Acciaio, di Silvia Avallone. Piombino o Macondo?

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Il libro in questione parla dell’amicizia di due ragazze adolescenti, sullo sfondo di una realtà sociale raggomitolata su sé stessa, in piena crisi occupazionale. E di acciaio, acciaio immerso in una piccola città ai bordi del mondo, una specie di Macondo. E’ Piombino questa piccola città? Così sembra. C’è scritto nel libro.
Ma io non la riconosco, pur avendo vissuto a Piombino per 26 anni e tornandoci un giorno alla settimana per lavoro.
Non parlo della voluta finzione narrativa di spostare dei lunghissimi e sgraziati edifici popolari – soprannominati “lombriconi” – di qualche centinaio di metri per posizionarli davanti al mare, un particolare utile alla narrazione; né sto discutendo della strategia di cambiare il nome della via in cui tali edifici si trovano(via Salivoli è stata battezzata via Stalingrado, nome più evocativo), no.
Parlo di molto altro.
E’ come se si sostenesse una tesi, una tesi per certi versi condivisibile: la crisi occupazionale, la perdita del potere d’acquisto salariale, la mancanza di una sufficiente manutenzione nello stabilimento, i troppi incidenti mortali sul lavoro, si agitano sullo sfondo di questo romanzo, ed è bene parlare di queste cose. Ma l’impressione che ho avuto è che l’autrice si sforzi di avvalorare questa tesi attraverso ogni singola parola di cui si scrive nel libro. Alla fine la parola d’ordine di Piombino, per quanto possiamo leggere, è il degrado. A tutti i livelli.
“Dopo quarant’anni tutto era cambiato: c’erano l’euro, la tv a pagamento, i navigatori satellitari, e non c’erano più né la DC né il PC. Era tutta un’altra vita adesso, nel 2001(pag.17). D’accordo.
E più giù si scrive:“…la sabbia si mescolava alla ruggine e alle immondizie, in mezzo ci passavano gli scarichi, e ci andavano soltanto i delinquenti e i poveri cristi delle case popolari. Cumuli e cumuli di alghe che nessuno dal comune dava l’ordine di rimuovere.”
“La spiaggia era infestata di bambini e famiglie grasse…C’erano resti di lasagne dentro teglie di alluminio, e altre scorie come torsoli di mela buttati sulla sabbia(pag.321).”
Di tutto ciò che l’autrice ha scritto della spiaggia di Salivoli, non c’è niente di vero; basta guardare, in estate, in una sera qualsiasi una spiaggia qualsiasi del promontorio – anche Salivoli, sì – per constatare che quasi tutte le famiglie e anche i ragazzi lasciano l’arenile sostanzialmente pulito, li vedi andar via con i sacchetti in mano che depositano nel bidone. Niente scarichi, un depuratore funzionante e l’Arpat che da anni e anni in quella spiaggia registra acque pulite. Mi domando a cosa serva tutto questo calcare la mano.
“Cosa significa crescere in un complesso di quattro casermoni, da cui piovono pezzi di balcone e di amianto, in un cortile dove i bambini giocano accanto a ragazzi che spacciano e vecchie che puzzano? Che genere di visione del mondo ti fai, in un posto dove è normale non andare in vacanza, non sapere niente del mondo, non sfogliare il giornale, non leggere i libri, e va bene così?”(pag.32) La voce narrante che si insinua tra l’autrice e, in questo caso, tra le due amiche adolescenti, è invadente, infarcita di giudizi che appesantiscono la narrazione stessa(i giornali, i libri, le vacanze, queste chiacchiere che sanno tanto di illazioni). Tra l’altro immagino che di amianto, a Piombino, se ne possa purtroppo reperire in abbondanza nell’area industriale dismessa, ma dubito che se ne possa trovare oggi un solo grammo in quei casermoni popolari.
“E non si capiva perché questi genitori dovessero incazzarsi in continuazione: in fondo quei ragazzini stavano solo giocando a guardia e ladri per le scale(pag.34).” Continua l’invadenza della voce narrante, stavolta slegata da qualsiasi personaggio del libro. Questo stupirsi di qualsiasi cosa avvenga tra le mura domestiche nel comprensorio di Piombino.
“Sandra ebbe un moto di rabbia. Lo sapeva anche lei che andava così, che le donne si fanno ammazzare dai mariti e nessuno dice niente. Perché è vero che siamo in Italia, ma è un paese di merda(pag.183).” Ecco la voce narrante che soccorre la storia, raccontando e giudicando. Limitarsi a mostrare un mondo sarebbe molto più efficace, a mio avviso, piuttosto che volerlo spiegare con dei giudizi perentori.
“Se sua madre fosse andata in Questura, anziché dal medico di base…Ma Satta, il dottore, non era deputato a risolvere i problemi delle famiglie…(pag.216)” E non se ne esce: anche i medici di famiglia a Piombino sono, a quanto pare, più insensibili e miopi rispetto al resto d’Italia; anche di fronte alle percosse. Nella narrazione le percosse sono chiare, evidenti, e una delle protagoniste si imbatte in un medico che non sa fare il suo dovere(forse dei segni più sfumati, meno lampanti, sarebbero stati più credibili per alimentare il dubbio sulla eventuale denuncia da parte del medico, e altrettanto efficaci per la narrazione).
“I vecchi parlavano di donne ucraine….Nessuno ascoltava nessuno, se non c’erano di mezzo sesso e soldi(pag.224).” “Alla gente non gliene fotteva assolutamente di quel che succedeva in America(pag.226)”. Viene fuori un mondo insensibile perfino alla diretta dell’undici settembre 2001, una delle tragedie planetarie che più di ogni altra ha tenuto la gente incollata alla tv. La classe operaia che non va in Paradiso.
“…la notte di Capodanno…Una lavatrice scaraventata in cortile, una decina di feriti al pronto soccorso e un bambino senza una mano(pag.256).” Un bambino senza una mano, una lavatrice buttata giù, mai visto né sentito a Piombino una cosa del genere, almeno dagli anni settanta ad oggi.
“…Scendeva le scale a precipizio, schivava una bambina accucciata a fare pipì…”. Ho vissuto in un condominio di case popolari a Piombino, mai viste in vent’anni bambine a fare pipì per le scale. Fortuna, forse.

Da segnalare un paio di problemini con i complementi di termine.
Non gli[le sarebbe stato più appropriato, visto che è Anna di cui si parla ndr] veniva più da ridere se si spogliavano(pag.69).”
“Fino a quando non gli veniva fame, allora si pigiavano urlando nello stambugio della friggitoria.” Non veniva loro fame, visto che il complemento di termine qui è plurale, sarebbe più appropriato.

