Nelle scarne note di copertina si apprende che l’autore, classe 1958, haal suo attivo un romanzo scritto nel 2003: “Le Storie e gli Eventi”.
Vive a San Marco in Lamis, in provincia di Foggia, un paese che conosco grazie alle opere di un amico che vive a Lucca e che nacque proprio lì tanti anni fa, Dino La Selva, ora medico in pensione, figlio di Giovanni, che fu prefetto anche di Lucca, letterato pure lui (tradusse “I fiori del male” di Baudelaire). Chi sa se Gravino, molto più giovane, non lo abbia conosciuto in occasione dei suoi ritorni al paese, di cui ha molto narrato (“Fiabe di Capitanata” e “Racconti minimi di San Marco in Lamis e dintorni”, ad esempio).
Anche nel romanzo di Gravino si narra del ritorno al paese natale del protagonista Marco in occasione della morte della nonna aterna. È inverno, fa freddo, cade la neve: “Il vento faceva vibrare i vetri degli alti balconi e vi attaccava sopra schegge di nevischio.” Niente di più naturale abbandonarsi ai ricordi, srotolare la memoria. È ciò che accade a Marco, un uomo di successo che però ora è turbato dai rimorsi di non aver curato come doveva l’affetto che la nonna nutriva per lui.
L’autore racconta con una scrittura quieta, rotonda e mai superflua: “La notte incuteva timore alla nonna; lei apparteneva a un tempo nel quale l’oscurità era popolata di presenze misteriose, che calavano nella valle dai più nascosti dirupi delle montagne per vagare tra le stradine del paese e mischiarsi alle mille ombre dipinte dal chiarore della luna.”
La memoria può colmare la solitudine, ma nello stesso tempo, allorché appare, registra una ferita, una sconfitta, una resa. Ancor più se essa ci afferra nel momento in cui il confronto della nostra vita è con la morte. Essa misura il nostro coraggio o la nostra vigliaccheria. Ci mette a nudo. Leggi il seguito di questo post »









