella della parodia, il genere del poliziesco all’italiana, riuscendo in un compito difficile; e sono brillanti perché utilizzano una forma originale: centoventidue pagine divise in quattro parti ciascuna spezzettata in dodici capitoli ognun dei quali lunghi una pagina e mezza, massimo due pagine e mezzo. Ogni autore, se si guarda bene ha la sua intelligenza, e l’intelligenza di Paolo Merenda è stata quella di capire che per raccontare una storia che si regge in gran parte su stereotipi di genere la forma breve è la più efficace: essendo già noto al lettore gran parte di ciò che viene raccontato non sono necessarie molte pagine per rendere i personaggi vivi, le storie vere. Bastano poche linee, quelle essenziali, è tutto come per magia si anima e funziona. Non è questione di tecnica o di capacità: è qualcosa di molto più ineffabile, si chiama intelligenza, sensibilità. (more…)

Il bisogno dei segreti, di Marco Candida

febbraio 4, 2011

la copertina del libro

recensione di Francesca Andreini

 

“La mente si ferma, la vita si appanna. Davanti al responso inesorabile delle analisi mediche, come su uno specchio rotto sfuggono i sensi del reale e della prospettiva. Il futuro, un dolore impossibile. Il passato, uno sfavillio di tempo e possibilità, intrecci, incontri da nascondere. A se stessi e al mondo.

Come reagire davanti al niente? Allo scadere delle possibilità? Tutte le cose che non si sono fatte. Tutte quelle che non si sono dette. I luoghi non visti, le sensazioni non vissute. Ci sarebbero le reazioni suggerite dal contemporaneo banale, dalla disperazione declinata secondo stereotipi comuni. Fuggire, viaggiare, stordirsi, dimenticare…

Ma questo a Connie non può bastare. Perché non c’è solo la dimensione del non provato e del non visitato, delle espansioni che la sua anima non è riuscita a raggiungere. C’è anche quella di tutto ciò che c’era e sta per non esserci più, c’è il richiamo del concreto e del solito, delle abitudini, dei sentimenti, dei doveri. Che si allontanano in una prospettiva già lunghissima, già perduta. E diventano il richiamo potente di una sirena sempre più lontana. Che canta di abitudini, di amicizia, di momenti di amore e caldi di vita.

Allora si apre, per Connie, un ultimo spazio-tempo basato sull’assurdo, sulla distruzione. Sul gioco inutile, come oramai ogni altra cosa inutile ed effimero, del massacro. Dei sentimenti, del passato. Di ogni costruzione buona e bella. Di tutto il vissuto di cui si ostinano a cantare le sirene e che le rende amaro il distacco.

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