“Di fronte, a quattro chilometri, le spiagge bianche dell’Elba rilucevano come un paradiso impossibile(pag.17).”
“Basta un traghetto, eppure non ci sono mai andata, non l’ho mai vista. Soltanto quattro chilometri(pag.52).”
La distanza minima tra Piombino e l’Elba è di 10 chilometri.
“Imboccava la statale che fiancheggiava per dieci chilometri il perimetro della fabbrica(pag.211).”
I chilometri sono più o meno quattro e la statale è una provinciale.
“Francesca non se ne perdeva una di vetrine: e Replay, e Rinascente, e Benetton, e pure il Semaforo Rosso che vende roba da vecchie(pag.270).” La Rinascente a Piombino non c’è mai stata.
“Quando arrivarono all’incrocio con Villa Marina, si fermarono al semaforo dentro un nido di silenzio cristallino. Aspettarono che il rosso diventasse verde(pag.300).” Nell’incrocio con Villa Marina non c’è mai stato alcun semaforo.
Niente di male in tutto questo , ma se, ad esempio, si parla in un altro passo del libro della gioielleria Scognamiglio, che solo a Piombino esiste, si richiederebbe altrettanta cura nella descrizione dei luoghi e negozi. Oppure ci inventiamo Macondo.
Per concludere aggiungo una mia impressione, come tale del tutto soggettiva: gli operai a Piombino hanno perso con il passare degli anni in credibilità, in salario, in iniziativa personale, in identità politica. Ma ciò che non passa sufficientemente, a mio avviso, da questa narrazione, è la persistenza in loro di una grande umanità e una dignità tuttora esistente: il degrado non ha fatto breccia nelle loro coscienze. Forse tutto questo cozzerebbe con la tesi di partenza, meglio non scriverne.
Non sarebbe funzionale, per dirla alla Cechov.

(Antonio La Malfa)

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59 Risposte to “Acciaio, di Silvia Avallone. Piombino o Macondo?”

  1. carlo ricchini Says:

    un pessimo libro. Ecco un esempio del degrado in cui è finita certa letteratura italiana. Alla Avallone, a suo tempo, doveva essere detto: ripassa fra qualche anno e scrivi e riscrivi mille e mille volte. Invece…poverina le fanno credere che ha dato vita a un capolavoro, a una novità. Ed invece è una “boiata pazzesca”, un inganno per i lettori cui è stato credere che il libro parlasse dei giovani di oggi, della vita di una fabbrica importante e in via di smobilitazione, di una città operaia. Invece i protagonisti sono inverosimili, le ragazze sono le solite aspiranti veline, gli operai sono tutti drogati, violenti, ladri, la città è un immenso tugurio, non è Piombino, una cittadina bella, pulita, vivibile. E anche la scrittura è noiosa con eccessiva aggettivazione.

  2. Toni La Malfa Says:

    La città di Piombino sta vivendo una crisi profonda: molti sono cassintegrati, anche in questi mesi, Lucchini se ne è praticamente già andato, Mordashov sta vendendo non si sa bene a chi. Tutta la città si interroga sul futuro. E’ uno scenario, a partire dal 1993, denso di conflitti; senza conflitto – diceva Raymond Carver – non c’è storia. Ci sarebbero molte cose da raccontare, qui, per cui penso che questo romanzo sia un’occasione sprecata. Sprecata per la mancanza di spessore dei personaggi. Si muovono per aggettivi, alla fine, invece che animati dalla complessità e dalla tridimensionalità dell’uomo. Il violento, il ladro, il drogato, la velina, la secchiona, la racchia, la femminista delusa, la remissiva donna del sud, l’amore lesbo che non guasta mai, sullo sfondo di gente che parla solo di donne(o sesso in generale) e soldi. E anche se pensassimo che il mondo è solo questo, dovremmo colorarlo con sfumature per dargli verosimiglianza, e accennare anche a intenzioni dei personaggi diverse dai loro aggettivi da film del far-west(il bello, il brutto, il cattivo) che li contraddistinguono, un po’ come il simbolo del Tao in cui nero e bianco si compenetrano profondamente. Grazie, signor Ricchini, per il suo commento e per essere passato di qui.

  3. Riccardo Says:

    Ho appena finito il libro, sono un ragazzo di 18 anni.
    A mio parere, invece, il libro è stato piacevole e scorrevole. La descrizione della città, non essendoci mai andato, non posso giudicarla.
    Tuttavia parla di una realtà diffusa, del comportamento (assai veritiero) degli adolescenti di oggi. Chi vive in città, forse è più lontano da questo tipo di realtà, ma di sicuro vive in prima persona le esperienze fatte tra i giovani in prima persona.
    Dunque, a mio parere, il modo in cui affronta e presenta l’ adolescenza è tutt’altro che irreale e finto.
    I giovani di oggi, ovviamente non generalizziamo, sono sempre a più contatto con la droga, le “canne” e il sesso. E’ inutile chiudere gli occhi. La società, ed in particolar modo i giovani, sono cambiati e non c’è nulla da fare.
    La scrittura è tutt’altro che noiosa. Evidentemente, gli adulti leggono in chiave differente questo libro. Vedere i propri problemi presentati in un libro in modo così veritiero e reale non fa male di certo.

    • MyManuzz Says:

      sono molto d’accordo con te. io l’ho appena finito di leggere e mi è piaciuto molto. però appena ho visto tutti sti commenti negativi ci sono rimasta un po’ male perchè io non l’ho trovato così brutto come dicono tutti … ho solo 14 anni e forse non ne so niente di libri, ma questo l’ho trovato veramente interessante.

  4. Toni La Malfa Says:

    Ciao Riccardo, io ho espresso il mio parere e tu hai espresso il tuo. Ma io non rappresento gli adulti, rappresento un solo lettore. Così come tu non rappresenti i “giovani di oggi”. Ci sono giovani come te che non hanno apprezzato il libro, e ci sono molti adulti come me a cui il libro è piaciuto. Lo dimostra il fatto che questo libro è tra i dodici finalisti del premio Strega.
    Grazie per essere passato di qui.

  5. walter Says:

    Un libro, non servono polemiche, leggiamolo, facciamone tesoro se merita, altrimenti avremo letto un altro libro.

  6. antonio Says:

    amici io credo sia giusto recensire un libro o descrivere un film. perchè é scambio di idee. i critici saranno anche esperti ma quando si tratta di sensibiltà, la nostra non è diversa dalla loro. finche una cosa la “sento” credo di aver diritto a parlarne. ora sarebbe bello che ad altri leggendo i vostri i nostri commenti venisse il friccico di comprare il libro e verificare confrontare aggiungere. nel mio piccolo chiedo a tutti di continuare a dire una parola su quanto leggono. perche è bello cosi. grazie per questo spazio antonio

  7. simona Says:

    Frequento Piombino abbastanza spesso ma non ho mai avuto la sensazione dell’estremo degrado descritto nel romanzo. Certamente la presenza dell’ acciaieria condiziona il paesaggio e la vita della città ma che resta comunque piacevole. Le persone non sembrano così rassegnate ed i giovani sono tali e quali ai coetanei presenti in tante altre realtà italiane.
    Grazie per l’opportunità
    Simona

  8. mauro Says:

    Ciao
    In genere evito di recensire libri o film che non mi piacciono. Semplicemente li “dimentico” e non perdo tempo a scriverne.
    Stavolta non rispetto questa regola perché, sembra, che l’autrice sia molto probabilmente la vincitrice del prossimo Premio Strega . Allora mi sono fatto un giro nel sito degli appasionati di libri
    http://www.anobii.com/books/Acciaio/9788817037631/0135adfaace5d951ff/
    e ogni mio residuo pudore è svanito
    Questo libro è una “cagata pazzesca “:pretenzioso,ruffiano. Insopportabilmente ripetitivo. Volutamente “scandaloso “(risultando invece patetico ) La furbata di ambientarlo ai margini della acciaerie di Piombino paventando un romanzo sociale è da calci nel culo .
    Punto. Nient”altro.
    Passerei agli insulti…
    Mauro

  9. roberto Says:

    Lasciamo stare Piombino e le sue problematiche di cittadina post industriale, è un romanzo e non è un trattatello di sociologia.

    e il punto è proprio questo, è il romanzo a non risultare credibile, perché è chiaramente fin troppo artificiale, insincero, bugiardo, furbo, stereotipato, costruito a tavolino…

  10. francesco Says:

    La letteratura vera è finita.
    Mai più Calvino, Ginzburg, Pavese o Busi (l’ultimo dei grandi scrittori, secondo me, in ordine di tempo).
    Dobbiamo rassegnarci a questa nuova “cosa” sciatta e informe in cui il senso estetico, la passione, il respiro intellettuale ed emotivo hanno ormai fatto il loro tempo.
    Forse è giusto così; è un segno di questo tempo che non è più capace di raccontarsi sebbene tenti ancora e invano di farlo adoperando una scrittura che pare attinta dagli “sms”.

  11. Monica Says:

    Sono nata a Piombino, ci ho vissuto felicemente fino ai 18 anni e poi, come tanti, sono andata a studiare a Pisa. Adesso lavoro fuori Toscana ma torno spesso a Piombino perchè ho ancora la mia famiglia e comunque non vedo nessuna differenza tra questa città e qualsiasi altra città, anzi la sto rivalutando e, nonostante le acciaierie, la crisi e tutto quanto le sue spiagge sono pulite e sono mantenute pulite dai cittadini..non potrò mai dimenticare la mia spiaggia del cuore..Baratti, anche se adesso baratti è frequentata più dai turisti che dai piombinesi…non sanno cosa perdono…
    Grazie per l’opportunità

  12. Liana Says:

    Delusione, imprecisione, e tristezza, il romanzo è scontato, come il fatto che alle acciaierie muoiano gli operai, ho 38 anni, a Piombino ci sono nata, ci ho vissuto poco però, mio babbo è ancora li, il resto della famiglia no, mia mamma qui vicina e mia sorella nel nord est, ma li ci sono ancora nell’ordine, mio babbo apppunto, la nostra casa, la nostra terra, i parenti prossimi, gli zii, i cugini, amici miei no, non ho avuto io, il tempo di farmeli, studiavo fuori e gli amici ce li ho in giro per il mondo…… quanti dicorsi direte, ma, scusate la scorrettezza , Piombino è le mie radici, e non mi è piaciuta così mal descritta, così storpiata, così confusa, Piombino non è scampia, negli anni appena prima di quelli che vengono descritti nel libro, io appena uscita dall’adolescenza, non avevo problemi ad uscire di sera da sola per sedermi sulle panchine di Piazza Costituzione, mi ha fatto male trovare luoghi familiari spogliati e sventolati come lugubri, io che per anni ho difeso la mia Piombino da tutti quelli di fuori, che passati di li per andare all’Elba, mi dicevano è solo una città/fabbrica, Piombino ha una storia millenaria, è aristocratica nel centro storico, è felicemente turistica nelle magnifiche spiagge di Baratti o di Perelli……, ogi tanto la guardo nelle riprese dal satellite o nelle foto dei vari gruppi dei social network…. con un’infinita nostalgia. Non permetterò quindi a uno scontato racconto di 2 ragazzette con i primi pruriti adolescenziali, di rovinare la magia che mi porto dentro.

  13. Casamatta Says:

    Ho vissuto a Piombino dal 1977 al 2002.Ho visssuto la città in tutto e per tutto conosaco ogni angolo e trovo questa “roba” di una scontatezza primordiale.Ho ancora parenti li e a volte ci vado.Il posto in cui ho vissuto l’età della giovinezza oggi appaiono ancora più importanti.I legami restano forti come le zone in cui ho trascorso momenti unici.L’accozzaglia presentata con queste ragazzette non mi appartiene,il vero acciao non è questo.Saluto da piombinese Monica e Liana e quoto i loro post!

  14. Alberto Says:

    Ciao, ho letto il libro. Per me il suo grande pregio è la scorrevolezza. Sono giornalista, scrivo per lavoro, non fiction, informazione, ma comunque leggo parecchio e non è facile scrivere un libro scorrevole, sapete? Ci sono un sacco di libri dal linguaggio raffinato, dai virtuosismi letterari che però non giungono al cuore del lettore con la stessa immediatezza di questo, specie in Italia. Qual è il problema di ‘sto libro? Secondo me che cade nello stereotipo. Che è bidimensionale quando la tridimensionalità gliela darebbe una più profonda conoscenza di Piombino. Piombino non è peculiare, qui, è il nome di una città appiccicato sopra una realtà di degrado urbano e disoccupazione generica. La Avallone ci sarà andata a Piombino, ma non ci è nata, non ha dovuto scommettere la sua vita in quei quartieri e questo fa la differenza. Detto ciò, ripeto, il romanzo è avvincente. Magari una volta chiuso non lascia dietro la voglia di essere riletto, ma a me non ha lasciato nemmeno il rimpianto per averlo letto. Anzi.

  15. michele Says:

    Mi permetto di segnalare un piccolo anacronismo: nel 2001 l’azienda Tenaris Dalmine non aveva assunto il nome corrente; le aziende che compongono il gruppo Tenaris sono state unite sotto questo nome solo nel 2002.

  16. Roberta Says:

    Ho appena finito di leggere “Acciaio”, lo ritengo un libro scorrevole che porta a volerlo leggere fino in fondo per capire come può finire. Effettivamente può essere scontato o troppo stereotipato in certi passaggi della storia, ma non è così lontano dalla realtà di una qualsiasi periferia industriale e della gente che vi abita. E’ stato ambientato a Piombino ma potrebbe essere qualsiasi altra città. Alla fine è semplicemente un romanzo e deve essere considerato come tale, con i suoi dettagli presi dalla realtà e altri inventati. Una cosa importante però mi ha lasciato, la voglia di visitare Piombino nelle sue bellezze, e ne ha tante e anche nei quartieri che non si possono definire prettamente turistici.

  17. Domemo Says:

    Osceno.Una realà che non esiste,una invenzione macroscopica.Non doveva usare il nome di una città con 30 mila abitanti a misura d’uomo.Il degrado? Ma dove sarebbe ?La pochezza?Se un giovane la vuole,la trova anche in una frazione di 20 abitanti così come in una metropoli.E poi il continuo rappresentare l’estetica di queste due ragazzette,volendo forse rappresentare se stessa: patetico! Non si può descrivere generalizzando e se si vuole generalizzare allora è bene non far riferimenti precisi e del tutto fuori luogo.La Avallone non sa neppure cosa ha scritto,io ci sono stato 30 anni a Piombino.
    Il problema è che quando la stupidità è una spiegazione sufficiente,non c’è bisogno di cercarne altre…!

  18. Liana Says:

    altro anacronismo, nel 2001 la cayenne non era ancora in produzione, ci sarebbe entrata solo nel maggio 2003!!!!!, bastano 2 click su internet x scoprirlo, ma il cayenne è il cayenne e allora usiamolo prima che esista!!!! che tristezza… una domanda ai piombinesi, io ci sono stata sempre poco, ma nel 2001 il semaforo rosso c’era ancora?????

  19. francocordiale Says:

    Dai commenti che sento su “Acciaio” (prima o poi lo leggerò, a parte le varie “perle” che mi sono state segnalate), è perlomeno un’opera contraddittoria, forse coi pregi che si richiedono alla letteratura di consumo (Moccia docet), tipo la famosa “scorrevolezza” (ma anche le Avventure di Giamburrasca e “Va dove ti porta il cuore” sono “scorrevoli!), ma anche con VISTOSI LIMITI: anacronismi, deformazioni storiche, personaggi ridotti a stereotipi per appagare gusti e tendenze del pubblico giovanile (Moccia sempre docet), il solito gergalismo o “cazzeggio” di strada, spacciato come aderenza alla realtà… Il problema vero è questo, anzi sono due:
    – è su questi autori che deve puntare la grossa editoria, se vuole vendere?
    – i premi letterari, es Strega, sono subalterni alle politiche editoriali dei vari Rizzoli, Mondadori, Feltrinelli e company?
    Nota personale:anch’io scrivo romanzi e forse me ne intendo un pochino (docente di Lettere da oltre un trentennio), ma i grandi editori, chi li ha mai potuti avvicinare? Solo EDITORIA A PAGAMENTO: quella ti accoglie a braccia aperte… Un’eccezione c’è stata e la voglio ricordare con gratitudine:la cortese e competente risposta che ricevetti dalla signora Elvira Sellerio, recentemente scomparsa, riguardo al mio primo romanzo inedito.

  20. Alberto Says:

    Salve a tutti. Francamente certi commenti negativi ad Acciaio li trovo un po’ tristi. Sembra quasi che se un libro è un prodotto commerciale non merita di essere pubblicato. Invece secondo me una cultura del prodotto-libro, del best seller dovrebbe esserci qui da noi, se ci fossero più best seller italiani magari le librerie sarebbero meno invase da quelli stranieri, meno colonizzate dallo strapotere editoriale americano. Secondo me i romanzi si dividono sostanzialmente in due categorie: i prodotti e le opere d’arte e gli autori in operai della parola e poeti. Moccia è un operaio della parola. Non è un genio, né un poeta. Ma se i suoi libri funzionano ci sarà un motivo. E guardate che Tre metri sopra il cielo non ha avuto la massiccia campagna pubblicitaria della Avallone. Quindi io non lo criticherei Moccia solo perché scrive libri leggeri. E’ questa mentalità provinciale del capolavoro a tutti i costi che genera autori egoici i cui sermoni televisivi, oltre che cartacei, dobbiamo sorbirci quasi fossero dei fari in questo secolo di nebbie e banalità, come Baricco! Accettiamo che l’editoria è anche un supermercato e amen!

    • stefano Says:

      Ciao Alberto, sono al 100% in accordo con quello che scrivi
      Sono anche io stupido, oltre che amareggiato, di leggere tutti questi commenti
      cosi’ negativi su questo romanzo che sto finendo in questi giorni e che trovo assolutamente
      appassionante (la maggiorparte riguardano Piombino o inesattezze…e’ un romanzo…amen)
      Anche io penso non lo rileggero’ in futuro, non stiamo parlando di un capolavoro che rimarra’ nei secoli ma ce ne fossero di libri cosi’ nel mercato italiano io sarei contento perche’ spingono a leggere anche chi non si avvicina mai ad una libreria e tengono testa ai soliti roboanti nomi d’oltre oceano

  21. Alessandro Says:

    Anacronismo++: nel 2001 l’euro non era ancora entrato in corso =D

    • Bea Says:

      infatti in tutto il romanzo si parla di lire. L’unico punto in cui si parla di euro è per indicare il prezzo di un cartellino, così come si usava nel 2001, ovvero prezzo in lire ed equivalente in euro accanto per abituarsi prima dell’entrata in vigore 😉

  22. vibrisse Says:

    Per Franco Cordiale: è molto facile avvicinare i “grandi editori”. Ad esempio, se pensi che i tuoi lavori possano interessare a Einaudi, puoi rivolgerti a me. I miei recapiti sono in vibrisse, in FaceBook, in LinkedIn e in Xing.

    giulio mozzi

  23. nicoletta Says:

    Sto finendo di leggerlo in questi giorni. Figlia di piombinesi sono andata al mare a piombino dal primo anno di vita (siamo a 37). Ricordo le casette mal ridotte di via livorno, le case popolari vicino a piazza dante…certo parecchio mal ridotte, sporche, povere. I panni stesi anneriti dallo spolverino. Ma ricordo anche piazza bovio, il rivellino, il castello, salivoli che tutto e’ tranne che un luogo di degrado. Ho sempre dovuto combattere col mondo in difesa di piombino che e’ sempre stata vista come citta’ industriale e porto. Non va bene, calca troppo la mano. Piombino non e’ solo questo, tanto valeva dargli un nome inventato.
    Gli anacronismi e gli strafalcioni di italiano sono fastidiosi. Pero’ nulla da dire sulla scorrevolezza, ottimo romanzo da ombrellone.

  24. giorgio Says:

    se mai si dovesse contestar qualcosa all’autrice sono alcune imprecisioni sui dettagli tecnici ma non di sicuro la descrizione della realtà di piombino.
    che poi questa realtà possa non piacere è comprensibile ma volerla negare non la cancella..

  25. stefano Says:

    Sono arrivato alla lettura di Acciaio abbastanza casualmente, pur se l’evidenza data dalla posizione nello scaffale, mentre curiosavo in libreria, ha influito.
    Oltre a non saper quasi nulla del libro, se non che fosse “famoso”, non avevo la più pallida idea di cosa sia oggi Piombino e di cosa sia stata in passato.
    Ciò ha sgombrato la lettura (durata un pomeriggio sommato a un lungo dopocena) da almeno due importanti pre-giudizi che ho notato rimbalzare frequentemente nei commenti in vari blog. Pregiudizi che, penso, mi avrebbero potuto distrarre da altri aspetti.
    Vi espongo le mie impressioni
    La prosa è molto piacevole, scorrevole ed efficace. Fatto di rilievo anche in considerazione della giovane età dell’autrice, che sfodera una sensibilità capace di dare al testo, pur semplice nella costruzione dei periodi, una forte capacità evocativa. Il lessico è ricco di espressioni dedicate all’età delle protagoniste e dei loro amici più grandicelli, meno azzeccato quello scelto per i dialoghi dei “grandi”. I dialoghi non sono mai debordanti, anche l’uso frequente del turpiloquio non risulta mai fuori posto. Le descrizioni in terza persona sono colorate in giusta misura e, in buona percentuale, azzeccate.
    Il contenuto, per la sua verosimiglianza, quasi sempre rispettata, è di una violenza impressionante, la lettura è stata a tratti l’equivalente letterario di un pugno allo stomaco. La verosimiglianza si è sicuramente persa in alcuni passaggi per l’inutile eccesso di certe immagini. Non conosco le intenzioni dell’autrice, io ne ho ricavato una personale reazione emotiva pari a quella di una richiesta disperata di aiuto, da parte di tutti i personaggi del libro, a cui l’autrice sa di non poter rispondere in alcun modo. Un grido di dolore, corale, che sembra uscire da dietro le sbarre di una grande prigione senza via di uscita. Anche le righe finali, apparentemente riappacificanti, mi danno in fondo l’idea di un mesto ciclo che ricomincia, di una “normalità” che può riprendere dopo il dolore straziante sperimentato dalle protagoniste nel loro selvatico tentativo di rompere la gabbia. Ma niente sarà più come prima.
    Il libro contiene, in filigrana, una perfetta definizione di come si può diventare totalmente incapaci di voler bene, ed è per me questa la cifra di lettura del libro visto come documento di denuncia sociale. Tutto il mondo di Acciaio: le case, le fabbriche, le scuole, i rapporti tra le persone nascono e si costruiscono perchè non ci si è voluti bene e per non volersene. Come una malattia che, lenta e contagiosa, non risparmia nemmeno ciò che di più bello e speranzoso si possa incontrare: la delicata e struggente amicizia di due ragazze che si affacciano alla vita.
    Grazie per l’ospitalità e l’attenzione
    Un cordiale saluto
    Stefano

  26. Natalia Says:

    Al di là della storia di amicizia che alla fine sembra abbastanza superficiale a me è sembrato quasi un libro pornografico, sembra un mondo popolato da maniaci, dograti, violenti. Osceno

  27. Sonia Alboresi Says:

    L’autrice confonde una realtà sociale difficile (uguale a tante altre realtà italiane) con il totale degrado di una classe sociale. Gli operai non sono inevitabilmente ,signora Avallone, brutti ,sporchi , cattivi e magari maniaci. Sono nata nelle case popolari di Bologna (Stalingrado è il nome di una via della periferia nord est di Bologna), ma insieme alle difficoltà , ho sempre visto strade pulite regolarmente, madri che accompagnano i figli a scuola,centri per anziani e , soprattutto, la volontà di migliorarsi.

  28. lucia Says:

    non capisco proprio sono sicura che la descrizione di piombino sia molto lontana dalla realta’ ma dire che questa giovane scrittrice non sappia scrvere mi sembra troppo. ho trovato la prosa scorrevole bella e come anche qualcuno ha detto qualche volta arrivava a darmi una sensazione di pugno nello stomaco.non vedo perche dovesse attinersi cosi’ tanto alla realta di piombino ? questo al contrario mi sembra un pregio non un difetto ciao.

  29. lorenzo Says:

    è un libro eccezionale, bellissimo, ricordiamo che è un romanzo e che quindi se si altera la descrizione dei luoghi è perchè l’autrice lo ha ritenuto necessario. è un libro di cui mi sono innamorato e poi è un libro, leggiamolo se piace è bene, se no è un arricchimento in più.

    • blu Says:

      ciao sono d’accordo con te al 100%…..bellissimo….non e’ un documentario che deve riportare la realta’ dei fatti,e’ un romanzo………

  30. simona.... Says:

    Per me il libro è STUPENDO scorre molto bene…mi sono innammorata di lui…bravissima SILVIA AVALLONE…forse i luoghi e i personaggi non sono autentici ma dobbiamo anche capire che è un romanzo dove ci puo essere realta ma allo stesso tempo puo essere inreale…
    grazie da simona

  31. Giamaica Says:

    Praticamente ci dice che da adolescente ha letto “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”. Brava! Io anche, ma risparmio la narrativa italiana di cose inutili e pretenziose.
    da sottolineare che ‘sta donnina parla di Piombino come fosse una zona di Calcutta, e dicendo anche di conoscerla perchè ci passava qualche mese d’estate in vacanza!
    c’è giustamente un popolo di livornesi (ma anche toscani) incazzati neri per tutte queste stronzate strapagate della Avallone

  32. gabriella Says:

    Ho appena finito di leggere il libro della Avallone, probabilmente l’ho letto solo perché me lo ha regalato mio figlio a Natale, altrimenti non avrei avuto questa curiosità.
    Tuttavia devo dire che è stata una lettura piacevole, probabilmente la realtà sarà stata un po’ “travisata” , del resto io penso che non esiste una sola realtà, ma una per ogni individuo che vive una certa esperienza.
    Non è certo un romanzo che troverà posto tra i cosiddetti classici, ma non mi sembra nemmeno degno di meritare certe stroncature che ho letto sul web; però, vivendo io a Grosseto e non a Piombino, probabilmente non capisco.
    Ma un po’ di grammatica ne capisco e quando ho letto

    “Da segnalare un paio di problemini con i complementi di termine (il tono mi sembra un pochino supponente):
    “Non gli[le sarebbe stato più appropriato, visto che è Anna di cui si parla ndr] veniva più da ridere se si spogliavano(pag.69).”
    “Fino a quando non gli veniva fame, allora si pigiavano urlando nello stambugio della friggitoria.” Non veniva loro fame, visto che il complemento di termine qui è plurale, sarebbe più appropriato”,

    non ho condiviso la critica, ma prima di intervenire ho cercato “una pezza d’appoggio” e l’ho trovata nell’Accademia della Crusca (può bastare?). Puoi leggere qui:

    http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=4352&ctg_id=93

  33. Silvi Says:

    E’ il terzo libro di Rizzoli in cui si trovano scorrettezze grammaticali – tra quelli letti da me. Preoccupante! Sull’intreccio possiamo discutere, ma sulla lingua…

  34. manuela Says:

    Ciao a tutti, ho letto Acciaio in una domenica perchè i personaggi mi “chiamavano” e non riuscivo a staccarmi dal libro!Posso capire gli abitanti di Piombino ma essendo un romanzo, concedetele di prendersi le sue libertà!Non diventerà di certo un classico ma è sicuramente un libro che ti fa trascorrere delle ore piacevoli in attesa di scoprire il finale.Non è forse questo lo scoppo di un romanzo? Ciao a tutti

  35. Arianna Says:

    Ciao a tutti, sono una ragazza di Piombino e posso dirvi che a me questo libro mi è piaciuto un sacco!Ha un filo narrativo impressionante se analizzati i personaggi e le situazioni correttamente. Ci tengo a puntualizzare che le descrizioni sulla mia città non corrispondono affatto, ma è un romanzo…pace!

  36. Luna Says:

    Io non sono mai stata a Piombino, non so com’è adesso o com’era in passato… Inizialmente ho trovato acciaio abbastanza ”interessante”, nel senso che lo leggevo con piacere, ero curiosa di sapere come finiva… scusate ma come è finito??? -.- Insomma Anna e Francesca son tornate amiche ok ma gli altri personaggi? Alessio è stato investito per sbaglio da Mattia, che come ricordiamo è il fidanzato di Anna, la sorella del defunto Alessio. che fine fa Mattia? è ancora fidanzato con Anna? è andato in prigione? e Anna non dice nulla della morte del fratello? tutto cio che dice è ”Oh che bello ho di nuovo la mia Francesca”! Scusate ma la Avallone ha utilizzato pagine e pagine per descrivere Piombino (e da quanto dite la descrizione è pure sbagliata) e ha fatto finire il libro in poche pagine senza descrizioni… non mi è piaciuto per niente…

  37. Alessandro Says:

    Sono un ragazzo di 22 anni, e a me il libro non è dispiaciuto per niente.
    Ok, non è niente di che, ma non credo vada considerato una “cagata pazzesca”.
    Semplicemente un’opera mediocre, che fa leva su qualche tematica scottante per distinguersi tra la massa dei libri di narrativa contemporanei, ed è raccontata abbastanza bene (anche sa anche a me il finale ha deluso parecchio…)

    Dobbiamo però ricordarci che siamo nel mondo della finzione, quindi l’autrice non può essere colpevolizzata per aver storpiato una ridente cittadina o strumentalizzato e esagerato certi “tipi sociali”. Si tratta di un romanzo, e va letto con occhio critico.

    Io comunque apprezzo il fatto di aver parlato di una società marginale (seppur analizzata sotto la lente deformante del romanziere)

    Se poi ha rischiato di vincere il premio Strega, sarà perchè il panorama contemporaneo è costituito da altrettante opere mediocri, ma non sono in grado di saperlo.

  38. Penero Says:

    Ha sostenuto di scegliere qualunque città…per piacere 30 mila abitanti è città…? Inoltre scrive cose del genere:”Vieni, andiamo a parlare davanti ad Afo4″…Premettendo che nessuno sapeva cosa fosse la sigla “afo”, mai nessun piombinese avrebbe detto una cosa simile.Inoltre il romanzo è copiato da una roba americana o simile.Gente che va alla “Tolla” dove si vede l’acciaieria: io quando ci vado vedo il mare ma che cosa scrive ? Lei ci ha vissuto 3 anni,io 30,vediamo un pò… !!

  39. valeriodalmonte Says:

    il libro fa decisamente schifo. questa signorina sarebbe una delle scrittrici della nuova generazione…???? forse l’unica sua qualità l’aveva notata Bruno Vespa quando invitò il cameraman ad inquadrarle il decolleté….

  40. Nicola Lucchese Says:

    Cari professorini perbenisti e puritani “mocciosi” (intesi come coloro che adorano le stucchevoli storie ambientate dai figli di papà propinataci da Federico Moccia) che criticate questo lavoro, nella vita reale di Vie Stalingrado, ce ne sono tantissime. E dietro (e dentro) di loro, altrettante umanità, e soprattutto disumanità. A Taranto, nel quartiere Tamburi (sorto alle spalle della più grande industria siderurgica d’Italia) di Anna, Francesca, Rosa, Sandra, Sonia, Alessio, Arturo e Cristiano se ne trovano a bizzeffe. Lo stesso dicasi a Porto Marghera, a Brindisi, a Porto Torres. Certo, indugiare sugli odori a qualcuno può aver fatto schifo. Ma chi ha conosciuto e conosce le realtà da Quarto e Quinto stato (le maiuscole sono volute e doverose), leggendo “Acciaio”, ha intrecciato gli eventi snodatisi in Via Stalingrado con quelli di migliaia di anonime periferie italiane. E ha ritrovato gli stessi atteggiamenti tamarri, le stesse nude crudeltà, lo stesso fascino pasoliniano di questi luoghi. Luoghi dove è vietato essere belle, altrimenti a 16 anni si diventa mamme. Spesso, ragazze madri. Dove andare solo a scuola, frequentando un istituto superiore, diventa la molla per affrancarsi da quel mondo. Io sto continuando a leggere questo libro, divorandolo in treno in quei 45 minuti di viaggio che mi separano da casa mia al posto di lavoro, e viceversa. Lo vidi sugli scaffali di una libreria di un supermercato, e fu colpo fulmine… spezzato. Non ebbi il coraggio di prenderlo, perchè dando una lettura sommaria (molto sommaria) sembrava un’accozzaglia di scene peccaminose. Poi non trovai più il libro, salvo vederlo ricomparire dopo qualche settimana. E lo leggo, anzi me lo gusto con piacere. Crudo ma non volgare, elementare ma non banale, reale ma non documentaristico: in sostanza, un racconto di vita di Piombino, un racconto di vita italiana. Ci sono le contraddizioni, questo è vero. E anche qualche indugio di troppo che, specie nella seconda parte, rallenta la lettura e la naturale narrazione degli eventi. Però, e lo dico da toscano adottivo che da 7 anni è venuto da una città dove il gigante dell’Enichem era il gigante dell’Eden, dove nelle Vie Stalingrado i tumori ti divoravano più fretta della quotidianità, è il caso di essere meno cattivi. Specialmente con quegli atteggiamenti tipici dell’intellettuale che guarda con disprezzo tutto ciò che non si condivide. Anzi, più che guardarlo con disprezzo, lo si taccia come inferiore. E questo è razzismo. C’è chi preferisce le smielatezze insulse (e purtroppo reali anche quelle, lo ammetto) di Federico Moccia, e chi questo “verismo del nuovo millennio” mascherato da romanzo, che poi romanzo non è… Non sarà (e non è) un capolavoro, ma si legge tutto d’un fiato. E’ tutto soggettivo in questo mondo, ci si lasci almeno gustare un libro che, almeno, è meno banale della banalità dilagante voluta ed orchestrata da chi ha manipolato coscienze e culture di questa Italia ancora provinciale, che si ostina a voler diventare grande. Guardatevi attorno, e fate un giro nelle periferie: non vi mangerà nessuno, credetemi. Ma se vi soffermasse a vedere cosa accade in quei casermoni, vicini o lontani dal mare che siano, ritroverete Anna, Francesca, Sonia, Rosa, Sandra, Alessio, Enrico, Arturo e Cristiano. Ma anche altrettanti eroi buoni, e ancor di più tante silenziose ed anonime esistenze che vogliono solo godersi la loro, di esistenze. Ne troverete moltiplicati, al punto che, usciti da questo viaggio reale, chi critica “Acciaio”, lo riterrà la miglior pagina di storia della provincia italiana degli ultimi anni. Basta solo togliersi il prosciutto davanti agli occhi.
    P.S. Conosco Piombino, Baratti, Populonia, quella vecchia Aurelia che emana magia… Piombino ha fascino, quel fascino elegante sottomesso dalle scelte dell’economia, che hanno privilegiato il nero del coke all’azzurro di un mare stupendo. Un nero evidenziato sin troppo, forse.
    P.S. 2 Penso che forse, visto che era inevitabile la bagarre scatenatasi per la scelta del luogo piuttosto insolito, era meglio se la signora Avallone avesse ambientato il romanzo nella città di Paperopoli.
    P.S. 3 Perché nessuno invece critica una roba come Gomorra? Forse perché è ambientato a Napoli?

  41. Antonio La Malfa Says:

    Nicola Lucchese scrive: “Cari professorini perbenisti e puritani “mocciosi” (intesi come coloro che adorano le stucchevoli storie ambientate dai figli di papà propinataci da Federico Moccia)…”
    Non capisco perché, sig. Lucchese, chi non la pensa come lei su questo romanzo debba essere – sorvolando sulle striscianti offese – un appassionato lettore di Moccia.
    Nicola Lucchese scrive: “Però,…, è il caso di essere meno cattivi. Specialmente con quegli atteggiamenti tipici dell’intellettuale che guarda con disprezzo tutto ciò che non si condivide. ”
    Mi pare che soprattutto lei, signor Lucchese, dovrebbe limitarsi a esporre il suo punto di vista, e a guardare senza disprezzo ciò che lei non condivide.
    Il signor Lucchese scrive: “Ma se vi soffermaste a vedere cosa accade in quei casermoni, vicini o lontani dal mare che siano, ritroverete Anna, Francesca,…. Ma anche altrettanti eroi buoni, e ancor di più tante silenziose ed anonime esistenze che vogliono solo godersi la loro, di esistenze.”
    Condivido in pieno la seconda metà di questa argomentazione, e non trovo alcuna traccia di essi in tutto questo libro, quasi come se, con accurato slalom acrobatico, si sia scientificamente evitato di imbattersi in essi, sia pure nel ruolo di comparse. Ma trovo le descrizioni di Anna, Francesca, ecc, assolutamente improbabili: non si schiodano dal loro ruolo ed aggettivo dominante nemmeno per un attimo(babbo violento, mamma remissiva, operaio bello e maledetto, ragazzina facile…), retrocedendo da esseri umani a caricature. Con scenari improbabili di “famiglie e bambini grassi…ragazzi che spacciano e vecchie che puzzano…”dove “Nessuno ascoltava nessuno se non c’erano di mezzo sesso e soldi…”.
    Le parole scritte sono vischiose, e spesso è difficile liberarsene, soprattutto quando sostituiscono, soppiantano l’esperienza diretta di un determinato mondo. E’ sufficiente fare un giro a Piombino vicino a quei casermoni per cercare le bambine che fanno la pipì nelle scale, nelle spiagge piene di teglie di alluminio, con scarichi in mare, nei bar dove si parla solo di sesso e soldi, per rendersi conto che, sì, Paperopoli o Macondo sarebbero state lo scenario migliore per questo romanzo.
    Cordialmente,
    Antonio La Malfa

  42. liana Maffei Says:

    Grazie Antonio….. nonostante sia piombinese…. non riesco a far capire agli altri piombinesi della mia famiglia, che hanno letto il libro e che non lo trovano così differente da una realtà omologata dei quartieri operai, che si piombino è una città operaia, ma non è quella del libro! grazie di nuovo antonio per tutte le volte che l’hai difesa!!!

  43. sarisaretta Says:

    ok… forse ho 13 anni quasi 14 e sono un po’ troppo piccola per capire certe cose, ma per l’ Avallone Piombino era una città come le altre. l’ha scelta semplicemente perchè è stato in quella città che si è sentita raccontare le storie di chi si spaccava la schiena nell’ acciaieria. non voleva affatto screditare la suddetta città. il luogodi ambientazione del libro poteva benissimo portare il nome della città in cui vivo e riscontrare le differenti uguaglianze in fatto di luoghi, ma ciò non vuol dire che se avesse scritto che era un paradiso lo sarebbe stato realmente. l’ intento dell autrice era quello di raccontare una realtà che esiste e che si vive, non quello di raccontare della solita società perfetta che si nota in ogni libro dell’ editoria italiana nonchè estera. per quanto riguarda i diversi errori grammaticali, ricordiamoci che la scrittrice non sta usando un italiano pulito, ma sta calcando il dialetto parlato nelle regioni più a sud. ricorda molto, infatti, la cadenza del parlato napoletano (lo so perchè la mia famiglia arriva da province vicine a Salerno). per quanto riguarda la così detta “voce narrante invadente” si tratta semplicemente di uno tile di narrazione. il libro è scritto in terza persona, vero, ma non è una narrazione impersonale: la voce narrante entra a far parte del libro, proprio come succede nelle conversazioni con un abitante del sud d’ italia. inoltre, per riuscire a leggere un libro bisogna entrare nello spirito di esso e saperlo analizzare in modo obiettivo e nel complesso del lavoro. svolto da chi ha sudato ben più di sette camicie per realizzarlo. la gente è brava a criticare ogni qualasivoglia errore di un altro, ma non è affatto brava a mettersi nei panni della persona che sta criticando. quando qualcuno di voi avrà avuto il fegato, la voglia, l’ idea per narrare una storia innovativa quanto questa, allora avrò modo di accettare queste critiche infondate che paiono scritte da una ragazzina gelosa dell’ anito della compagna di classe.

  44. Roberta Says:

    Ho appena finito di leggere il libro, lungo ma che si è consumato in non più di tre giorni….non so cosa pensare!In effetti è vero, io non sono mai stata a Piombino, e l’idea che mi sono fatta, pur consapevole che tutte le descrizioni, sono ad uso e consumo di un romanzo, di una città scura, degradata, sporca, una periferia degradata e senza speranza…sono figlia di operai, mia madre ha concluso la sua carriera in mobilità, vivo in una realtà industriale e dismessa, con l’unica differenza che non c’è il mare…..i miei principi sono saldi, ho studiato giurisprudenza e sono avvocato, anche da realtà non ricche possono crescere sogni diversi dall’essere velina o altro….avevamo principi seri e non mi sono mai drogata….non ho voglia di giudicare, però non credo sia un capolavoro, forse un romanzo stile layla….

  45. Barbara Says:

    Sono nata e ho sempre vissuto a Piombino, sono figlia (e nipote) di operai, ho abitato fino a 12 anni in una borgata a ridosso delle acciaierie, ma del degrado che descrive la signora Avallone in 42 anni di vita non mi sono giunte notizie. E’ questo che indigna i cittadini di Piombino: l’avere usato il nome della nostra cittadina in una maniera impropria, lesiva della sua immagine, facendone un ritratto che non le assomiglia affatto e, soprattutto, che non merita. Se queste amene descrizioni sono strumentali al romanzo e “di fantasia”, Avallone poteva usare la sua fervida immaginazione per inventarsi di sana pianta una cittadina che non esiste, invece di utilizzarne una che esiste stravolgendone completamente la fisionomia. Che senso ha? Ci sono molti esempi, in letteratura, di come l’autore faccia sì che un luogo diventi uno dei protagonisti stessi della storia, il difficile sta nel fatto che bisogna saperlo fare bene… Altra osservazione: la mia famiglia “operaia”, come tantissime altre che conosco e frequento, è composta da persone magari con pochi titoli di studio, ma molto civili e dignitose, che non ha mai annoverato tra i suoi membri gente drogata, alcolizzata o che picchia le mogli e i figli. Nessuno sporca la spiaggia con gli avanzi del pasto, nessuno fa il bagno tra gli scarichi (tra parentesi, udite udite, il mare di Piombino è Bandiera Blu), nessuno piscia per le scale tra l’indifferenza generale. I miei genitori operai brutti, sporchi e cattivi hanno fatto sì che potessi studiare, che diventassi una persona per bene, soprattutto mi hanno insegnato dei valori veri, e se oggi mi sento realizzata come donna e essere umano, lo devo soprattutto a loro. Ultima considerazione: qualcuno ha mai pensato che queste tanto vituperate acciaierie così brutte a vedersi, sono quelle che per decenni hanno dato da mangiare a migliaia di famiglie, piombinesi e non solo? E che se oggi abbiamo un minimo di benessere, forse lo dobbiamo a quelle ciminiere e a quello spolverino?

  46. antoniolamalfa Says:

    Grande Barbara

  47. liana Says:

    Grazie Barbara. 🙂

    • Barbara Says:

      Di niente, mi sembrava semplicemente doveroso lasciare una testimonianza diretta, dato che vivo la realtà piombinese da sempre.

  48. Rafel Says:

    Ho appena letto il libro e mi sembra un po esagerato. Credevo di essere leggendo qualcosa dalla prima rivoluzione industriale. Il libro come letteratura é buono ma come ritratto sociale mi sembra esagerato, pazzesco pure. Una città cosí, non é capace di farla neanche il Berlusconi in 80 anni.

  49. Casamatta71 Says:

    E’ quello che mi sono domandato anche io: perchè non usare nomi di luoghi inventati,dato che è tutto frutto dell’immaginazione dell’autrice,invece di usare il nome di una cittadina che non risulta affatto essere quella del “romanzo”anzi un posto tranquillo,dove ogni volta che sono o ritorno in zona mi par d’essere fuori dal casino.A me pare sia stato scritto solo per pubblicità del classico “male tascabile”,poteva toccare ad un altro luogo e la Avallone è solo un nome.Condivido in toto il tuo commernto e lo quoto al 100%! Saluti

  50. Casamatta71 Says:

    @ Barbara…E’ quello che mi sono domandato anche io: perchè non usare nomi di luoghi inventati,dato che è tutto frutto dell’immaginazione dell’autrice,invece di usare il nome di una cittadina che non risulta affatto essere quella del “romanzo”anzi un posto tranquillo,dove ogni volta che sono o ritorno in zona mi par d’essere fuori dal casino.A me pare sia stato scritto solo per pubblicità del classico “male tascabile”,poteva toccare ad un altro luogo e la Avallone è solo un nome.Condivido in toto il tuo commernto e lo quoto al 100%! Saluti

    • Barbara Says:

      Forse Avallone aveva davvero la velleità di partorire una “Macondo de noartri”, prendendo spunto da una cittadina che lei sostiene di conoscere. La non trascurabile differenza è che mentre Macondo funziona benissimo (non per niente è il frutto dell’immaginazione di un maestro della letteratura mondiale), Piombino risulta del tutto incongrua come palcoscenico di una sequela di luoghi comuni e scene da grand-guignol sparate a profusione per fare “audience”. Il primo è un tentativo brillantemente riuscito, il secondo una clamorosa cantonata.
      In estrema sintesi, il risultato ci offre l’esatta misura della distanza che passa tra un capolavoro e un libro mediocre. Tutto qui.

      • Casamatta71 Says:

        Per caso ho ritrovato questo blog dopo molto tempo perchè non avevo spuntato le notifiche ai commenti.
        Le tue parole,dopo mesi,risultano ancora più importanti e veritiere!Ciò che hai evidenziato è l’esatta conclusione a cui volevo arrivare,ma che non riuscivo a scrivere.Complimenti per la tua sintesi ineccepibile!!!
        Inoltre volevo inserire questo link (forse hai già visto) per mettere in risalto l’enorme fantasia della Avallone,e tutta la sua troupe:

        http://it.wikipedia.org/wiki/Acciaio_(film_1933)

        Un saluto da un piombinese in giro x il mondo.

  51. Gianpa Says:

    Purtroppo l’idea di base è che la Avallone sputi nel piatto dove -bene o male – ha mangiato. Le critiche le accettiamo male (dopotutto siamo sempre provinciali) ma le calunnie peggio. Dice di “aver ambientato” il romanzo, ma ci sono descrizioni accurate di posti che tutti conoscono meglio di lei, e in verità non sono così terribili come raccontato, anzi accoglienti. Forse è lei che non è riuscita ad integrarsi? I commenti sopra confermano questa tesi. A Piombino c’è droga? Ci sono degli adolescenti stupidi o viziati o figli di papà? Si. Come credo ovunque. I difetti li abbiamo, tanti e variopinti, ma non ha raccontato tutta una serie di realtà che esistono tuttora. I giovani che vogliono affermarsi e non si buttano via. La vecchia classe operaia produttrice, i bar del corso dove i vecchi prendono il bicchiere della staffa e i giovani passano il sabato sera in programma di cosa si farà di lì a mezz’ora, le donne che trovano posto in una piccola città industriale di provincia e si integrano. Persone, non stereotipi. Mi chiedo se nell’hinterland di alcune grandi città non si viva davvero così…
    Quello che fa davvero arrabbiare è l’ipocrisia di costruire una storia raccontando una realtà distorta. Adesso che è scoppiato il putiferio tira indietro la mano. Ma intanto l’immagine della città che mi ha dato tante gioie (e anche tanti dolori) è stata verniciata con una mano di nerofumo.
    Scordandosi dell’azzurro di Punta Falcone, della sabbia chiara di Perelli (o di quella scura di Baratti), o della stupenda macchia mediterranea che ci circonda.
    Scordandosi della parte medioevale, del Corso, di Marina, di Lungomare Marconi… ho scordato qualcosa?

  52. Giulia Says:

    Leggendo il libro “Acciaio” sono rimasta colpita dalla crudezza con cui tutto viene narrato: Silvia è diretta, non usa eufemismi. Ragazzi costretti a fare a pugni con la vita, abbandonati a sè stessi in un quartiere squallido e desolante dove per crescere e sopravvivere devi essere un duro sennò sei fuori, sei nessuno.
    Non sono mai stata a Piombino ma credo sia vero che la Avallone avrebbe dovuto ambientare la storia in un paese immaginario per non sembrare insolente o risultare “nemica” degli abitanti della suddetta città che hanno tutto il diritto di “difendere” la propria terra, di far notare che il tasso di degrado è molto più basso di come lei ci vuole fare credere tramite questa dettagliata e scandalosa descrizione ma la Avallone si è mossa lungo un territorio esistente per suscitare maggiore interesse nel lettore (è un romanzo non un reportage, non siamo troppo polemici, suvvia!) ed è riuscita a creare una storia, sebbene caratterizzata da personaggi stereotipatissimi, molto interessante ed originale utilizzando un linguaggio consono e “cattivo” al punto giusto. Silvia Avallone colpisce le coscienze di ciascuno, quelle di ragazzi che feriscono i loro coetanei meno fortunati, quelle di genitori assenti, di coloro che preferiscono “fregare” gli altri piuttosto che lavorare con fatica ma onestamente e quelle degli stronzi che abusano delle ragazzine. Infine è stata molto abile nel farci immedesimare a tal punto da farci sentire sulla pelle i lividi di Francesca e da farci vivere la solitudine di Anna. Tristezza, angoscia, sgomento… È un libro eccezionale che ha segnato il mio sedicesimo anno in modo indelebile. Vorrò sempre bene a quelle due ragazze delle case popolari che, nei miei pensieri, saranno per sempre mie carissime amiche.
    Giulia

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